Appunti su Agrùmia

I. La terra d’Agrùmia

La città lineare – ormai saldate insieme, da est a ovest, le periferie di Maggiocióndola, Pàbulo, Busdofia – attraversa la Bassura, interrotta da campi di sterpaglie e calcinacci, grossi cubi di vetro e cartongesso, capannoni. Della regione Venéna, ornata di plurime resistenti bellezze, è questa la porzione meno bella – dall’autostrada, i centri storici si vedono in lontananza, annidati tra le mura – ma un tempo operosa e perfino opulenta. In questa pianura ultra-antropizzata, il Buon-Partito ha regnato senza intralci per decenni, pragmatico (consociativo, si disse a un certo punto) e persuaso di sé; ora, spesseggiano anche qui i segni di declino e insicurezza. L’armata dei Nuovi Potenti, partita dal vicino capoluogo, dilaga in zona, ingaggia – nei Consigli comunali e di amministrazione, nelle Partecipate municipali, nelle Province moribonde – scaramucce e faide con altre fazioni, portatrici agguerrite di variegati interessi. Sulle carcasse della prosperità passata si accaniscono sciacalli e volteggiano avvoltoi, mentre dignitari e signorotti alacremente si riciclano. Sullo sfondo, nuovi magnati e antichi venerabili osservano dietro vetri blindati. Il Cupo-Partito, intanto, si prepara, affila denti e coltelli, annusa la vittoria. E già si strutturano, nelle fasi epigonali, abnormi intese, innaturali consociazioni, riassestamenti e sodalizi aberranti.
Lungo la superstrada, parallela per lunghi tratti all’autostrada e ai binari della ferrovia, il paesaggio è scomparso, inghiottito da ampie rotatorie e centri commerciali identici in tutto il continente. Resistono in estate alcuni campi di esausti e inutili girasoli. Da questa linea si diramano strade diritte che – si favoleggia – seguono i tracciati della centuriazione romana e che portano ora a certi comuni urbanisticamente irresoluti. Hanno, tutti questi comuni della Piana, palazzine basse, villette a schiera e piazze che sembrano ricavate da poveri cortili. Poche – sia vera o no la fola della centuriazione – le vestigia del passato: in questa terra piatta, percorsa dalle insidie dei fossi, la storia degli uomini stenta a costruire testimonianze durature, arroccate invece in forma di rovine di castelli sulle colline circostanti. E poi, naturalmente, il miracolo economico – ormai del tutto consumato, si diceva – ha richiesto fin dal principio generose cementificazioni e sconsigliato eventuali fisime di archeologi. Però ci sono ovunque cooperative di consumo e agenzie immobiliari, e fiere di paese e politiche culturali, e a tempo debito spuntano come funghi le sedi elettorali, opportunamente provvisorie.
In mezzo a questa Landa soggetta a tracimazioni, smottamenti e addirittura cicloni, immaginiamo un piccolo comune – facciamo 20mila anime, più o meno – senza attrattive particolari se non forse il nome da bassa cucina che potrebbe essere (ma non è, ovviamente) Agrùmia. Stanzoni prima destinati a tessiture conto terzi e ora trasformati in negozi di calzature, carreggiate senza ciclabili, un cippo alla memoria partigiana che, in piazza, si staglia equidistante tra il palazzotto comunale ottocentesco e quello nuovo in orripilante stile Seventies. Al governo senza stacco dalla Liberazione a Tangentopoli, il Buon-Partito ha vantato anche ad Agrùmia maggioranze bulgare, asfaltando generosamente e inaugurando parchi e rotatorie, promuovendo centri commerciali e animando fiere di paese, accontentando in maniera pressappoco equanime cooperative e immobiliaristi.
Poi il marasma degli anni Novanta, la frantumazione e il rifacimento dei quadri politici, dalla capitale alle remote periferie. Il disorientamento si supera ovunque – ad Agrùmia esattamente come a Roma – con rinnovata aggressività e spregiudicatezza. Succede anche negli esperimenti di laboratorio: negli ambienti stretti, con risorse in esaurimento, i topi diventano più scaltri e crudeli, si sbranano a vicenda. E Agrùmia è piccola ma, sotto il suo cielo piatto, ancora appetibile, ancora da finire di spolpare. Nella lotta per la vita vincono i peggiori. E i peggiori, di lì a poco, vinceranno.
Il disordine generale, intanto, lascia pochi spiragli. Si deve anche sapere, in premessa, che a pochi passi da qui troneggia, appestando la Bassura – che è una Piana desolata come una Pampa – un grandioso Incarbonizzatore, concretizzazione perentoria di scelte politiche che grondano diossina, soldi e privilegi. Il nodo è aggrovigliato e strettissimo. Anche qui, come ovunque, la classe dirigente si autotutela perpetuandosi mediante devoti delfini pronti a diventare, al culmine del cursus honorum, squalotti famelici. Certo possono talvolta verificarsi illuminazioni, conversioni, mutamenti: forse per evoluzione di consapevolezza, più probabilmente per convenienza di potere. Ma ad ogni esitazione di amministratori deboli di nervi il comitato d’affari mugugna. Il popolo, da parte sua, non gradisce granché il rigore senza fronzoli dei moralisti dell’ultim’ora, peraltro quasi mai immacolati. Sull’onda del cambio di verso nazionale, i Nuovi Potenti agrumesi – schizzati sul carro dei vincitori con la foga di Renzo su quello dei monatti – corrono presto ai ripari. Per fare un’ipotesi: un ex-sindaco chitarrista e festaiolo si ricicla nelle vesti incolori di cripto-sindaco, seleziona un front man giovane e docile, appronta il colpo di mano. La cordata – messa a punto come si usa in convivi amicali, tra un brunello e una bistecca – comprende notabili di varia risma e caratura; i tycoon del posto, faccendieri e imprenditori di mille intraprese e mille faccende; qualche recuperato irriducibile (sorrisi gioviali e ambizioni da squalo; e naturalmente, intorno al front man, una frotta di signorine e giovanotti affabili, amabili, agevolmente fruibili. I clienti di sempre si affollano ingordi. Il popolo si convince.
Dopo la vittoria, si procede ben presto – con più o meno garbo ma con gran pervicacia – a rimuovere quanti, nello sdrucciolevole spazio tra politica e amministrazione, minaccino di impacciare il luminoso cammino della modernizzazione o appaiano ossessionati dalla legalità in qualsivoglia forma o siano non abbastanza affabili e amabili e soprattutto fruibili. L’astuzia giunge a reclutare qualche esodato del vecchio Partito, che in attesa della pensione annuisce (o forse sovrintende e manovra: chi può dirlo, nelle foschie della Bassura?). Svelti svelti, si saldano debiti elettorali mediante libere interpretazioni dei regolamenti; si coglie al volo qualche assist provvidenziale allo scopo di vendicare vecchi sgarbi a bottegai e vivaisti; si puniscono senza misericordia intransigenti funzionari colpevoli magari di aver scontentato un ottimate, un affarista, un appaltatore, un parente di consigliere di maggioranza o minoranza; si innalzano le nullità manovrabili, i demeritevoli assetati di rappresaglia, gli assenteisti grondanti astio per essere stati prima smascherati e ora pronti a ogni servigio. I vessilli della meritocrazia sventolano, anche qui nell’aria opaca di Agrùmia, ma capovolti e sbrindellati. L’asfittica stampa locale diffonde il nuovo verbo, mentre la Rete mette a disposizione rudimentali macchine del fango manovrate da teppisti appena alfabetizzati e malvagi sedicenti catoni.
Così, nell’arco di pochi mesi, un sanguinoso spoil system è realizzato ad Agrùmia, in perfetta coerenza con il feroce nuovo corso maggioritario. I giovani amministratori neopotenti affabilmente, amabilmente, fruibilmente sorridono. Le opposizioni debolmente, gracilmente, affabilmente obiettano. Il popolo, nelle sagre, applaude assessori canterini e giocondi, e pazienza se l’Incarbonizzatore promette di raddoppiare, se emette diossine che appestano e ammalano, se i fumi infittiscono la cappa velenosa che grava sui vivai. Il comitato d’affari si compiace. I buoni, se ci sono, tacciono. Sullo sfondo, nuovi magnati e antichi venerabili osservano dietro vetri blindati. Sobbollono nel frattempo nuovi calderoni, si allenano stomaci e muscoli a ulteriori prilli e giravolte, gighe e tresconi. Succede ad Agrùmia come altrove. Poiché da Agrùmia, amici, si vede il mondo.

II. L’acqua d’Agrùmia

Agrùmia è terra d’acque frequenti e multiformi: la attraversano cinque principali corsi d’acqua – in realtà stenti tributari, malcerti nel tragitto pianeggiante e scarsi di flusso tranne quando, nelle stagioni di mezzo, certe lunghissime piogge rabbiose li gonfiano di fango. I cinque sono la Sbrana, l’artificiale Còppale (l’antico alveo artificiale in cui fu deviata l’antichissima Ella, nel suo residuo settentrionale tratto già divisa in Ella delle Banditelle, Ella degli Acquiputoli, Ella delle Conche), la Buriana e il superbo Uggione, immissario del lontano Fiume Reale eppure qui mera acquitrinosa dimora di zanzare e girini. Il loro faticoso percorso circoscrive la terra d’Agrùmia e per gran parte dell’anno la ammolla di scolaticci, la inzuppa di liquami, la infradicia di spurghi.
Ma, in realtà, in ogni suo quadrante questa terra madida è attraversata da rogge e minimi navigli: superstiti fossoni scampati per qualche tratto all’asfaltatura e ancora ingombri di scure piante palustri e pesanti ragni indolenti; fossetti di confine gremiti di larve opaline e filacce marce; sbocchi di cloache mezze ostruite da mummie di piccione e indecifrabili lordure.
Ad Agrùmia, terra piatta oltre ogni dire, ogni acqua tende inesorabilmente all’acquitrino, ogni liquido sparso s’impantana. L’antichissima vocazione paludosa dell’acqua agrumese genera, nella Bassura, variegate poltiglie, alle quali ben s’addice la piattezza dell’elenco: tra lo sterpame lungo la superstrada, stagni coperti di filamenti verdi e peduncoli mucosi; ai bordi delle strade sconnesse, pozze persistenti – esiti di perdite di tubature – in cui aggallano iridescenti tracce di vecchia nafta, penetrata nel terreno ai tempi remoti del boom economico, quando ogni muro tremava al boato ininterrotto dei telai; lungo i marciapiedi, rigagnoli di fanghiglia che, seccando al primo buffo di vento, lasciano una sporcizia minuta e incallita, memento di vecchie alluvioni e già notizia di nuove melme imminenti.
La terra d’Agrùmia, infatti, inclina con costanza alla mota, alla melletta, alla mucillagine, eccezion fatta per i giorni di gran caldo, quando si disseccano le prode e si muta in polvere ogni putredine. E’ pertanto difficile, ad Agrùmia, scorgere il limite esatto tra acqua morta e terra intrisa, così come è difficile distinguere, respirando l’eterna nebbia della Pampa, tra etere corrotto e umori vischiosi.
Simmetricamente, dunque, l’aria d’Agrùmia propende alla foschia, alla bruma, alla caligine: nell’atmosfera già di per sé densa di veleni, indugiano goccioline pesanti che lasciano untume sui capelli e sui parabrezza, e tra palato e lingua sapore di pattumiera mal lavata.
III. L’aria d’Agrùmia
Ad Agrùmia – come in altre consimili località della Bassura – pesa sui giardini delle case, sui terrazzi e fuori dai vetri delle finestre un’aria dall’apparenza talvolta trasparente, neutra, inoffensiva. Essa invece pullula sempre di polveri sottili, foschie, fumi, dispersioni colloidali, esalazioni, particolato fine e grossolano. Ogni agrumese, è stato calcolato, respira in condizioni di riposo dai 6 ai 9 litri di aria al minuto; camminando, però, ben 60 litri al minuto, e correndo addirittura 130 litri. L’agrumese, in quanto essere vivente, tutto il tempo inspira espira, inspira espira, inspira espira. Giorno e notte inspira espira. Inspira espira mentre, in giardino, al tramonto, ammira l’effetto Tyndall che tinge il cielo di rosso, e non solo a ovest. Inspira espira, inspira espira mentre, affacciato alla finestra, osserva sulla superstrada i camion che trasportano altre 8000 tonnellate di spazzatura all’Incarbonizzatore. Inspira espira, inspira espira, inspira espira mentre, dal terrazzo sul retro, guarda gli scatoloni in cui sono chiusi i libri della biblioteca agrumese, dismessa come cosa soverchia e inutile ai nuovi tempi. Inspira espira, inspira espira, inspira espira, inspira espira mentre, la mattina, attraversa il parco invaso dai rifiuti e dalle zecche, e cammina a passo lento, per tentare di respirare solo 6 litri di aria al minuto, e non – come invece inesorabilmente accade – 60 litri o peggio 130 litri d’aria densa di polveri sottili, dispersioni colloidali, esalazioni, particolato fine e grossolano, foschie, fumi.
Nei giorni della canicola, gli agrumesi – come pressoché tutti gli abitanti della Bassura – ambiscono alle spiagge e alle montagne: se possono, volentieri partono e vanno a respirare aria salsoiodica o frizzanti brezzoline. A quelli che restano, invece, può capitare – e proprio nei lunghi giorni chiari in cui Sirio brilla spietata e i condizionatori rombano senza pace – di respirare con l’aria d’Agrùmia anche una eccedente quantità di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofuraniemesse dall’Incarbonizzatore – impianto ormai peraltro meritevole, data la sua presenza ineludibile nella vita delle comunità locali, di un nome proprio, che andrà quindi coniato e usato per un battesimo possibilmente sontuoso: Creio? Oxalaia? Golem? Leviatàn? Al probabile fine di non pensare alle conseguenze future dell’inestinguibile incarbonizzamento, qualche agrumese forse ora almanacca, inspirando espirando, proprio intorno alla nominazione del mastodonte, o forse fantastica sulle circostanze passate della malaugurata emissione, interrogandosi non tanto sul perché ma sul come: in che modo i misteriosi policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani fuoriescono? In che modo si slanciano nel cielo della Pampa? In che modo debordano dagli altrimenti sigillati orifizi dell’Incarbonizzatore? Scaturiscono, questi policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, lentamente con un sibilo? O fuoriescono d’un botto con fragore? Affiorano insidiosi da sopra o trasudano oleosi dai lati o percolano collosi da sotto o rampollano liquidi-liquidi tutto intorno? O magari debordano straripano tracimano, come gli anonimi fossi fanno puntuali ogni novembre nella bassa Bassura ferucolense, nella piatta Piana vignòlica, nella pantanosa Pampa barbaricina? O svaporano invisibili e silenziosi nell’aria circostante e soprastante, addensandola appena, infettandola, corrompendola, affidando alle correnti – che al crepuscolo muovono appena appena la calura stagnante – tossici da distribuire su Cacuminàle (comune vicino nel quale ha legalmente sede l’impianto) e su Agrùmia e in tutta la Piana, inesorabilmente, fino alla città e oltre: veleni silenziosi e invisibili sulle case e sulla pelle e nei polmoni e nelle tiroidi e nel dna di tutti, dei poveri e irrilevanti come dei ricchi e potenti: i quali ultimi, al ritorno dai monti e dai mari, saturi di iodio e di brezza, troveranno pure loro, e giustamente, densa aria agrumese da respirare, inspirare espirare, inspirare espirare, inspirare espirare. Usque ad finem.

IV. Il fuoco e il veleno d’Agrùmia
Il fuoco di Agrùmia è quello che giorno e notte ruggisce dentro il sullodato Incarbonizzatore: brucia l’immondizia a yottatonnellate, e infaticabile aggiunge sostanze venefiche alle acque e alle arie già ben sature di fitofarmaci e anticrittogamici
Nessuna purificazione o catarsi o palingenesi si può attendere da questo fuoco: Agrùmia non conosce evoluzione, nemmeno nelle forme cicliche che le mitologie garantiscono con vertiginosi anni cosmici scanditi da conflagrazioni universali e periodiche rigenerazioni.
Nel fuoco di Agrùmia non agisce nessuna forza produttiva o ragione ordinatrice, nessun arché – nessuna apocatastasi o diakosmesis (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, della lettura di Diogene Laerzio: ma qui malvolentieri si tollerano gli eruditi).
Il fuoco di Agrùmia è fuoco post-industriale, velenifero e redditizio: è un feticcio automatico (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, anche della lettura di Karl Marx: ma qui di contraggenio si mandan giù i filosofi).
Diciamo allora che il fuoco d’Agrùmia è tutto sterile veleno. Ma, qui ad Agrùmia, non solo nel fuoco ribolle il veleno. Agrùmia intera trasuda veleno: ne è intrisa la terra, ne è pregna l’aria, ne schiumano le acque. Soprattutto, ne sono gonfi gli agrumesi, fossili portentosi di epoche remotissime e bestiali, soggetti per antropologi di stomaco robusto, poiché qui i comportamenti si producono da pulsioni primordiale, tessono vischiose ragnatele di rapporti pre-politici e pre-umani.
Nella velenosa Agrùmia vale infatti l’appartenenza alla tribù, vale il signacolo ancestrale capace di prevalere non solo sul merito e la ragione ma anche sulla funzionalità minima: si sacrifica volentieri l’efficienza – la comodità, perfino – all’intimità con i manovratori, generatrice di infiniti minutissimi favori. Avere in famiglia anche un miserrimo traffichino dà un prestigio e una sicurezza incomparabili, e senza neanche bisogno di troppa ostentazione: tra l’una e l’altra piazza di Agrumia, tutto si sa di tutti.
Così, il fuoco d’Agrùmia cuoce e ricuoce il veleno, bolle le tossine secrete senza sosta, rosola frigge arrostisce i mille mali che gli agrumesi trasudano e coagulano in coaguli, in grumi che si incrostano ovunque e avvelenano i malcapitati: malacarne (in senso proprio e in senso traslato), malaccortezza, malacopia, malacreanza, malefatte (in senso proprio e in senso traslato), malafede, malaffare, malagrazia, malalingua, malandrini, malanimo, malanni, malaparata, malaria, malasorte, malattia, malaugurio, malaventura, malavita, malavoglia, malconsiglio, malcostume, maldestrezza, maldicenza, maledizione, maleducazione, maleficio, malodore, malerba, malessere, malevolenza, malfare, malfattore, malformazione, malgarbo, malgoverno, malgusto, malignità, malinconia, malincuore, malinteso, malizia, malmerito, malocchio, malora, malpensante e malpensiero, malridotto, malsanìa, maltrattamento, malumore, malusanza, malvagità, malversazione, malvivente, malvolere.
Il male qui infetta la terra e ammorba il cielo, lo oscura: è un male retrivo, misoneista, oscurantista.
Non esiste a ben vedere, né è mai esistito, un’età dei lumi agrumese, se non per certa modernizzazione degli eterni e risaputi meccanismi di profitto per i ricchi e di privilegio per i potenti. Poiché, non dimentichiamocelo mai, amici, da Agrùmia si vede il mondo.
Ad Agrùmia, dunque, funzionano soprattutto congegni di salvaguardia della tribù: la comunità di sangue, l’iniziazione, l’espulsione dello straniero, il capro espiatorio, la gogna sacrificale, lo stigma (a sangue!) di salvaguardia clanica. Roba da antropologi, appunto. E tutto in scala minore – poiché Agrùmia è in ogni cosa infima – ma con un surplus di ferocia che compensa la dimensione ridotta, così che anche Agrùmia possa avere la propria cosmogonia atroce, la propria epica sanguinosa e, finalmente, la propria meritata apocalisse.

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Milva Maria Cappellini – Anton

Sull’alto treppiedi, al centro dell’aula, sta un trittico di bottiglie: un’ampolla di massiccio vetro verdastro; una boccia ungherese, scura, dal lungo collo esile; una sorta di balsamario di un azzurro opaco. Ora i ragazzi hanno smesso uno dopo l’altro di disegnare: finalmente silenziosi, tengono le matite strette fra le dita, i sorrisi bloccati, gli occhi abbassati o fissi di sbieco su Anton: ritto a lato della cattedra, carico come una molla, torvo, imprevedibile. L’aria, pesante di odori di solvente e di sudore, ha appena assorbito le parole affilate della professoressa – colpi di frusta schioccati su Anton, coltelli, giavellotti scagliati, proiettili esplosi contro l’ennesima insolenza di quel ragazzone membruto, incongruo, facile agli scoppi d’ira e al turpiloquio.
Pochi minuti prima Anton aveva alzato la testa dal foglio captando l’ennesima vibrazione del suo telefonino depositato, insieme a tutti gli altri, nella scatola appoggiata sulla cattedra. La rabbia si era svegliata e aveva scodinzolato, solleticando con il pelo ispido e sporco l’interno del cranio di Anton. Senza guardare la professoressa, inclinata con snella grazia a controllare il lavoro di un compagno della terza fila, Anton si era alzato dal banco e si era diretto verso la cattedra, con il ciuffo scurissimo dondolante sulla fronte china; a colpo sicuro aveva afferrato il telefonino: “Ma’, sono a scuola!”. Un bisbiglio nelle intenzioni, nel silenzio dell’aula invece un boato baritonale. I compagni dapprima avevano ridacchiato. La schiena affusolata della professoressa era scattata raddrizzandosi, gli occhi verdi di bottiglia spalancati – le parole fuoriuscite dalle labbra pallide con un sibilo di gas.
Non può mai esserci giustificazione e Anton non ne cerca ora. Sente la rabbia che si divincola alla base del collo e inghiottisce a vuoto per mandarla giù. Sarebbe inutile spiegare, lo sa bene. Occhi troppo verdi, labbra troppo bianche, schiena troppo dritta: una ballerina-vipera, una giapponesina di gesso duro. Come potrebbe capire, con quelle labbra tanto chiare, con quelle pupille tanto verdi, con quelle vertebre impilate l’una sull’altra con tanta armonia. Ieri lui è stato male un’altra volta, è scappato inseguendo la sua rabbia che affamata lo inseguiva; il babbo lo ha ritrovato soltanto a tarda sera al centro del parco, sfinito su una panchina, faceva freddo e lui con addosso solo una maglietta. E ora forse la mamma ha sbagliato l’ora della ricreazione, forse la bidella della portineria era nello sgabuzzino a fumare e non le ha risposto e lei si è spaventata; la mamma è in ansia sempre, dal giorno in cui si sono conosciuti, quasi dieci anni fa, nell’istituto. O forse è davvero successo qualcosa, e lui non lo sa perché ha riabbassato subito – non si risponde al telefonino durante le lezioni – e non le ha dato tempo. La rabbia di Anton, risalita dietro le sopracciglia aggrottate, sferra un gran colpo all’osso della fronte, poi un’unghiata alle palpebre, e lui per un attimo vede buio. Le ragazze ora allontanano i capelli dal viso con scosse secche del collo, i piedi scalpicciano cauti sotto i banchi, qualcuno lascia andare il respiro con un piccolo sbuffo. La rabbia di Anton, dietro lo sterno, fracassa di pugni le costole. La professoressa lo guarda con le labbra strette, in silenzio: è una bambolina preziosa, gli occhi sono smeraldi, la bocca è schiuma di mare, la schiena ha la linea delicata di una biscia, l’equilibrio di un serpente a sonagli che sta per colpire. Lentamente ora porta le mani al petto, come per contenere un sospiro; con quelle dita appuntite ha firmato insieme a tutti i suoi colleghi, proprio il giorno prima, certe carte che parlano di Anton, della sua rabbia, dei modi possibili di domarla, di distrarla, renderla meno pericolosa. Ha firmato con la sua grafia elegante, come ogni giorno firma circolari e documenti, le ricevute, gli scontrini della carta di credito. Senza pensarci e senza crederci. E infatti la rabbia di Anton, tra lo stomaco e la pancia, morde e maciulla, e lui qualcosa deve pur darle da mangiare, altrimenti lei con i suoi denti aguzzi lo sbranerà una volta per tutte.
Così, con voce quasi tranquilla, alta e chiara, Anton pronuncia una bestemmia, la peggiore che conosce. Poi si incammina verso la porta, attraversando l’aula in diagonale: obbedisce alle parole-pugnali della professoressa, una statuetta scolorita che rimane immobile, le mani viperine ancora al petto.
Anton passa vicinissimo al treppiedi, le tre bottiglie vibrano in sordina ai passi pesanti nelle scarpe da ginnastica: vibrano alla rabbia nera a stento placata, alle vecchie ferite che non smettono mai di far male, alle botte prese da piccolo, all’abbandono, all’istituto, alla vecchia fame di Anton, alla sua vecchia sete, alla sua vecchissima solitudine. Il braccio sinistro, dondolando nel passo, quasi sfiora l’ampolla, la boccia ungherese, il balsamario.

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@Sete Luas – Marsiglia

 

Neanche la bouillabaisse pressoché putrida mangiata in uno dei ristoranti per turisti nei vicoli sul porto era riuscita a rattristarla: l’adrenalina che scorreva copiosa in lei aveva disinfettato perfino la verdura pesta, il pesce quasi decomposto. Non erano lì per la gastronomia tipica, del resto. Ora guardava di sottecchi, camminando svelta sui tacchi, l’uomo alto e aitante che le premeva piano il gomito, guidandola verso l’albergo; per lui aveva fatto cose, negli ultimi giorni, delle quali mai si sarebbe immaginata capace. Prudente per natura e per pratica assidua, aveva organizzato tutto cercando di mantenersi quanto più possibile prossima alla verità: aveva rintracciato una manifestazione in zona a cui plausibilmente partecipare per motivi di verosimile aggiornamento professionale, chiesto giorni di permesso al lavoro, acquistato i biglietti ferroviari, prenotato on line un albergo – piccolo e modesto, anch’esso del tutto compatibile con le sue abitudini da provinciale – nella parte antica della città, vicino al luogo dell’antichissimo sbarco dei Focesi. Il restante ambito di menzogna e tradimento risultava sufficientemente ridotto perché i sensi di colpa non potessero avervi troppo spazio. Nei giorni febbrili della preparazione, il continuo pensiero dell’uomo prestante e signorile che ora le camminava accosto aveva bruciato ogni esitazione. Lui aveva capito, e aveva lasciato a lei la logistica dell’incontro, per consentirle di assorbire l’inquietudine, di attutire, di normalizzare l’avventura.

Era partita da casa con il cuore in gola, era scesa alla stazione concordata e l’aveva trovato ad aspettarla, elegante e sorridente, appoggiato alla sua bella berlina lucida. Le aveva aperto la portiera: sul sedile del passeggero c’era una rosa gialla. Lei era arrossita di piacere e di attesa. Il suo amante. Un uomo affascinante, affermato, e lei così quieta e normale: un incontro casuale, un miracolo la loro attrazione reciproca, profonda, sfrenata. Avevano parlato e riso, durante il viaggio, come due ragazzi; lui le lasciava la mano solo per cambiare la marcia, lei sfiorava la gamba muscolosa, la stoffa dei pantaloni dalla piega netta. Usciti dall’autostrada, avevano spento il climatizzatore, nonostante la calura precoce di quei giorni di inizio giugno, per poter godere del vento del Var, profumato di timo, che entrava dai finestrini. La città era bollente, devastata da lavori in corso ovunque, l’aria pesante di odori e polvere anche al tramonto. Il mare, tra le due fortezze, aveva riflessi di piombo e di fuoco.

Ora camminavano verso l’albergo, a passo spedito a dispetto del pasto greve. Avevano dilazionato quel momento tanto desiderato (la porta chiusa dietro le spalle, un grande letto, una intera notte davanti) per gustarne meglio tutta l’intensità, ma ora avevano fretta di avere quel letto, quella notte. Ecco l’edificio, alto, stretto fra altri, la facciata sbiadita (molto sbiadita) con l’insegna gialla nel buio (lui esitò nell’entrare), i gradini di ingresso ricoperti di moquette (il passo elastico di lui rallentò impercettibilmente), la conciergerie con il bancone demodé e l’abat-jour dal paralume stinto (lui lanciò a lei uno sguardo di lato, che lei non vide). Soffocata dall’emozione, lei gli porse il documento perché lo consegnasse al portiere assorto, lento; vide poi lui, con un gesto forse un poco frettoloso, prendere con due dita la chiave da cui penzolava la targhetta di plastica e subito avviarsi all’ascensore: insolito che, galante com’era, non le cedesse il passo – ma lei era forse in grado di accorgersene? La cabina dell’ascensore era minuscola e maleodorante (un foglio scritto a macchina e fissato con una puntina annerita avvisava che la colazione era servita dalle sette alle dieci e non era compresa nel prezzo del pernottamento): ma si sarebbe forse potuta, anche di questo, rendere conto? Si appoggiò un attmomento a lui, con le dita carezzò le cifre ricamate sulla camicia leggermente umida. Primo piano, secondo, terzo. Il corridoio era stretto ma breve, la serratura docile, l’interruttore solo vagamente vischioso. Si accese una luce fioca: ma a che serviva ora la luce? Appena serrata la porta, lui la cinse da dietro e le baciò la nuca. Un attimo, e lo sentì imprecare sottovoce. A un passo da loro, il letto della camera era disfatto, nessuno evidentemente aveva fatto le pulizie. Trattenendo a stento il disappunto, lui provò a chiamare la portineria, ma il telefono era muto. Scesero, lui fu educato ma fermo (anni di consigli di amministrazione lo avevano reso resistente allo stress) ed ebbero un’altra camera: tre piani più su – je suis désolé, monsieur – e appena un po’ più piccola. Qualcuno, intanto, aveva chiamato nel seminterrato l’ascensore, e stava trattenendo la cabina, così salirono le scale anguste, rampa dopo rampa; entrarono, chiusero la porta. Lui la strinse da capo. Stavolta il letto, lì davanti, era approntato: era singolo, però. Scesero di nuovo le scale, il portiere cercò di convincerli che si trattava per l’appunto di un french bed; lui avanzò nuove rimostranze ed ebbero un’altra camera, l’ultima libera: appena appena un po’ più piccola – je suis très désolé, monsieur – e nel sottotetto. Lassù in alto stagnava un’aria irrespirabile. Prima di prenderla tra le braccia, stavolta, lui si tolse la giacca, la appoggiò alla spalliera consunta della poltroncina ed entrò nel bagno asfittico per sciacquarsi il viso; non c’era traccia di asciugamani. Stavolta scese da solo, tornò cinque minuti più tardi, traspirando copiosamente e bestemmiando sottovoce, con una bracciata di teli biancastri. Lei era rimasta per tutto il tempo ritta vicino alla porta, col fiato sospeso, pronta a riprendere l’abbraccio esattamente dove era stato interrotto. Lui le passò le salviette, si tolse le scarpe e fece due passi verso il pannello del condizionatore, spostando su e giù una levetta; la macchina prima frusciò brevemente, poi tacque, ronzò, poi tacque. L’aria chiusa della stanza di colpo sembrò ancor più torrida. Lui armeggiò con le manopole, senza risultato. Lei rimase in piedi, in silenzio, con la borsa appoggiata in terra vicino alle caviglie e la pila di strofinacci sulle braccia tese. Lui cercò di nuovo di telefonare, ma neanche qui il telefono dava segni di vita. Si rimise le scarpe e salì su una sedia; assestò un paio di colpi al parallelepipedo di latta incastrato sopra la porta, senza ottenere altro che nuvolette di bioccoli di polvere e uno spolverìo di calcinacci. Scese di nuovo. Tornò dopo dieci minuti, fradicio di sudore, per comunicarle con voce strozzata che l’aria condizionata veniva messa in funzione in tutto l’albergo solo a partire dalla metà esatta di giugno: precisamente il giorno dopo, dunque. Aprì la finestra: entrò una folata di aria appiccicosa, portando fin lassù gas di scarico e odore di fritto. Per strada, un gruppo di ragazzi schiamazzava, ascoltando musica a volume altissimo dalle autoradio delle auto ferme con il motore acceso e le portiere aperte. Ciò nondimeno lui riuscì ad abbracciarla un’altra volta, scostandole i capelli e mormorando perfino qualche dolce sciocchezza adatta alla circostanza. Lei sentì il suo odore struggente di pelle maschile, di dopobarba costoso e tuttavia ormai impotente contro il lieve rancido del sudore. Un secondo dopo, lui balzò indietro schiaffeggiandosi con violenza una guancia ed esclamando un’orribile parolaccia: lei trasalì, ma vedendo sul palmo di lui una traccia di sangue e una zanzara spiaccicata si lasciò sfuggire un risolino. Lui la fulminò con uno sguardo, lei accennò a scusarsi ma lui tornò ad avvinghiarla, negli odori e nei rumori, nel ronzio incessante delle zanzare che entravano a sciami, nel caldo insopportabile, nella luce giallastra dell’insegna. La portò verso il letto maledicendosi silenziosamente per non aver prenotato al consueto Vieux Port, scostò la coperta (per elementari ragioni igieniche, non faceva mai l’amore sulle coperte dei letti negli alberghi, neanche al Vieux Port) scoprendo lenzuola dal colore incerto che si sforzò di ignorare. Si sdraiarono, si spogliarono l’un l’altra, lui recuperando in extremis la sicurezza che lo rendeva irresistibile, lei con i prevedibili, teneri gesti goffi di un’adultera principiante. Per strada arrivavano e ripartivano motorini, con gran fracasso di marmitte e urla di saluto, mentre gli aromi dei ristoranti salivano a spire umide e dense, e le zanzare si affollavano attirate dal chiarore dell’insegna e dal calore crescente dei corpi.

La sintonia, nell’amore, è forse un fatto di confidenza e anche di comfort, mentre l’eccesso di passione dei nuovi amanti talvolta ingorga e impaccia, massimamente in condizioni disagevoli. L’abbraccio così fu veloce, e la temperatura richiese pronto distacco delle membra e pretese litri di acqua fresca. Purtroppo il minibar era vuoto e dovettero accontentarsi del sorso tiepido rimasto in una bottiglietta comprata nel viaggio. Lei del resto gli cedette volentieri quelle poche gocce. Cercarono in seguito di dormire, tenendo a una certa distanza i corpi attaccaticci; perfino l’intreccio delle dita diventava, con quell’afa, penoso. Il frastuono giù in strada non cessava, le cucine assediate dai turisti lavoravano a tutto vapore, le zanzare volavano a stormi compatti. A tarda ora, il raggio laser di un locale cominciò a sciabolare ogni trenta secondi la penombra della stanzetta. Lui si alzò più volte per chiudere la finestra, e ogni volta dopo pochi minuti si rialzò per riaprirla, non appena il caldo si faceva intollerabile. Quando alla fine la gazzarra si placò e i fornelli vennero spenti, una luce scialba cominciò a invadere la stanza e l’aria diventò quasi fredda, tanto che lui dovette alzarsi un’ultima volta per chiudere le imposte. Le zanzare superstiti – scure, gonfie, sazie – erano ormai appese immobili alle pareti e sul soffitto. Ripresero sonno, promettendosi mentalmente un nuovo amplesso mattutino, ma un attimo dopo li svegliò un brontolio sordo, che diventò uno sferragliare acuto e poi si assestò in un rombo continuo, mentre una violenta folata gelida e puzzolente li investiva in pieno petto: l’impianto di condizionamento centralizzato, puntuale, era partito in tutto l’albergo. Non ci fu verso, per tutto quanto restava della notte, di spegnerlo né di difendersi dalle raffiche.

Partirono prima delle sei. Porgendo la carta di credito al concierge, mentre lei aspettava in disparte, lui sibilò: “E guai a lei se si azzarda a farmi pagare la colazione”. Accennando un piccolo inchino, costui rispose con voce ferma: “Monsieur, niente petit déjeuner stamani: quando abbiamo riavviato l’air conditionné è saltato il microonde e per oggi ci è malheureusement impossibile scongelare i croissants. Je suis vraiment désolé”.

@Sete Luas

 

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Milva Maria Cappellini – Di vetro e d’inferno, Margherita

Come ogni mattina Margherita, prima di uscire, si guarda allo specchio il viso, esercitandosi a vederlo come un oggetto che solo in via provvisoria le appartiene e che, comunque, non coincide del tutto con lei. Si avvicina alla superficie riflettente finché i particolari diventano enormi e perdono il loro rapporto con l’equilibrio generale di lineamenti ed espressione. Si allontana, rimette a fuoco l’immagine, muove la testa per annullare i riflessi, segue con lo sguardo la linea delle tempie, la curva delle guance e del mento, i contorni della bocca, il profilo delle narici. Osserva con attenzione la macchia delle labbra, le ombre ai lati del naso, la tensione degli zigomi e lo spazio chiaro della fronte. Esamina l’arco delle sopracciglia e il taglio delle palpebre, ma evita con cura di guardare le pupille e il colore dell’iride. L’intera operazione, per quanto meticolosa, dura anche stamattina, come ogni volta, pochi minuti. Alla fine Margherita esce e per un momento, sul portone, la sua figura si staglia in controluce: sembra che solo lo zaino gonfio riesca a tenerla a terra.
Durante l’intervallo, a scuola, oggi Margherita non si alza dal banco. I compagni si sono stancati di chiamarla, ora entrano ed escono a scatti dalla classe, riempiono con i loro corpi mobili lo spazio intorno a lei, coprono di colori chiassosi le pareti, contribuendo a completare le campiture già iniziate dalle carte geografiche e dai cartelloni. Seduta, Margherita pensa a un pianeta incolore, all’ombra che si addensa negli avvallamenti deserti. Immagina la luce come una polvere leggera che si posa sulle convessità vuote rischiarandole senza colorarle. Ricorda una lezione di fisica: secondo Isaac Newton, la luce è un aggregato di corpuscoli di varia specie proiettati con velocità costante dai raggi luminosi. Proprio la varietà dei corpuscoli giustifica la diversità dei colori. Christiaan Huygens sostiene invece che la luce è dovuta, come il suono, alla vibrazione meccanica di un mezzo speciale, l’etere cosmico, che riempie l’universo. Ma la fisica quantistica spinge a pensare le onde luminose in modo diverso, come uno strumento concettuale.
Dopo la scuola, seduta alla scrivania della sua stanza, nel cono di luce della lampada, Margherita guarda le pagine di un libro, soprattutto intenta, anche stavolta, al perimetro della pagina, alle proporzioni di righe e margini, alle curve precise delle minuscole, all’inclinazione dei corsivi. Le illustrazioni interrompono variamente la simmetria delle colonne con i loro colori vistosi, i segni troppo marcati che le delimitano. Margherita aggiusta lo stelo flessibile della lampada perché la luce cada al centro della pagina: chi la guardasse con attenzione, vedrebbe ora le sue pupille contrarsi e dilatarsi al variare della luce riverberata dal bianco della carta. Le lettere spiccano violente:

Negli organismi superiori, il numero e la forma dei cromosomi (corredo cromosomico) è tipico e costante per ogni specie. Nelle cellule somatiche dell’uomo si trovano 46 cromosomi, di cui 22 coppie di cromosomi omologhi e una coppia di cromosomi sessuali. I cromosomi sessuali possono essere uguali (nelle femmine: XX) o diversi (nei maschi: XY). Il corredo composto da coppie di cromosomi omologhi è detto diploide, in opposizione a quello aploide, tipico delle cellule germinali, in cui è presente solo una singola coppia di cromosomi.

A scuola, stamattina, Margherita ha domandato al professore come si trasmette il colore degli occhi. La spiegazione – colore chiaro recessivo, colore scuro dominante – le è sembrata generica ed evasiva, così ha insistito, chiedendo leggi precise e costanti, dati esatti. Alla fine il professore ha dovuto rimproverarla per quel suo vizio, per tutti fastidioso, di porre attenzione ai più piccoli dettagli perdendo così di vista il quadro generale, il senso, il significato globale. Lei lo ha interrotto per chiedere se sia possibile conoscere il colore degli occhi dell’uomo paleolitico, e se davvero Alessandro Magno abbia avuto un occhio azzurro e uno blu. La voce del professore si è fatta leggermente stridula e spazientita. Margherita ha mosso la testa annuendo, ma stava ormai pensando ad altro: a un possibile mondo composto solo di dettagli, privo di un senso generale che non sia, come nel nostro, da ricomporre a ogni sguardo, con aggiustamenti laboriosi, allineamenti, focalizzazioni. Un mondo così, pensa, è quello degli insetti. Un mondo cristallino e geometrico per i loro occhi sfaccettati.
Ora Margherita alza lo sguardo dalle pagine del libro, spenge la luce e un po’ d’ombra cade nella stanza. Dai vetri entra un chiarore smorto da primo pomeriggio invernale. Margherita si avvicina alla finestra e guarda in strada. Se potesse vedere oltre i palazzi di fronte, vedrebbe le colline e, se ci fosse un po’ più di luce, potrebbe perfino scorgere i corsi d’acqua che scendono dalle pendici verso il piano: torrenti, ruscelli e, ormai in pianura, il fiume. Margherita immagina i fossi sotterranei, le volte di mattoni delle fogne, il percorso stentato dell’acqua negli alvei di cemento lungo le strade di periferia, i rigagnoli ai bordi delle strade e in mezzo ai vicoli del centro, la superficie oleosa e iridescente delle pozzanghere nei parcheggi. Pensa che l’acqua in pianura ha bisogno del vento per muoversi.

In questa pianura, centocinquant’anni fa, viveva Liberata. Liberata non fu nutrita di latte materno, perché un serpente cadde sul seno di sua madre Amelia, che la allattava seduta sotto la cappa del camino e che da allora non concepì mai più né ebbe più latte. Forse per questo Amelia non fu, per la sua pur unica figlia, una madre amorosa: Liberata non aveva forse ancora dodici anni e sua madre già la sogguardava con il sospetto e, infine, il rancore che si riserva alle ragazze non belle. Ben presto, Amelia cominciò a borbottare malevola tra i denti, e invece Liberata, a sedici anni, sposò Ottavio, gettatello nato in un giorno di fine inverno dallo Spedale del Ceppo e da genitori incogniti, che lavorava come garzone alla Villa della Contessa e che fu licenziato tre giorni dopo il matrimonio mentre, di mattina presto, curvo e senza pensare proprio a nulla, potava le siepi di bosso. Non era infatti uso della Villa tenere garzoni ammogliati, e non c’era motivo alcuno di fare eccezione per quel giovanotto di gamba corta e di poca destrezza. Il ghiaino gelato scricchiolava sotto gli stivaletti di marocchino della contessa, nei viali del parco, quella mattina in cui, camminando svelta verso le scuderie, si era soffermata per dire al garzone che il giorno dopo facesse pure a meno di venire. Ottavio si era alzato di scatto, con gli occhi pieni di barbagli, tanto confuso che sulle prime non aveva capito niente, ed era rimasto lì impalato, canticchiandosi nella testa vuota un mezzo stornello per farsi coraggio e cincischiando inutilmente con le dita l’orlo del berretto, finché il fattore, a un cenno della contessa che già si allontanava, gli si era avvicinato e gli aveva messo in mano qualche soldo. Dopo aver finito di potare le siepi, scendendo a passo lento il poggio su cui sorgeva la villa, Ottavio aveva cercato con lo sguardo la linea del fiume nella pianura, e la strada parallela al fiume, e sul bordo della strada la casa. Aveva visto il fiume e, nella polvere, la strada. La casa invece non era riuscito a distinguerla, perché ormai era sera.

Il pomeriggio volge verso la sera, e Margherita, seduta a un tavolo della biblioteca comunale, scorre con gli occhi le righe di un grosso volume. La distraggono però le scritte incise sul piano di legno, i messaggi d’amore e di scherno. Ha l’impressione che intorno a lei gli oggetti siano leggermente sfalsati rispetto al posto che dovrebbero occupare, che il corpo delle persone non coincida in modo del tutto esatto con le nicchie che ognuno dovrebbe riempire nello spazio. Anche i colori sono imprecisi, come se l’iride avesse subìto un piccolo spostamento. Solo quei segni incerti sul piano del tavolo sembrano trovarsi davvero al proprio posto. Torna a leggere, nella luce bianca del neon:

In origine le acque dei principali torrenti andavano tutte a confluire, seguendo la naturale pendenza del terreno, in una zona ristretta, dove in antico dovevano ristagnare acque malsane e paludose. Tale situazione deve aver prodotto il depositarsi periodico in tutta la pianura di ampi strati alluvionali. Si deve forse a questo l’assenza totale di ritrovamenti archeologici pre-medievali nella zona.

Nella sala di lettura quasi vuota, Margherita appoggia la guancia al palmo della mano e pensa alla pianura: la casa in cui è nata sua nonna è ancora lì, in quella zona bonificata tardi, in fondo a una strada non ancora asfaltata e subito devastata dalle bombe, in tempo di guerra. Margherita non sa a chi appartenga ora quella casa di cui nessuno parla con nostalgia e in cui nemmeno sua madre, nata in città, è mai entrata. Non è la casa di famiglia, è solo una vecchia casa in pianura, in cui Liberata per qualche anno è vissuta. Liberata non è il genere di antenata a cui il pensiero possa andare spesso o che si possa ricordare con chiarezza: era così povera e così smunta che i suoi passi non hanno lasciato impronta alcuna sulla terra. Del resto – il libro è chiaro in proposito – in questa pianura nessuno ha impresso tracce: non punte di freccia o frammenti di mascella o cocci d’anfora, né ceppi miliari, resti di case, fondamenta, pietre in cerchio di focolare o buche di antichi pozzi. Eppure, riflette Margherita, i dinosauri avranno calpestato anche queste piane, i pitecantropi le avranno attraversate, poi saranno passati in marcia legionari romani, schiere urlanti di barbari da Settentrione e saraceni risaliti lungo il corso dei fiumi, e poi pellegrini affaticati verso la Spagna. Uomini e donne, di certo, saranno poi vissuti qui, in pace o più spesso senza troppa guerra, depositando imprecise memorie solo in certi registri ingialliti, slavati dalle alluvioni, bruciacchiati da qualche incendio, dimenticati nelle canoniche. Erano certamente esseri pazienti e silenziosi, come Liberata. Tuttavia, non lasciare orme o solchi non significa non esistere, e perfino Liberata era esistita.

Non si era ancora levato il sole quando Liberata uscì sull’aia per guardare Ottavio che partiva. I soldi della contessa finirono presto, e quando furono finiti, Liberata aspettò tre giorni e quattro notti e poi, la mattina del quarto giorno, si mise in cammino per cercare di pane. Non era un fatto eccezionale: quasi tutte le donne che abitavano nelle case sotto l’argine del fiume o in quelle raggruppate all’incrocio tra le quattro strade lo facevano, trascinandosi dietro bambini e biascicando preghiere. Ma era la prima volta per Liberata, che aveva forse sperato di non doversi mai trovare a contare quei passi, a guardare con quegli occhi la polvere di quella strada. In tasca aveva un filo di refe nera con sette nodi e sul petto le pendeva, tra la pelle e la camiciola, un abitino della Madonna. Liberata era silenziosa e selvatica e, come non l’aveva amata sua madre, nessuno nella zona l’amava. E’ vero che spesso le madri ricorrevano a lei che sapeva, senza fatica, consolare all’istante il pianto dei lattanti inconsolabili, con una sua cantilena sottovoce e un dondolio leggero da mentecatta, ma anche questo non le aveva guadagnato alcuna benevolenza tra le vicine. Anzi, era tenuta quasi in conto di strega, sebbene non avesse mai tratto le sorti né avesse mai fatto fatture o intrugli a nessuno, se non, a tredici anni, un decotto di erbacce che aveva appestato per giorni la cucina: lo aveva bevuto di nascosto per disfarsi di una creatura che aveva creduto di portare nel grembo. Non conosceva uomo, però una notte, mentre svelta verso casa, le era sembrato di vedere un’ombra staccarsi dalla siepe e scivolarle sotto la sottana, e l’avemaria che diceva sottovoce le era morta tra i denti. Certo non era una strega, Liberata, e tuttavia c’era chi giurava – era una vicina che all’alba vuotava il pitale nella strada – di averla vista alla finestra pulire il pettine e avvolgere con attenzione intorno alle dita i capelli caduti, e buttare poi il batuffolo nell’angolo tra la casa e il muricciolo, là dove a notte passavano strisciando scarafaggi, piccoli scorpioni e altri animali che, certo, in quel groviglio sarebbero rimasti presi e impigliati, e avrebbero spasimato fino alla morte, soffrendo e facendo soffrire quegli stessi interminabili tormenti allo sventurato il cui nome Liberata aveva di sicuro nominato, nell’atto di compiere il gesto malvagio.

Da un quaderno che porta sempre con sé, Margherita prende una vecchia fotografia e l’appoggia al centro di una pagina del grosso volume che parla di fiumi e paludi nella pianura ma non parla di uomini e donne. I colori della foto sono sbiaditi, il nero slittato verso l’antracite o il bruno, il bianco diventato grigio o giallastro. La carta è arida al tatto, percorsa da minutissime fessure che la rendono ruvida, quasi squamosa. Sullo sfondo di un muro grigio, una donna è seduta su una sedia, tiene sulle ginocchia un neonato sostenendolo, con un braccio passato attorno al corpo, dritto e rivolto con la faccia verso l’obiettivo. A sinistra sta, in piedi, una bambina magra, piantata sulle gambe nude e con il busto leggermente piegato verso la donna e, quindi, verso il centro della foto. Ha le ginocchia un po’ gonfie e tutto il suo corpo sembra penosamente sbilanciato. Tutti e tre hanno un’espressione seria, quasi arrabbiata. Gli abiti non si distinguono, sono chiazze opache, neri quelli della donna e della bambina, scialbi quelli del neonato. Dietro la fotografia, le linee stentate di una data che a Margherita sembra assai lontana. Margherita scruta il viso della donna – la macchia cupa dei capelli probabilmente divisi in due bande compatte, i tratti marcati delle sopracciglia e del naso, il solco della bocca serrata – poi il viso della bambina, la sua pelle livida, la bocca imbronciata. Né dell’una né dell’altra, per quanto aguzzi lo sguardo, Margherita riesce a distinguere gli occhi, affondati in pozze scure. Ma sa che la bambina è la nonna Giovanna da piccola e che la donna è Zelinda, madre di Giovanna e figlia di Amatina, l’ultimogenita di Liberata.

Quella mattina Liberata si incamminò verso il poggio, attraversò i fossi e arrivò in vista della Villa. Le due statue ai lati del cancello avevano una mano tesa e l’altra ritratta, come per chiedere da un lato e dall’altro negare. Liberata costeggiò per qualche decina di metri il muro di cinta, poi trovò un varco mal protetto da assi di legno e oltrepassò la siepe. Camminò ancora un po’ tra gli alberi, poi sbucò in un prato al centro del quale si innalzava un albero altissimo, dai rami secchi e spogli ma completamente avvolti da un rampicante fiorito di corolle rosa acceso. Liberata, dato appena uno sguardo a quell’albero morto e fiorito, si avviò verso la Villa, ancora lontana oltre il laghetto. Nel suo cammino non incontrò anima viva, poiché il parco era deserto, come anche le scuderie, l’orto, la limonaia e tutti gli annessi dell’edificio principale. Questo era un fatto insolito, poiché la Villa aveva molte persone di servizio. Ma la contessa era una straniera, e nutriva la bizzarra convinzione che mostrare agli ospiti il lavoro in atto, anche quello altrui, fosse in un certo modo sconveniente. Del resto, era altrettanto raro che a quell’ora di mattino ci fossero ospiti svegli, e infatti quella mattina non ce n’erano, per quanto si trattasse di un giorno speciale, dato che si celebrava – e i preparativi erano cominciati già da quasi una settimana – l’anniversario del secchio dell’imperatore. Nel salone più grande della villa, infatti, su un’alta mensola di quercia, stava poggiato un secchio di ferro annerito. A Liberata, abituata a lustrare ogni settimana la sua mezzina di rame, quel vecchio secchio avrebbe fatto poca impressione, così scuro e ammaccato. Eppure quello era il secchio dell’imperatore che, stanco di una caccia durata tutto il giorno, proprio in quel secchio aveva bevuto, dopo avervi abbeverato il cavallo, tre secoli e mezzo prima che Liberata, senza essere vista da alcuno e muovendosi quasi come in sogno, con gli occhi bassi e il suo filo di refe nera intrecciato alle dita, arrivasse a una delle porte laterali, oltrepassasse senza accorgersene sale e corridoi vuoti, esitasse stagliandosi piccola e scura nella prospettiva di stanze illuminata dalle grandi finestre e fosse infine raggiunta da una cameriera attirata dal suono secco degli zoccoli sul marmo. Perfettamente silenziosa, ma con il volto atteggiato a grande sgomento, la cameriera prese Liberata per un braccio e la trascinò fuori, facendole ripercorrere a ritroso parte del percorso fatto, un percorso che ora, sveglia dallo strano torpore di prima, sembrò a Liberata spaventosamente lungo. La cameriera si fermò sulla soglia di una porta laterale e, sempre in silenzio, spinse giù dai gradini la mendicante e rimase a guardarla, continuando ad agitare una mano per cacciarla via. Nell’attraversare il parco in direzione della strada, Liberata non riuscì a scorgere l’albero morto e fiorito, per quanto, senza motivo alcuno, cercasse con una specie di nostalgia le macchie rosa dei fiori tra il verde scuro dei lecci.

Camminando per tornare a casa, Margherita percorre una via diritta, seguendo un rettilineo tracciato romano: quando attraversa il punto in cui il decumano incrociava il cardo, senza ragione si volta a scrutare il vicolo che taglia a perpendicolo la strada. Poi, continuando a camminare, abbassa gli occhi: se potesse vedere oltre l’asfalto, scorgerebbe un selciato secolare, segnato dalle ruote dei carri. Poi svolta in una strada più stretta: il percorso curvo e leggermente in salita costeggia e poi scavalca un cumulo di macerie, marmo e mattoni di una villa imperiale abbattuta molti secoli fa. A volte, Margherita pensa che qualcuno la segua, altre volte ha l’impressione di seguire qualcuno. Guarda davanti e dietro a sé, e vede solo i passanti. Ma la traiettoria curva del suo sguardo ripete la linea di un antico teatro, il suo ultimo sguardo esitante replica il tracciato obliquo di una strada longobarda.
La vecchia insegna di un pescivendolo le ricorda il sogno di stanotte: una distesa di pesci che si trasformano in uccelli, pinne che si fanno ali e code, scaglie che diventano penne, le linee curve delle branchie che si assottigliano in becchi appuntiti. Nel sogno, i fulmini di una tempesta silenziosa illuminano quelle forme ambigue, la pioggia trasforma il cielo in una parete d’acqua, grandi onde salgono e diventano scale e archi, volte e muri curvi come quelli di un teatro, linee in prospettiva verso un punto focale. Poi Margherita percorre il corridoio di un teatro a foggia di pupilla: sul palcoscenico, al centro di un emisfero di legno dipinto, vede una donna che le sembra vecchissima: ha lunghi capelli bianchi e sciolti e tiene la testa china, con una mano si copre il viso mentre l’altro braccio è abbandonato lungo il fianco, con un gesto di stanchezza. Avvicinandosi, Margherita si accorge che la donna è nuda, che la sua pelle avvizzita ha una sfumatura grigia quasi madreperlacea. Gli occhi della vecchia, quando solleva il capo abbassando la mano, brillano nel buio del palcoscenico. Dietro di lei, Margherita intravede una lunga processione di vegliarde, nude e con occhi fosforescenti: le donne occupano l’intero palcoscenico, formando una fila sinuosa e bisbigliante. Alcune hanno le tibie piegate per aver molto camminato, altre le ginocchia larghe e appiattite per le lunghe genuflessioni, altre ancora le spalle curve e storte per il gran peso portato. Quasi tutte hanno le dita delle mani e dei piedi deformate e il ventre floscio. L’ultima, costretta ad appoggiare la schiena alla scenografia sbiadita, sta curiosamente reclinata, come se non riuscisse a rimanere dritta sulla spina dorsale. Il suo cranio massiccio pende in avanti, le mammelle si allungano verso l’addome prominente, ricoperto di peli scuri e ispidi. Guardandole i grossi piedi piantati sulle tavole di legno, Margherita riconosce l’alluce divaricato dell’arboricola. Intanto, nascoste tra le pieghe del sipario, si muovono frusciando creature mai viste, parziali fallimenti del progetto evolutivo, con arti asimmetrici, volti incompleti, elitre e piccoli zoccoli. Il loro strepito grottesco è soffocato dal vecchio velluto e dalla polvere, e Margherita distoglie lo sguardo per cercare tra le antiche madri almeno una che abbia occhi familiari. Poi la sveglia suona e Margherita apre gli occhi, senza aver trovato Liberata.

Liberata dovette cercare a lungo prima di trovare un altro varco per uscire dal parco, tra gli alberi più alti e più fitti vicino al muro di cinta. Strofinandosi gli occhi, vide dentro le palpebre chiuse macchie di color rosa acceso, come i fiori dell’albero morto che non aveva ritrovato. Forse le sarebbe piaciuto tornare dentro a cercarlo, ma aveva un vuoto allo stomaco e si incamminò di nuovo, scendendo il poggio. Alla prima casa di contadini – contadini della Contessa – si fermò di nuovo, entrò nell’aia e, aprendo la bocca per dare il buongiorno, si piegò in avanti per sporgere la testa dentro il vano della porta. Ma prima che potesse posare il piede sulla pietra d’ingresso, una vecchia, seduta nel buio, si alzò lasciando cadere la treccia di rafia che intrecciava e presa dal cantuccio una granata di saggina la buttò di traverso sulla soglia: si faceva così affinché la strega non potesse passare. Allora Liberata si fermò barcollando sugli zoccoli, chiuse la bocca e gli occhi – che aveva marrone chiaro, come il dorso di certi cani – e, attenta a non scavalcare il manico di legno, tese la mano nel rettangolo buio della porta. La vecchia rimase ferma, rannicchiata, in silenzio, forse ripetendo scongiuri. Allora Liberata ritrasse la mano serrandola a pugno e ingoiò un rigurgito acido e una maledizione.

Vicino alla finestra, in salotto, Margherita osserva una fotografia a colori, inclinandola perché la residua luce del giorno la illumini bene. Le tinte sono sgargianti, il turchino del mare sullo sfondo, le strisce bianche e blu degli ombrelloni, il rosso e il giallo dell’asciugamano sul grigio della spiaggia. Una bambina con il costume arancione è inginocchiata o forse seduta sui talloni, in una posa innaturale, il busto rigido e inclinato in avanti, le braccia distese davanti a sé e le mani puntate nella sabbia con le dita aperte, così che il polso forma un angolo quasi retto con il dorso della mano. Il viso piccolo e rotondo è rivolto all’obiettivo, la testa buttata all’indietro in una torsione forzata. Sembra che la bambina riesca a tenersi in equilibrio solo a prezzo di uno sforzo che le fa strizzare gli occhi, colpiti in pieno dal sole. Margherita non distingue il colore di quegli occhi, ma li conosce bene: sono gli occhi di sua madre. Sono occhi talmente scuri che la pupilla non si distingue dall’iride, eppure quando è buio brillano, come se restituissero la luce assorbita durante il giorno. Occhi che si immaginano sempre aperti, sempre intenti a qualcosa di preciso e tuttavia disponibili a piccole distrazioni impreviste, a brevi sguardi di sbieco.
Da piccola la mamma non voleva mai dormire. Racconta volentieri, con sorrisi graziosi, di certe sere in cui la nonna la portava nel letto con sé – la nonna era giovane, allora, era ancora una ragazza – e, dopo aver ben chiuso la porta, spengeva l’abat-jour sul comodino. Poi la nonna-ragazza accendeva la sua sigaretta. La mamma-bambina aspettava, trattenendo il fiato. Per un momento la fiamma del cerino illuminava le labbra della donna, serrate sul filtro ad aspirare la prima boccata, poi nel buio assoluto appariva quel punto rosso, che cominciava a muoversi come un serpente che senta l’incanto, a volteggiare, formando curve e intrecci fantastici, al suono di una musica che solo la bambina e la donna potevano sentire e seguire. Di tanto in tanto, il punto magico tornava ad avvicinarsi al viso della donna, si illuminava più intensamente, rischiarava per un istante le labbra, poi di nuovo girava creando un cerchio, una spirale, una serpentina. Certo, pensa Margherita, deve essere stato bellissimo: come se la donna creasse solo per la bambina, in un luogo segreto a tutti gli altri, un incantesimo di fuoco. Ma la donna – si chiede ora Margherita – a cosa avrà pensato mentre in silenzio disegnava nel buio, per la sua bambina, linee curve con la brace di una sigaretta? Forse soltanto riposava un po’, dopo tanto lavoro, e cercava di addormentare le sue tristezze e le sue delusioni di ragazza, cercava di non piangere per non svegliare la sua bambina che invece non dormiva, ma seguiva con gli occhi spalancati la rossa linea ondulata. Certe volte, invece, alla bambina sarà capitato di addormentarsi prima che la donna avesse finito di fumare. E allora chissà se la donna, dopo essersene accorta, avrà smesso di far ballare la sigaretta, oppure se avrà continuato a disegnare per sé sola, nel buio.

Di fronte al buio della porta sbarrata, quella mattina, Liberata chiuse più stretti gli occhi: quando li riaprì, la vecchia le vide con spavento tra le palpebre una pupilla azzurra e trasparente come il vetro e una nera come l’inferno, nera come la fame e la vergogna. Poi vide la strega girarsi in silenzio e avviarsi, con le braccia tese lungo i fianchi e le mani strette a pugno, per la strada che scendeva il poggio, giù verso la pianura.
Dopo quel giorno, a Liberata accadde ancora di dover chiedere e qualche volta di ricevere. Comunque visse a lungo e partorì a Ottavio – tornato con un cognome diverso e con la medesima miseria – sei figli: l’ultima, la più silenziosa, fu chiamata Amata Ancilla. Forse qualcuno di quei figli, o dei figli dei loro figli, ebbe in sorte occhi diversi, uno azzurro come vetro e uno nero d’inferno, affinché non si perdesse il ricordo di quel mattino con la sua vergogna.

Nel traffico della sera, Margherita siede in silenzio sul sedile posteriore dell’auto, con il viso girato verso il finestrino, alternando sguardi disattenti all’esterno con inutili tentativi di cogliere il colore esatto dei propri occhi riflessi nei cristalli appannati. Le teste dei genitori, davanti a lei, sono due sagome che si distinguono dai poggiatesta soltanto per una vibrazione continua ma irregolare, data dal movimento dell’auto e dal variare della conversazione. Ogni tanto, la mamma si passa tra i capelli corti e scuri la mano destra, con un gesto consueto ed elegante: alle dita ha un solo anello, con una grossa pietra di un blu cupo. Margherita una volta le ha chiesto se quell’anello sia antico come sembra, se sia appartenuto alla nonna o alla bisnonna o magari alla trisnonna. La mamma ha risposto ridendo che né la bisnonna né la nonna hanno mai avuto abbastanza soldi da potersi comprare un anello simile. E la trisnonna, poi, era talmente povera che ha dovuto più di una volta cercare di pane. Tu non lo sai neanche cosa vuol dire, Margherita, cercare di pane: non è vero? Ma ormai, per fortuna, è passato così tanto tempo, e quell’antenata mendicante e strega non imbarazza più: intenerisce, semmai, e dà maggior orgoglio per i molti gradini poi saliti, le case comprate, le lingue imparate, le tesi discusse, le enciclopedie negli scaffali, le auto, gli aeroporti e quell’anello d’oro all’anulare, così bello nel bel gesto della mano tra i capelli.
Il flusso delle auto ora rallenta, si ferma davanti a un semaforo. Margherita guarda fuori i motorini che sorpassano auto ferme, le mani nei guanti che stringono manopole, guarda porzioni di parabrezza, fanali accesi, la strada illuminata e umida. Prima ancora di scorgere la figura piccola e scura a fianco dell’auto, Margherita vede la spalla di sua madre che si sposta appena in avanti e subito dopo si piega di lato; poi, mentre il vetro scende ronzando, vede le dita – la pietra fosca dell’anello brilla solo un attimo alla luce del lampione – che lasciano cadere, attraverso il finestrino aperto a metà, qualche moneta nel palmo di una mano tesa, e tornano subito al pulsante che chiude il vetro. La piccola figura fuori rimane ferma, serra a pugno la mano piegando il polso solcato da lunghe vene celesti e con lentezza la mette in tasca, mentre la macchina accenna a ripartire e si arresta di nuovo. La bambina con la mano in tasca resta ferma sul marciapiede, tra il semaforo e lo sportello, e Margherita ora può guardare il suo viso stretto, la sua pelle opaca e livida, le labbra chiuse, i capelli di un nero polveroso, le sopracciglia aggrottate, lo sguardo fermo. E, mentre l’auto riparte, Margherita vede finalmente i suoi occhi.

Milva Maria Cappellini (1996)

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Per andar per l’aere nella stessa maniera che per terra o per mare con molto maggior brevità

La macchina aerostatica chiamata Passarola (uccellaccio) e costruita dal Professore di Matematica all’Università di Coimbra, dottore in canoni e grande linguista Bartolomeu Lourenço de Gousmão

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