@Sete Luas – Che situazione questa (1993)

Che situazione questa! Mi manca il respiro, sento il cuore sobbalzare, bisogna che pensi a qualcosa, subito! […] Intanto lui spinge, il letto quasi vola sul pavimento, mi guarda sorridendo, sembra non avvertire lo sforzo, sembra non sentire la fatica. Sorrido anch’io, ma certo lui si accorge che sono nervosa. Sto sudando nonostante non abbia indosso che questa camicia sottile, niente biancheria, niente bigiotteria, niente smalto sulle unghie perfino. Gli oggetti scivolano via di lato. Con il pollice cerco la fede all’anulare, ma anche quella mi è stata tolta. Meglio così. Cerco di rilassarmi – ora lui fischietta addirittura – ma è inutile, percepisco chiaramente ogni centimetro della mia pelle, il lenzuolo steso su di me, la pressione della stoffa sugli alluci puntati contro il soffitto. Chiudo gli occhi. Così distesa sulla schiena, con le braccia allungate e appena scostate dai fianchi, con questo moto all’indietro – per me, non per lui che continua a spingere in avanti, dondolando appena la testa, e a fischiettare – mi sembra di essere una freccia, la mia testa è la punta di un dardo scagliato e lui è l’arco ora non più teso ed è la corda ancora vibrante. Il movimento rallenta. Siamo arrivati, entriamo. Ora lui è fermo. Potrei leggere il suo nome, marchiato in verde sul petto, ma all’improvviso non m’importa più e vorrei solo che tutto fosse già finito. Non mi accorgo della discesa, solo un attimo e lui mi estrae e torna a spingermi all’indietro. Fa più caldo, ora, e si sente già l’odore acuto che non ho dimenticato. Riprende a sorridere, come da copione, mi dice fa un caldo da morire e io ribatto, altrettanto sorridendo, che visto il luogo e le circostanze la metafora mi pare poco indovinata. Mi guarda con lo stesso identico sorriso di prima, forse non ha capito, comunque si ferma di nuovo e mi sistema accanto a uno strano apparecchio che all’improvviso emette una specie di pala da fornaio lucida e calda, che si infila tra la mia schiena e il materasso, mi solleva appena e mi deposita, scorrendo silenziosamente, su un altro lettino, al di là di uno sbarramento di metallo uniforme dalla funzione indecifrabile. Lui mi saluta, ormai separato da me. Lo rivedrò mai più? Un altro uomo – più alto più grosso più sorridente ancora – afferra la sbarra del mio letto e comincia a spingere. Chiudo gli occhi un’altra volta e quando li riapro sono in una stanza piccola, piena di una luce bianca e dell’odore che ricordo. Un uomo giovane e biondo, con dita appuntite e occhiali tondi  mi sorride e mi dice qualcosa di banale come sta? va tutto bene? non avrà mica paura e roba del genere. Rispondo cortesemente, almeno credo, ma non ho grande voglia di chiacchierare. Faccio tutto quello che mi si dice: si sieda – il dottore rompe una fialetta – mi siedo;   metta giù le gambe – sento il soffio di uno stantuffo di siringa – metto giù le gambe; abbassi la testa – l’infermiere alto e grosso si mette in piedi davanti a me, sento il suo odore, con le gambe stringe le mie ginocchia piegate che penzolano dal letto – abbasso la testa; incroci le braccia sul petto – il dottore mi alza la camicia, passa con un gesto quasi d’amore un dito sulle vertebre che, immagino, sporgono sulla schiena arcuata come gradini di una scala o segmenti di una canna – incrocio le braccia sul petto; non abbia paura – l’infermiere mi passa un braccio sul collo e con l’altro mi immobilizza le mani, con una specie di stretta da lotta greco-romana che, immagino, possiede una sua grazia estetica -  ho paura, mi manca il respiro, il batuffolo di cotone è impregnato di un liquido gelido, vorrei piangere, il dottore strofina forte il batuffolo sulle mie vertebre, sempre più forte, sempre più veloce e io non posso muovermi, sento un ago nella gola ma è un’impressione, l’ago entra nella mia schiena, tra una vertebra e l’altra, ora sentirà un po’ di fastidio ma respiri profondamente si rilassi e vedrà che passa subito, lo spavento mi si è trasformato nella solitudine siderale di una bambina ferita, il braccio dell’infermiere mi soffoca, sento qualcosa che scorre lungo la spina dorsale, l’ago penetra ancora più a fondo, ho l’impressione di sentire il rumore del metallo che cozza contro l’osso, qualcosa scorre, non è niente solo un po’ di sangue la zona è molto vascolarizzata, vedo una mano guantata di gomma che prende una di quelle bizzarre bacinelle a forma di fagiolo o di rene o di feto, è quasi finito va tutto bene, il respiro dell’uomo che mi blocca è simile a  un rantolo, qualcosa esplode nella mia testa e non è dolore né paura né altro che io abbia già conosciuto, un calore cattivo alle guance, una distesa color ruggine davanti agli occhi, un sapore amaro in bocca e il pensiero fugace e puerile della morte. La stretta si allenta, diventa un abbraccio, le mani mi sostengono senza più imprigionarmi, il batuffolo sulla schiena è già una carezza, le braccia mi distendono con dolcezza, la bacinella è piena di sangue. L’infermiere gigantesco esce dopo avermi dato un buffetto sulla guancia, il dottore mi guarda con occhi affettuosi e timidi dietro le lenti rotonde e mi dice che sono stata brava, che tra poco avrà la sensazione di non sentire più le gambe, che durerà solo il tempo necessario all’intervento e che non sentirò nulla, assolutamente nulla e che comunque lui sarà sempre vicino a me. Intanto si sfila i guanti insanguinati, quando vede che li sto guardando si gira un po’ imbarazzato. Che stupido, non ho paura del sangue, quale donna potrebbe averne, dopo aver imparato anno dopo anno a conoscerlo, noi abbiamo una scuola mensile di sangue. Ora vedo la sua nuca appena chinata. Lui sarà vicino a me, almeno per le prossime due ore. Si gira, mi sorride ancora […].
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Blimunda – Appunti su Agrumia (Entomologia)

Entomologia d’Agrùmia: stercorari, effimere, millepiedi, scolopendre 

Se una poderosa mano potesse alzare i tetti di Agrùmia tutti insieme, come si alza una pietra piatta che affiora dalla terra, si vedrebbe a occhio nudo un fuggifuggi di animaletti nerastri rossicci giallognoli, un disperdersi forsennato di esserini deformi asimmetrici sbilenchi, con diseguali moncherini  e carapace ammaccato, con esoscheletri coperti di peli, setole, squame e sculture, con elitre scheggiate e trachee atrofiche.

Nel grasso muschio agrumese, prosperano infatti innumerevoli artropodi, imenotteri tricogrammatidi, schiere di coleotteri scarabei lepidotteri, insieme ad attardati e involuti rincoti coccidi, a grandi greggi di cimici necrofaghe, a opachi tenebrioni ingrommati.

Spesseggiano bianche larve immobili durante la sclerificazione e la pigmentazione dei tegumenti, goffe pupe in estrema muta larvale e mostruose ninfe sigillate in cuticole mucose. Accanto, ecco i cumuli di exuviae di cavallette, cicale, tarantole.

Agrùmia rigurgita di esapodi, tanto che, a una prima occhiata, l’entomologo dilettante riconosce senza sforzo anopluri dermatteri ditteri efemerotteri embiotteri fasmoidei grilloblattoidei isotteri mallofagi mantofasmidi mantoidei mecotteri neurotteri odonati ortotteri plecotteri psocotteri rincoti sifonatteri strepsitteri tisanotteri tisanuri tricotteri zoratteri. E, ancora, svariate tipologie di bacarozzi blatte bucaioni.

E in ogni dove volano vespe muratrici, si dimenano bachi tessitori, si affrettano frenetiche formiche, si trascinano lividi insetti zombie.

Gli eleganti e riservati insetti stecco oscillano al vento come ramoscelli o si fingono morti, mentre le pesanti falene pennate o bipennate stazionano sui muri profetizzando sfortuna e i moscerini fluttuano in sciami inquieti e insensati. Si segnala nelle ore di più luttuosa calura qualche infruttuoso bombo, con la sua sterile, inutilissima vibrazione.

Pallidi invertebrati – nematodi platelminti anellidi – strisciano senza pace ai bordi di Agrùmia aspettando un evento evolutivo che finalmente li favorisca, scatenando per esempio una prodigiosa epidemia di elmintosi che li ingrassi e ingigantisca.

Talvolta qualcuno cade da una qualche relativa altezza con un tonfo o uno schiocco di carapace spezzato,  e resta sul dorso convesso agitando con inutile foga le troppe zampe.

Talaltra qualcuno resta spiaccicato da un meteorite o da una immane suola, e agonizzante si trascina sulle zampine microscopicamente unghiute, emettendo dalle ghiandole anali bolle o strie di secrezioni maleolenti.

Così vive il popolo di Agrùmia: impupato e rinsecchito, convulso e inerte, muto e impelagato in un suo idioma balordo di pigolii e ronzii e faticosi squittiii, sul quale si innalza ogni mattina, intermittente e sgrammaticata, la parlata stridula dello Stercorario.

 

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Milva Maria Cappellini – La solitudine del danneggiato («Persona e Danno»)

https://www.personaedanno.it/articolo/la-solitudine-del-danneggiato-milva-maria-cappellini

Il danneggiato ispira a volte solidarietà: a volte, patire un sopruso, una sventura, un accidente attira (in ordine sparso) comprensione, partecipazione, compassione, fioccare di like e/o cuoricini, pianti e/o furie di emoticon; se non addirittura – specie quando vi sia piena identità o almeno sostanziale convergenza di idee, sentimenti e interessi –campagne d’opinione, movimenti di protesta, raccolte di fondi, petizioni, ampie battaglie civili. Il danno, così, si fa a volte  addirittura germe di  consapevolezza, avvio di riscossa, grumo di condivisione, fratellanza, umanità: il sacrificato diventa martire, la vittima diventa simbolo. “Agnus Dei”.

A volte.

In altri casi, invece, il danneggiato risulta piuttosto spiacevole e importuno: diviene “homo sacer” (proprio in questi giorni esce con questo titolo presso Quodilibet la summa dell’alto pensiero di Giorgio Agamben), “uccidibile ma insacrificabile”, abbandonato alla vendetta degli dèi ed espulso dalla comunità; non difeso da nessuno, non ascoltato da nessuno. Ma per cosa? Forse per aver compiuto, com’era nel tempo oscuro delle XII Tavole, esecrabili delitti contro la divinità o contro la compagine dello Stato? Non necessariamente, anzi: le ragioni sono di rado così solenni. Del resto, la nostra è un’epoca di passioni tristi, e prevalentemente piccole, epidermiche, effimere.

Così, la molestia viene non di rado dalla petulanza con cui il danneggiato pretende appunto attenzione per il suo racconto, iterato fino all’ossessione; per la minuziosa disamina delle circostanze e la puntigliosa ricostruzione delle responsabilità; per il linguaggio piangevole, a lungo andare sclerotizzato e frangibile; infine, per il discorso inesorabilmente attratto dal punto che duole, dall’abrasione che gèmica, dalla ferita aperta.

Oppure, le radici sono un po’ più profonde: il sospetto che il danno sia, in qualche indecifrabile modo, voluto e soprattutto meritato. Tale fattispecie non è insolita di fronte a danneggiamento reiterato o trascinato per le lunghe, sia a causa di accanimento, vessazione, stalking pertinace o  lungaggine giudiziaria. Né va peraltro sottovalutato il contenuto filosofico tranquillizzante di un simile sospetto: è il migliore dei mondi possibili quello in cui il malcapitato è tale per essersi procurato, procacciato o in qualsivoglia modo guadagnato la magagna.  E d’altronde – siamo sinceri! – è un dubbio che sfiora perfino il lesionato: è la scheggia dolorosissima dell’interiorizzazione dell’angheria.

Un’altra radice possibile: il sollievo nel constatare la propria buona sorte, nel poter segnare la propria distanza dalla zona del disastro, registrare l’efficacia dello scongiuro, il sacrosanto diritto allo scampo. Un sollievo che, tuttavia, ha tempi brevi: di fronte al trauma, all’ecchimosi, allo squarcio in procinto di infettarsi si distoglie lo sguardo volentieri.

Un’altra radice ancora: la cieca utilissima fiducia nel capro espiatorio, il dispositivo feroce della persecuzione e del sacrificio, il linciaggio originario.

E così via, con tante plausibili ragioni quante sono le pliche e gli interstizi dell’umana (e sociale) natura.

Il risultato non varia: il danneggiato si ritrova solo – gli amici affaccendati altrove o comunque ammutoliti, gli eventuali nemici liberi di imperversare, la malasorte dèspota abituale – con i propri monomaniaci resoconti. Il danneggiato si ritrova capro di Yom Kippùr: “homo sacer”.

A meno che il filo della scrittura suturi e ricucia.

Almeno finché la giusta azione della legge risarcisca e ripari.

 

Il danneggiato ispira a volte solidarietà: a volte, patire un sopruso, una sventura, un accidente attira (in ordine sparso) comprensione, partecipazione, compassione, fioccare di like e/o cuoricini, pianti e/o furie di emoticon; se non addirittura – specie quando vi sia piena identità o almeno sostanziale convergenza di idee, sentimenti e interessi –campagne d’opinione, movimenti di protesta, raccolte di fondi, petizioni, ampie battaglie civili. Il danno, così, si fa a volte  addirittura germe di  consapevolezza, avvio di riscossa, grumo di condivisione, fratellanza, umanità: il sacrificato diventa martire, la vittima diventa simbolo. “Agnus Dei”.

A volte.

In altri casi, invece, il danneggiato risulta piuttosto spiacevole e importuno: diviene “homo sacer” (proprio in questi giorni esce con questo titolo presso Quodilibet la summa dell’alto pensiero di Giorgio Agamben), “uccidibile ma insacrificabile”, abbandonato alla vendetta degli dèi ed espulso dalla comunità; non difeso da nessuno, non ascoltato da nessuno. Ma per cosa? Forse per aver compiuto, com’era nel tempo oscuro delle XII Tavole, esecrabili delitti contro la divinità o contro la compagine dello Stato? Non necessariamente, anzi: le ragioni sono di rado così solenni. Del resto, la nostra è un’epoca di passioni tristi, e prevalentemente piccole, epidermiche, effimere.

Così, la molestia viene non di rado dalla petulanza con cui il danneggiato pretende appunto attenzione per il suo racconto, iterato fino all’ossessione; per la minuziosa disamina delle circostanze e la puntigliosa ricostruzione delle responsabilità; per il linguaggio piangevole, a lungo andare sclerotizzato e frangibile; infine, per il discorso inesorabilmente attratto dal punto che duole, dall’abrasione che gèmica, dalla ferita aperta.

Oppure, le radici sono un po’ più profonde: il sospetto che il danno sia, in qualche indecifrabile modo, voluto e soprattutto meritato. Tale fattispecie non è insolita di fronte a danneggiamento reiterato o trascinato per le lunghe, sia a causa di accanimento, vessazione, stalking pertinace o  lungaggine giudiziaria. Né va peraltro sottovalutato il contenuto filosofico tranquillizzante di un simile sospetto: è il migliore dei mondi possibili quello in cui il malcapitato è tale per essersi procurato, procacciato o in qualsivoglia modo guadagnato la magagna.  E d’altronde – siamo sinceri! – è un dubbio che sfiora perfino il lesionato: è la scheggia dolorosissima dell’interiorizzazione dell’angheria.

Un’altra radice possibile: il sollievo nel constatare la propria buona sorte, nel poter segnare la propria distanza dalla zona del disastro, registrare l’efficacia dello scongiuro, il sacrosanto diritto allo scampo. Un sollievo che, tuttavia, ha tempi brevi: di fronte al trauma, all’ecchimosi, allo squarcio in procinto di infettarsi si distoglie lo sguardo volentieri.

Un’altra radice ancora: la cieca utilissima fiducia nel capro espiatorio, il dispositivo feroce della persecuzione e del sacrificio, il linciaggio originario.

E così via, con tante plausibili ragioni quante sono le pliche e gli interstizi dell’umana (e sociale) natura.

Il risultato non varia: il danneggiato si ritrova solo – gli amici affaccendati altrove o comunque ammutoliti, gli eventuali nemici liberi di imperversare, la malasorte dèspota abituale – con i propri monomaniaci resoconti. Il danneggiato si ritrova capro di Yom Kippùr: “homo sacer”.

A meno che il filo della scrittura suturi e ricucia.

Almeno finché la giusta azione della legge risarcisca e ripari.

 

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Milva Maria Cappellini – Tempo&danno («Persona e Danno»)

https://www.personaedanno.it/articolo/tempo-danno-milva-maria-cappellini

 

«Se il nostro cuore fosse abbastanza grande per amare la vita in ogni dettaglio, ci renderemmo conto che tutti gli istanti sono allo stesso tempo donatori e usurpatori e che una novità giovane o tragica, sempre improvvisa, non fa altro che illustrare la discontinuità essenziale del Tempo», scrive Gaston Bachelard nel 1966 nel saggio “L’intuizione dell’istante”. E’ in polemica con Henry Bergson, Bachelard: contro l’idea bergsoniana del tempo come ‘durée’, si appoggia alla teoria della relatività per sostenere la sua poetica dell’istante, per cui la realtà essenziale della vita è l’istante singolo, l’assoluto einsteiniano, il punto nello spazio-tempo.

Affascinante, la meditazione filosofica sul tempo. Agostino, Kant, Sartre, Heidegger, Ricoeur. Ma anche, all’indietro, il pensiero classico: il tempo dell’incessante Divenire del mondo e il tempo eterno in cui l’Essere non muta. Una vertigine. E che dire delle basi neurali della percezione del tempo? Un’altra vertigine. Per non parlare, ovviamente, della fisica. E l’immagine del tempo offerta dalla poesia, dalla letteratura? Alice chiede: “Quanto tempo è per sempre?”;  e il Bianconiglio risponde: “A volte, solo un secondo”. Una vertigine ancora.

Eppure, quando si è patito un danno e si attende risarcimento, né la filosofia né le neuroscienze né la letteratura – e probabilmente neppure la fisica – aiutano a sopportare il ritmo del tempo, lentissimo e per di più suscettibile a ingorghi, intoppi, piroette. Quale sollievo può darci Bergson, quale aiuto Einstein, quale ristoro il Bianconiglio?

Quando si è danneggiati, il tempo della vita si biforca: da una parte procedono imperterrite le normali occupazioni alle quali pure bisogna attendere, il lavoro, i figli, la quotidiana burocrazia; dall’altra arrancano dolorosamente le ricostruzioni, i lambiccamenti, le recriminazioni, e ancora le strategie e le tattiche, i rimedi provvisori, le congetture, le sfide e gli scoramenti.

Le contingenze, poi. E i ritardi consueti della giustizia. E la malevolenza umana, ingegnosa e instancabile. Altro che Paese delle Meraviglie.

Per esempio: una causa di lavoro, un demansionamento di fatto causato da un errore della pubblica amministrazione e complicato per giunta da atteggiamenti mobbizzanti, da intrecci tra politica e amministrazione, da variegate cattive disposizioni. La carriera è spezzata, ma bisogna pur lavorare – sebbene ancora istupiditi per  il colpo – e in un ambiente mefitico che giorno dopo giorno mortifica, umilia, inquina. Molti mesi per iscrivere la causa, qualche documento nel frattempo si perde, qualche altro va rifatto o integrato. Poi, per colmo di sventura, può sempre aggiungersi l’imprevedibile: una grave sciagura familiare colpisce il giudice del lavoro, che abbandona la sede, torna alla città natale, lascia tutto. Altri magistrati sopperiscono, ma i fascicoli sono tanti, i casi complessi. Passano i mesi, passano gli anni. La vita, biforcuta, si intossica.

Un altro esempio: querele per diffamazione online, la persecuzione di una soi-disant testata giornalistica locale, ammorbata da cronisti malamente alfabetizzati e da oscure tattiche di distruzione. Anni di accanimento, decine e centinaia di articoli sguaiatamente infamanti, disseminazione di profili falsi sui social, un linciaggio ogni mattina. Una gogna mediatica innalzata nell’universo, nei secoli dei secoli. Le querele sono più o meno semestrali, ma una volta registrate non se ne sa più nulla. Del resto, il reato di stalking online non esiste, né è previsto il sequestro per la stampa immateriale. Passano i mesi, passano gli anni. La vita, sfracellata, si avvelena.

Cosa fare allora di questo tempo lacero-contuso, dei giorni, mesi e anni che passato tra danno subìto, giustizia richiesta, risarcimento finalmente – sperabilmente – riconosciuto? Difficile dirlo. Ma può anche darsi che la fisica, le neuroscienze, la filosofia possano invece  aiutare: magari distrarre, concedere un’ipotesi di significato o almeno autorizzarne la ricerca. E può darsi invece che sia proprio la letteratura a suggerire una via: raccontare, recuperando i modelli antichissimi dell’eroe lesionato, della fanciulla perseguitata, della serenità violata, e in questi modelli inquadrare la propria sventura per cercare una ragione, un senso, una riparazione se non proprio un lieto fine.  Nel tempo che va e rallenta, si inceppa e si ferma e a stento riparte, tenere teso il filo della narrazione di sfortuna immeritata e di giustizia attesa e dovuta.

‘Tempus’: “quel ‘temp-’ appare – scrive Nicola Gardini in una poesia che si intitola “Il senso vero” – nel verbo greco che vuol dir ‘tagliare’”. Facciamo almeno in modo che il tempo, torturatore dei danneggiati che aspettano risarcimento, non tagli mai il filo del raccontare – il filo che sutura gli squarci, che cuce la trama della testimonianza e annoda il danno alla sua necessaria riparazione.

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Milva Maria Cappellini – Ma quale lingua potrebbe raccontare («Persona e Danno»)

https://www.personaedanno.it/articolo/ma-quale-lingua-potrebbe-raccontare-milva-maria-cappellini

“Ma quale lingua potrebbe raccontare il danno ricevuto della separazione di sì fatto uomo?”. E’ il domenicano Domenico Cavalca, vissuto tra Due e Trecento, a porre questa accorata domanda, lamentando – nel Volgarizzamento delle Vite de’ Santi Padri – la dolorosa perdita di san Girolamo. Ma l’interrogazione resta universale e perpetua: quale linguaggio può raccontare il danno, la mancanza, il patimento? E nell’interrogazione, come accade spesso, ci sono i semi della risposta: il linguaggio, il racconto. Il danno esistenziale non può essere definito e delimitato in una numerazione né in una nomenclatura: esige una narrazione, una trama, una struttura; ed esige un lessico pensato, una sintassi e una semantica. Esige una storia.

Torniamo alle origini del narrare, allora, e del decifrare. Torniamo agli antichissimi miti “preclassisti” di Vladimir Propp, assai antecedenti ai miti greci che li hanno reinterpretati – talvolta invertendone i significati – per sostenere un sistema sociale incardinato sulla schiavitù.  I miti preclassisti, ancestrali, contengono i riti di una comunità che affida al racconto dell’anziano o dell’anziana una funzione pedagogica, produttiva, performativa: non sono storielle divertenti, sono insegnamenti indispensabili. Al centro dei riti così tramandati sono le cerimonie di iniziazione e di passaggio, nelle quali il giovane viene prima allontanato dalla famiglia e isolato o segregato; viene poi lasciato in una zona “di margine”, dove egli si trasforma anche subendo i segni e i marchi della sofferenza e della sopportazione (la circoncisione, la frattura di dita o denti, il tatuaggio e simili); viene infine, dopo una purificazione profonda, ammesso in un nuovo gruppo, con un nuovo ruolo, spesso un nuovo nome. Secondo Propp, “il ciclo dell’iniziazione è il fondamento più antico della fiaba”.

Tralasciamo le modificazioni di segno e di senso che la fiaba, rispetto al mito ancestrale, porta in sé e consegna poi all’epos, al racconto, al romanzo, a ogni seguente forma narrativa. Restiamo alle epoche pre-agricole, preistoriche, anzi arretriamo fino a circa 70mila anni fa, al tempo in cui un gruppo di ominidi comincia, grazie a un qualche piccolo cambiamento anatomico, a produrre un linguaggio parlato complesso, che nell’arco di migliaia di anni andrà perfezionandosi fino ad arrivare ai concetti di ordine delle parole nella frase, di declinazione e coniugazione, di vocabolario. Proprio questo linguaggio, spiega Jared Diamond nel “Terzo scimpanzé”, imprime all’evoluzione umana un’accelerazione impensabile. Di più: dà modo al debole e inerme bipede di sopravvivere e trionfare, prima di tutto perché gli consente di cooperare, di organizzare ampi gruppi in vista di obiettivi comuni, di condividere strategie, di trasmettere esperienze. Ancora di più: il linguaggio sapiens offre la possibilità di parlare di fantasie inventate, di realtà immaginate. Non si tratta solo di immaginare le cose bensì di farlo “collettivamente”, spiega  Yuval N. Harari in “Da animali a dei”. Una competenza, sia detto per inciso, destinata a generare ben presto peculiari forme di danneggiamento: maldicenza, diffamazione, calunnia, impostura.

Ma il linguaggio umano permette anche di produrre e consumare storie: “i gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie – sintetizza Harari – costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto”. Questa precocissima e forse biologica attitudine al narrare ha, esattamente come il gioco dei bambini, una funzione evolutiva fondamentale: quella di allenare gli individui alle sfide future, alle battaglie che verranno, alle difficoltà che non mancheranno. Ciò serve non solo a spiegare il dominio delle storie sulla nostra vita (un dominio anche puramente quantitativo, in veglia come in sonno), ma pure il loro contenuto prevalentemente allarmante, spaventoso, macabro. La funzione del raccontare – già Aristotele lo aveva notato – è di fatto incentrata sui guai: “La finzione narrativa è un’arcaica tecnologia di realtà virtuale specializzata nella simulazione di problemi umani”, scrive Jonathan Gottshall nel suo “L’istinto di narrare”.

Tralasciamo ora anche i neuroni specchio, e l’interessante teoria di Steven Pinker, in “Come funziona la mente”, sul vasto archivio mentale di cui le storie ci dotano, simulando situazioni complicate e possibili soluzioni operative. Torniamo ai riti di iniziazione, e alle antichissime storie che li raccontano e che strutturano una grammatica narrativa, universale e persistente. Nell’elenco di funzioni che Propp elabora nella sua “Morfologia della fiaba”, quella del danneggiamento (“Il cattivo arreca un danno o una lesione ad uno dei membri della famiglia”) è definita “estremamente importante” poiché “è quella che dà movimento al racconto”. Continua Propp: “La partenza, la violazione della proibizione, la delazione, l’inganno andato a segno preparano questa funzione, la rendono possibile o la facilitano. Le prime sette possono perciò essere considerate funzioni preparatorie della fiaba mentre il danneggiamento costituisce l’inizio dell’azione”. Aggiunge: “Le forme del danneggiamento sono multiformi”. E conclude “Questa funzione immette l’eroe nel racconto”.

Ed ecco il nodo che stringe il danno alla narrazione: la radice di ogni storia umana affonda nel danno, poiché la funzione originaria – evolutiva, biologica – delle storie è appunto quella di preparare l’uomo alle vere iatture, alle sofferenze piene, alla guerra, allo squarcio, alla privazione, alla morte. Non solo: adombrando i primitivi riti iniziatici, ogni storia ci addestra all’isolamento a cui il danno è collegato, alla marginalità a cui tende a condannarci, e però anche alla trasformazione che esso causa o propizia. Inoltre, le storie introducono ineluttabilmente nella vita – e a chi manca tale incontro? – “il cattivo”, il cui ruolo  è appunto (ancora Propp) “quello di guastare l’atmosfera di pace nella quale vive felice la famiglia e di provocare una sciagura, di infliggere un danno o di pregiudicare la situazione”.

La suggestiva affermazione di Charles Baxter, “l’inferno è amico delle storie”, si potrebbe dunque agevolmente parafrasare in “il danno è amico delle storie” (sia detto per inciso: sarebbe una sostituzione più che un’attenuazione, visto che ogni danneggiato può testimoniare senz’altro la natura spesso infernale della propria condizione).

Ma se le storie hanno questa funzione propedeutica, profilattica, araldica rispetto al danno, esse possono – e, nell’orizzonte dell’azione umana, devono – avere anche efficacia riparatoria. Torniamo alla fiaba, in cui la voce narrante è quella del narratore custode della tradizione: la fiaba è in definitiva annuncio e al contempo memoria di un danno, e la memoria è già una forma di risarcimento, o almeno una sua condizione; infatti, il danneggiato in attesa di riparazione teme sopra ogni altra cosa la dimenticanza, l’amnesia sociale. E’ illuminante, in questi giorni, la scelta del sindacato francese Solidaire il quale, durante il maxi-processo per mobbing a France Télécom, ha affidato il “diario” delle udienze a un gruppo di giuristi ma anche di sociologi, storici, scrittori. E’, finalmente, la voce di un narratore collettivo ad avviare il risarcimento (che, simmetricamente al danneggiamento, è un atto ma anche, sempre, un processo, un procedere) con il riconoscere il danno e con il tramandarne la memoria. Ma questo processo – ed è qui che il racconto si fa più “moderno” e che le accezioni della parola “processo” si avvicinano – chiede un linguaggio potente e flessibile. Di un simile linguaggio, tutt’altro che anodino, offre un esempio Dominique Manotti, una delle scrittrici chiamate a raccontare un’udienza del processo francese:

“Uno dei dipendenti il cui caso era allo studio del tribunale è venuto a testimoniare. Aveva con sé un fascicolo voluminoso con tutti gli atti di procedura che riguardavano il suo caso. Ha parlato per più di un’ora rivolgendosi ai magistrati. Metteva in gioco la sua vita, con tono rabbioso e poi confidenziale, aiutandosi con la gestualità, cercando l’empatia o la complicità dei giudici. Dopo più di un’ora, la presidente gli indica che è ora di concludere e gli chiede: «Che cosa fa oggi?». «Niente, signora presidente. Resto a casa». Mutua, poi invalidità. A casa da dieci anni. Uno tra altre decine, centinaia? Molto a disagio dopo questa testimonianza, chiedo a uno dei sindacalisti che seguono il processo: «Cosa si aspetta quest’uomo dal processo?». Risposta: «Viene ogni giorno, a tutte le udienze del tribunale. Cerca di capire, di ammettere finalmente che non è lui il responsabile della propria esclusione e morte sociale. E per questo, aspetta dal tribunale di sapere chi è il colpevole». Il processo acquisisce tutto il suo senso, tragico”.

 

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Federica Ghiga Santoro – Vedute di Agrùmia

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Federica Ghiga Santoro – Il municipio di Agrùmia

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Blimunda – Appunti su Agrùmia

I. La terra d’Agrùmia

La città lineare – ormai saldate insieme, da est a ovest, le periferie di Maggiocióndola, Pàbulo, Busdofia – attraversa la Bassura, interrotta da campi di sterpaglie e calcinacci, grossi cubi di vetro e cartongesso, capannoni. Della regione Venéna, ornata di plurime resistenti bellezze, è questa la porzione meno bella – dall’autostrada, i centri storici si vedono in lontananza, annidati tra le mura – ma un tempo operosa e perfino opulenta. In questa pianura ultra-antropizzata, il Buon-Partito ha regnato senza intralci per decenni, pragmatico (consociativo, si disse a un certo punto) e persuaso di sé; ora, spesseggiano anche qui i segni di declino e insicurezza. L’armata dei Nuovi Potenti, partita dal vicino capoluogo, dilaga in zona, ingaggia – nei Consigli comunali e di amministrazione, nelle Partecipate municipali, nelle Province moribonde – scaramucce e faide con altre fazioni, portatrici agguerrite di variegati interessi. Sulle carcasse della prosperità passata si accaniscono sciacalli e volteggiano avvoltoi, mentre dignitari e signorotti alacremente si riciclano. Sullo sfondo, nuovi magnati e antichi venerabili osservano dietro vetri blindati. Il Cupo-Partito, intanto, si prepara, affila denti e coltelli, annusa la vittoria. E già si strutturano, nelle fasi epigonali, abnormi intese, innaturali consociazioni, riassestamenti e sodalizi aberranti.
Lungo la superstrada, parallela per lunghi tratti all’autostrada e ai binari della ferrovia, il paesaggio è scomparso, inghiottito da ampie rotatorie e centri commerciali identici in tutto il continente. Resistono in estate alcuni campi di esausti e inutili girasoli. Da questa linea si diramano strade diritte che – si favoleggia – seguono i tracciati della centuriazione romana e che portano ora a certi comuni urbanisticamente irresoluti. Hanno, tutti questi comuni della Piana, palazzine basse, villette a schiera e piazze che sembrano ricavate da poveri cortili. Poche – sia vera o no la fola della centuriazione – le vestigia del passato: in questa terra piatta, percorsa dalle insidie dei fossi, la storia degli uomini stenta a costruire testimonianze durature, arroccate invece in forma di rovine di castelli sulle colline circostanti. E poi, naturalmente, il miracolo economico – ormai del tutto consumato, si diceva – ha richiesto fin dal principio generose cementificazioni e sconsigliato eventuali fisime di archeologi. Però ci sono ovunque cooperative di consumo e agenzie immobiliari, e fiere di paese e politiche culturali, e a tempo debito spuntano come funghi le sedi elettorali, opportunamente provvisorie.
In mezzo a questa Landa soggetta a tracimazioni, smottamenti e addirittura cicloni, immaginiamo un piccolo comune – facciamo 20mila anime, più o meno – senza attrattive particolari se non forse il nome da bassa cucina che potrebbe essere (ma non è, ovviamente) Agrùmia. Stanzoni prima destinati a tessiture conto terzi e ora trasformati in negozi di calzature, carreggiate senza ciclabili, un cippo alla memoria partigiana che, in piazza, si staglia equidistante tra il palazzotto comunale ottocentesco e quello nuovo in orripilante stile Seventies. Al governo senza stacco dalla Liberazione a Tangentopoli, il Buon-Partito ha vantato anche ad Agrùmia maggioranze bulgare, asfaltando generosamente e inaugurando parchi e rotatorie, promuovendo centri commerciali e animando fiere di paese, accontentando in maniera pressappoco equanime cooperative e immobiliaristi.
Poi il marasma degli anni Novanta, la frantumazione e il rifacimento dei quadri politici, dalla capitale alle remote periferie. Il disorientamento si supera ovunque – ad Agrùmia esattamente come a Roma – con rinnovata aggressività e spregiudicatezza. Succede anche negli esperimenti di laboratorio: negli ambienti stretti, con risorse in esaurimento, i topi diventano più scaltri e crudeli, si sbranano a vicenda. E Agrùmia è piccola ma, sotto il suo cielo piatto, ancora appetibile, ancora da finire di spolpare. Nella lotta per la vita vincono i peggiori. E i peggiori, di lì a poco, vinceranno.
Il disordine generale, intanto, lascia pochi spiragli. Si deve anche sapere, in premessa, che a pochi passi da qui troneggia, appestando la Bassura – che è una Piana desolata come una Pampa – un grandioso Incarbonizzatore, concretizzazione perentoria di scelte politiche che grondano diossina, soldi e privilegi. Il nodo è aggrovigliato e strettissimo. Anche qui, come ovunque, la classe dirigente si autotutela perpetuandosi mediante devoti delfini pronti a diventare, al culmine del cursus honorum, squalotti famelici. Certo possono talvolta verificarsi illuminazioni, conversioni, mutamenti: forse per evoluzione di consapevolezza, più probabilmente per convenienza di potere. Ma ad ogni esitazione di amministratori deboli di nervi il comitato d’affari mugugna. Il popolo, da parte sua, non gradisce granché il rigore senza fronzoli dei moralisti dell’ultim’ora, peraltro quasi mai immacolati. Sull’onda del cambio di verso nazionale, i Nuovi Potenti agrumesi – schizzati sul carro dei vincitori con la foga di Renzo su quello dei monatti – corrono presto ai ripari. Per fare un’ipotesi: un ex-sindaco chitarrista e festaiolo si ricicla nelle vesti incolori di cripto-sindaco, seleziona un front man giovane e docile, appronta il colpo di mano. La cordata – messa a punto come si usa in convivi amicali, tra un brunello e una bistecca – comprende notabili di varia risma e caratura; i tycoon del posto, faccendieri e imprenditori di mille intraprese e mille faccende; qualche recuperato irriducibile (sorrisi gioviali e ambizioni da squalo; e naturalmente, intorno al front man, una frotta di signorine e giovanotti affabili, amabili, agevolmente fruibili. I clienti di sempre si affollano ingordi. Il popolo si convince.
Dopo la vittoria, si procede ben presto – con più o meno garbo ma con gran pervicacia – a rimuovere quanti, nello sdrucciolevole spazio tra politica e amministrazione, minaccino di impacciare il luminoso cammino della modernizzazione o appaiano ossessionati dalla legalità in qualsivoglia forma o siano non abbastanza affabili e amabili e soprattutto fruibili. L’astuzia giunge a reclutare qualche esodato del vecchio Partito, che in attesa della pensione annuisce (o forse sovrintende e manovra: chi può dirlo, nelle foschie della Bassura?). Svelti svelti, si saldano debiti elettorali mediante libere interpretazioni dei regolamenti; si coglie al volo qualche assist provvidenziale allo scopo di vendicare vecchi sgarbi a bottegai e vivaisti; si puniscono senza misericordia intransigenti funzionari colpevoli magari di aver scontentato un ottimate, un affarista, un appaltatore, un parente di consigliere di maggioranza o minoranza; si innalzano le nullità manovrabili, i demeritevoli assetati di rappresaglia, gli assenteisti grondanti astio per essere stati prima smascherati e ora pronti a ogni servigio. I vessilli della meritocrazia sventolano, anche qui nell’aria opaca di Agrùmia, ma capovolti e sbrindellati. L’asfittica stampa locale diffonde il nuovo verbo, mentre la Rete mette a disposizione rudimentali macchine del fango manovrate da teppisti appena alfabetizzati e malvagi sedicenti catoni.
Così, nell’arco di pochi mesi, un sanguinoso spoil system è realizzato ad Agrùmia, in perfetta coerenza con il feroce nuovo corso maggioritario. I giovani amministratori neopotenti affabilmente, amabilmente, fruibilmente sorridono. Le opposizioni debolmente, gracilmente, affabilmente obiettano. Il popolo, nelle sagre, applaude assessori canterini e giocondi, e pazienza se l’Incarbonizzatore promette di raddoppiare, se emette diossine che appestano e ammalano, se i fumi infittiscono la cappa velenosa che grava sui vivai. Il comitato d’affari si compiace. I buoni, se ci sono, tacciono. Sullo sfondo, nuovi magnati e antichi venerabili osservano dietro vetri blindati. Sobbollono nel frattempo nuovi calderoni, si allenano stomaci e muscoli a ulteriori prilli e giravolte, gighe e tresconi. Succede ad Agrùmia come altrove. Poiché da Agrùmia, amici, si vede il mondo.

II. L’acqua d’Agrùmia

Agrùmia è terra d’acque frequenti e multiformi: la attraversano cinque principali corsi d’acqua – in realtà stenti tributari, malcerti nel tragitto pianeggiante e scarsi di flusso tranne quando, nelle stagioni di mezzo, certe lunghissime piogge rabbiose li gonfiano di fango. I cinque sono la Sbrana, l’artificiale Còppale (l’antico alveo artificiale in cui fu deviata l’antichissima Ella, nel suo residuo settentrionale tratto già divisa in Ella delle Banditelle, Ella degli Acquiputoli, Ella delle Conche), la Buriana e il superbo Uggione, immissario del lontano Fiume Reale eppure qui mera acquitrinosa dimora di zanzare e girini. Il loro faticoso percorso circoscrive la terra d’Agrùmia e per gran parte dell’anno la ammolla di scolaticci, la inzuppa di liquami, la infradicia di spurghi.
Ma, in realtà, in ogni suo quadrante questa terra madida è attraversata da rogge e minimi navigli: superstiti fossoni scampati per qualche tratto all’asfaltatura e ancora ingombri di scure piante palustri e pesanti ragni indolenti; fossetti di confine gremiti di larve opaline e filacce marce; sbocchi di cloache mezze ostruite da mummie di piccione e indecifrabili lordure.
Ad Agrùmia, terra piatta oltre ogni dire, ogni acqua tende inesorabilmente all’acquitrino, ogni liquido sparso s’impantana. L’antichissima vocazione paludosa dell’acqua agrumese genera, nella Bassura, variegate poltiglie, alle quali ben s’addice la piattezza dell’elenco: tra lo sterpame lungo la superstrada, stagni coperti di filamenti verdi e peduncoli mucosi; ai bordi delle strade sconnesse, pozze persistenti – esiti di perdite di tubature – in cui aggallano iridescenti tracce di vecchia nafta, penetrata nel terreno ai tempi remoti del boom economico, quando ogni muro tremava al boato ininterrotto dei telai; lungo i marciapiedi, rigagnoli di fanghiglia che, seccando al primo buffo di vento, lasciano una sporcizia minuta e incallita, memento di vecchie alluvioni e già notizia di nuove melme imminenti.
La terra d’Agrùmia, infatti, inclina con costanza alla mota, alla melletta, alla mucillagine, eccezion fatta per i giorni di gran caldo, quando si disseccano le prode e si muta in polvere ogni putredine. E’ pertanto difficile, ad Agrùmia, scorgere il limite esatto tra acqua morta e terra intrisa, così come è difficile distinguere, respirando l’eterna nebbia della Pampa, tra etere corrotto e umori vischiosi.
Simmetricamente, dunque, l’aria d’Agrùmia propende alla foschia, alla bruma, alla caligine: nell’atmosfera già di per sé densa di veleni, indugiano goccioline pesanti che lasciano untume sui capelli e sui parabrezza, e tra palato e lingua sapore di pattumiera mal lavata.
III. L’aria d’Agrùmia
Ad Agrùmia – come in altre consimili località della Bassura – pesa sui giardini delle case, sui terrazzi e fuori dai vetri delle finestre un’aria dall’apparenza talvolta trasparente, neutra, inoffensiva. Essa invece pullula sempre di polveri sottili, foschie, fumi, dispersioni colloidali, esalazioni, particolato fine e grossolano. Ogni agrumese, è stato calcolato, respira in condizioni di riposo dai 6 ai 9 litri di aria al minuto; camminando, però, ben 60 litri al minuto, e correndo addirittura 130 litri. L’agrumese, in quanto essere vivente, tutto il tempo inspira espira, inspira espira, inspira espira. Giorno e notte inspira espira. Inspira espira mentre, in giardino, al tramonto, ammira l’effetto Tyndall che tinge il cielo di rosso, e non solo a ovest. Inspira espira, inspira espira mentre, affacciato alla finestra, osserva sulla superstrada i camion che trasportano altre 8000 tonnellate di spazzatura all’Incarbonizzatore. Inspira espira, inspira espira, inspira espira mentre, dal terrazzo sul retro, guarda gli scatoloni in cui sono chiusi i libri della biblioteca agrumese, dismessa come cosa soverchia e inutile ai nuovi tempi. Inspira espira, inspira espira, inspira espira, inspira espira mentre, la mattina, attraversa il parco invaso dai rifiuti e dalle zecche, e cammina a passo lento, per tentare di respirare solo 6 litri di aria al minuto, e non – come invece inesorabilmente accade – 60 litri o peggio 130 litri d’aria densa di polveri sottili, dispersioni colloidali, esalazioni, particolato fine e grossolano, foschie, fumi.
Nei giorni della canicola, gli agrumesi – come pressoché tutti gli abitanti della Bassura – ambiscono alle spiagge e alle montagne: se possono, volentieri partono e vanno a respirare aria salsoiodica o frizzanti brezzoline. A quelli che restano, invece, può capitare – e proprio nei lunghi giorni chiari in cui Sirio brilla spietata e i condizionatori rombano senza pace – di respirare con l’aria d’Agrùmia anche una eccedente quantità di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofuraniemesse dall’Incarbonizzatore – impianto ormai peraltro meritevole, data la sua presenza ineludibile nella vita delle comunità locali, di un nome proprio, che andrà quindi coniato e usato per un battesimo possibilmente sontuoso: Creio? Oxalaia? Golem? Leviatàn? Al probabile fine di non pensare alle conseguenze future dell’inestinguibile incarbonizzamento, qualche agrumese forse ora almanacca, inspirando espirando, proprio intorno alla nominazione del mastodonte, o forse fantastica sulle circostanze passate della malaugurata emissione, interrogandosi non tanto sul perché ma sul come: in che modo i misteriosi policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani fuoriescono? In che modo si slanciano nel cielo della Pampa? In che modo debordano dagli altrimenti sigillati orifizi dell’Incarbonizzatore? Scaturiscono, questi policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, lentamente con un sibilo? O fuoriescono d’un botto con fragore? Affiorano insidiosi da sopra o trasudano oleosi dai lati o percolano collosi da sotto o rampollano liquidi-liquidi tutto intorno? O magari debordano straripano tracimano, come gli anonimi fossi fanno puntuali ogni novembre nella bassa Bassura ferucolense, nella piatta Piana vignòlica, nella pantanosa Pampa barbaricina? O svaporano invisibili e silenziosi nell’aria circostante e soprastante, addensandola appena, infettandola, corrompendola, affidando alle correnti – che al crepuscolo muovono appena appena la calura stagnante – tossici da distribuire su Cacuminàle (comune vicino nel quale ha legalmente sede l’impianto) e su Agrùmia e in tutta la Piana, inesorabilmente, fino alla città e oltre: veleni silenziosi e invisibili sulle case e sulla pelle e nei polmoni e nelle tiroidi e nel dna di tutti, dei poveri e irrilevanti come dei ricchi e potenti: i quali ultimi, al ritorno dai monti e dai mari, saturi di iodio e di brezza, troveranno pure loro, e giustamente, densa aria agrumese da respirare, inspirare espirare, inspirare espirare, inspirare espirare. Usque ad finem.

IV. Il fuoco e il veleno d’Agrùmia
Il fuoco di Agrùmia è quello che giorno e notte ruggisce dentro il sullodato Incarbonizzatore: brucia l’immondizia a yottatonnellate, e infaticabile aggiunge sostanze venefiche alle acque e alle arie già ben sature di fitofarmaci e anticrittogamici
Nessuna purificazione o catarsi o palingenesi si può attendere da questo fuoco: Agrùmia non conosce evoluzione, nemmeno nelle forme cicliche che le mitologie garantiscono con vertiginosi anni cosmici scanditi da conflagrazioni universali e periodiche rigenerazioni.
Nel fuoco di Agrùmia non agisce nessuna forza produttiva o ragione ordinatrice, nessun arché – nessuna apocatastasi o diakosmesis (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, della lettura di Diogene Laerzio: ma qui malvolentieri si tollerano gli eruditi).
Il fuoco di Agrùmia è fuoco post-industriale, velenifero e redditizio: è un feticcio automatico (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, anche della lettura di Karl Marx: ma qui di contraggenio si mandan giù i filosofi).
Diciamo allora che il fuoco d’Agrùmia è tutto sterile veleno. Ma, qui ad Agrùmia, non solo nel fuoco ribolle il veleno. Agrùmia intera trasuda veleno: ne è intrisa la terra, ne è pregna l’aria, ne schiumano le acque. Soprattutto, ne sono gonfi gli agrumesi, fossili portentosi di epoche remotissime e bestiali, soggetti per antropologi di stomaco robusto, poiché qui i comportamenti si producono da pulsioni primordiale, tessono vischiose ragnatele di rapporti pre-politici e pre-umani.
Nella velenosa Agrùmia vale infatti l’appartenenza alla tribù, vale il signacolo ancestrale capace di prevalere non solo sul merito e la ragione ma anche sulla funzionalità minima: si sacrifica volentieri l’efficienza – la comodità, perfino – all’intimità con i manovratori, generatrice di infiniti minutissimi favori. Avere in famiglia anche un miserrimo traffichino dà un prestigio e una sicurezza incomparabili, e senza neanche bisogno di troppa ostentazione: tra l’una e l’altra piazza di Agrumia, tutto si sa di tutti.
Così, il fuoco d’Agrùmia cuoce e ricuoce il veleno, bolle le tossine secrete senza sosta, rosola frigge arrostisce i mille mali che gli agrumesi trasudano e coagulano in coaguli, in grumi che si incrostano ovunque e avvelenano i malcapitati: malacarne (in senso proprio e in senso traslato), malaccortezza, malacopia, malacreanza, malefatte (in senso proprio e in senso traslato), malafede, malaffare, malagrazia, malalingua, malandrini, malanimo, malanni, malaparata, malaria, malasorte, malattia, malaugurio, malaventura, malavita, malavoglia, malconsiglio, malcostume, maldestrezza, maldicenza, maledizione, maleducazione, maleficio, malodore, malerba, malessere, malevolenza, malfare, malfattore, malformazione, malgarbo, malgoverno, malgusto, malignità, malinconia, malincuore, malinteso, malizia, malmerito, malocchio, malora, malpensante e malpensiero, malridotto, malsanìa, maltrattamento, malumore, malusanza, malvagità, malversazione, malvivente, malvolere.
Il male qui infetta la terra e ammorba il cielo, lo oscura: è un male retrivo, misoneista, oscurantista.
Non esiste a ben vedere, né è mai esistito, un’età dei lumi agrumese, se non per certa modernizzazione degli eterni e risaputi meccanismi di profitto per i ricchi e di privilegio per i potenti. Poiché, non dimentichiamocelo mai, amici, da Agrùmia si vede il mondo.
Ad Agrùmia, dunque, funzionano soprattutto congegni di salvaguardia della tribù: la comunità di sangue, l’iniziazione, l’espulsione dello straniero, il capro espiatorio, la gogna sacrificale, lo stigma (a sangue!) di salvaguardia clanica. Roba da antropologi, appunto. E tutto in scala minore – poiché Agrùmia è in ogni cosa infima – ma con un surplus di ferocia che compensa la dimensione ridotta, così che anche Agrùmia possa avere la propria cosmogonia atroce, la propria epica sanguinosa e, finalmente, la propria meritata apocalisse.

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Milva Maria Cappellini – Anton

Sull’alto treppiedi, al centro dell’aula, sta un trittico di bottiglie: un’ampolla di massiccio vetro verdastro; una boccia ungherese, scura, dal lungo collo esile; una sorta di balsamario di un azzurro opaco. Ora i ragazzi hanno smesso uno dopo l’altro di disegnare: finalmente silenziosi, tengono le matite strette fra le dita, i sorrisi bloccati, gli occhi abbassati o fissi di sbieco su Anton: ritto a lato della cattedra, carico come una molla, torvo, imprevedibile. L’aria, pesante di odori di solvente e di sudore, ha appena assorbito le parole affilate della professoressa – colpi di frusta schioccati su Anton, coltelli, giavellotti scagliati, proiettili esplosi contro l’ennesima insolenza di quel ragazzone membruto, incongruo, facile agli scoppi d’ira e al turpiloquio.
Pochi minuti prima Anton aveva alzato la testa dal foglio captando l’ennesima vibrazione del suo telefonino depositato, insieme a tutti gli altri, nella scatola appoggiata sulla cattedra. La rabbia si era svegliata e aveva scodinzolato, solleticando con il pelo ispido e sporco l’interno del cranio di Anton. Senza guardare la professoressa, inclinata con snella grazia a controllare il lavoro di un compagno della terza fila, Anton si era alzato dal banco e si era diretto verso la cattedra, con il ciuffo scurissimo dondolante sulla fronte china; a colpo sicuro aveva afferrato il telefonino: “Ma’, sono a scuola!”. Un bisbiglio nelle intenzioni, nel silenzio dell’aula invece un boato baritonale. I compagni dapprima avevano ridacchiato. La schiena affusolata della professoressa era scattata raddrizzandosi, gli occhi verdi di bottiglia spalancati – le parole fuoriuscite dalle labbra pallide con un sibilo di gas.
Non può mai esserci giustificazione e Anton non ne cerca ora. Sente la rabbia che si divincola alla base del collo e inghiottisce a vuoto per mandarla giù. Sarebbe inutile spiegare, lo sa bene. Occhi troppo verdi, labbra troppo bianche, schiena troppo dritta: una ballerina-vipera, una giapponesina di gesso duro. Come potrebbe capire, con quelle labbra tanto chiare, con quelle pupille tanto verdi, con quelle vertebre impilate l’una sull’altra con tanta armonia. Ieri lui è stato male un’altra volta, è scappato inseguendo la sua rabbia che affamata lo inseguiva; il babbo lo ha ritrovato soltanto a tarda sera al centro del parco, sfinito su una panchina, faceva freddo e lui con addosso solo una maglietta. E ora forse la mamma ha sbagliato l’ora della ricreazione, forse la bidella della portineria era nello sgabuzzino a fumare e non le ha risposto e lei si è spaventata; la mamma è in ansia sempre, dal giorno in cui si sono conosciuti, quasi dieci anni fa, nell’istituto. O forse è davvero successo qualcosa, e lui non lo sa perché ha riabbassato subito – non si risponde al telefonino durante le lezioni – e non le ha dato tempo. La rabbia di Anton, risalita dietro le sopracciglia aggrottate, sferra un gran colpo all’osso della fronte, poi un’unghiata alle palpebre, e lui per un attimo vede buio. Le ragazze ora allontanano i capelli dal viso con scosse secche del collo, i piedi scalpicciano cauti sotto i banchi, qualcuno lascia andare il respiro con un piccolo sbuffo. La rabbia di Anton, dietro lo sterno, fracassa di pugni le costole. La professoressa lo guarda con le labbra strette, in silenzio: è una bambolina preziosa, gli occhi sono smeraldi, la bocca è schiuma di mare, la schiena ha la linea delicata di una biscia, l’equilibrio di un serpente a sonagli che sta per colpire. Lentamente ora porta le mani al petto, come per contenere un sospiro; con quelle dita appuntite ha firmato insieme a tutti i suoi colleghi, proprio il giorno prima, certe carte che parlano di Anton, della sua rabbia, dei modi possibili di domarla, di distrarla, renderla meno pericolosa. Ha firmato con la sua grafia elegante, come ogni giorno firma circolari e documenti, le ricevute, gli scontrini della carta di credito. Senza pensarci e senza crederci. E infatti la rabbia di Anton, tra lo stomaco e la pancia, morde e maciulla, e lui qualcosa deve pur darle da mangiare, altrimenti lei con i suoi denti aguzzi lo sbranerà una volta per tutte.
Così, con voce quasi tranquilla, alta e chiara, Anton pronuncia una bestemmia, la peggiore che conosce. Poi si incammina verso la porta, attraversando l’aula in diagonale: obbedisce alle parole-pugnali della professoressa, una statuetta scolorita che rimane immobile, le mani viperine ancora al petto.
Anton passa vicinissimo al treppiedi, le tre bottiglie vibrano in sordina ai passi pesanti nelle scarpe da ginnastica: vibrano alla rabbia nera a stento placata, alle vecchie ferite che non smettono mai di far male, alle botte prese da piccolo, all’abbandono, all’istituto, alla vecchia fame di Anton, alla sua vecchia sete, alla sua vecchissima solitudine. Il braccio sinistro, dondolando nel passo, quasi sfiora l’ampolla, la boccia ungherese, il balsamario.

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@Sete Luas – Marsiglia

 

Neanche la bouillabaisse pressoché putrida mangiata in uno dei ristoranti per turisti nei vicoli sul porto era riuscita a rattristarla: l’adrenalina che scorreva copiosa in lei aveva disinfettato perfino la verdura pesta, il pesce quasi decomposto. Non erano lì per la gastronomia tipica, del resto. Ora guardava di sottecchi, camminando svelta sui tacchi, l’uomo alto e aitante che le premeva piano il gomito, guidandola verso l’albergo; per lui aveva fatto cose, negli ultimi giorni, delle quali mai si sarebbe immaginata capace. Prudente per natura e per pratica assidua, aveva organizzato tutto cercando di mantenersi quanto più possibile prossima alla verità: aveva rintracciato una manifestazione in zona a cui plausibilmente partecipare per motivi di verosimile aggiornamento professionale, chiesto giorni di permesso al lavoro, acquistato i biglietti ferroviari, prenotato on line un albergo – piccolo e modesto, anch’esso del tutto compatibile con le sue abitudini da provinciale – nella parte antica della città, vicino al luogo dell’antichissimo sbarco dei Focesi. Il restante ambito di menzogna e tradimento risultava sufficientemente ridotto perché i sensi di colpa non potessero avervi troppo spazio. Nei giorni febbrili della preparazione, il continuo pensiero dell’uomo prestante e signorile che ora le camminava accosto aveva bruciato ogni esitazione. Lui aveva capito, e aveva lasciato a lei la logistica dell’incontro, per consentirle di assorbire l’inquietudine, di attutire, di normalizzare l’avventura.

Era partita da casa con il cuore in gola, era scesa alla stazione concordata e l’aveva trovato ad aspettarla, elegante e sorridente, appoggiato alla sua bella berlina lucida. Le aveva aperto la portiera: sul sedile del passeggero c’era una rosa gialla. Lei era arrossita di piacere e di attesa. Il suo amante. Un uomo affascinante, affermato, e lei così quieta e normale: un incontro casuale, un miracolo la loro attrazione reciproca, profonda, sfrenata. Avevano parlato e riso, durante il viaggio, come due ragazzi; lui le lasciava la mano solo per cambiare la marcia, lei sfiorava la gamba muscolosa, la stoffa dei pantaloni dalla piega netta. Usciti dall’autostrada, avevano spento il climatizzatore, nonostante la calura precoce di quei giorni di inizio giugno, per poter godere del vento del Var, profumato di timo, che entrava dai finestrini. La città era bollente, devastata da lavori in corso ovunque, l’aria pesante di odori e polvere anche al tramonto. Il mare, tra le due fortezze, aveva riflessi di piombo e di fuoco.

Ora camminavano verso l’albergo, a passo spedito a dispetto del pasto greve. Avevano dilazionato quel momento tanto desiderato (la porta chiusa dietro le spalle, un grande letto, una intera notte davanti) per gustarne meglio tutta l’intensità, ma ora avevano fretta di avere quel letto, quella notte. Ecco l’edificio, alto, stretto fra altri, la facciata sbiadita (molto sbiadita) con l’insegna gialla nel buio (lui esitò nell’entrare), i gradini di ingresso ricoperti di moquette (il passo elastico di lui rallentò impercettibilmente), la conciergerie con il bancone demodé e l’abat-jour dal paralume stinto (lui lanciò a lei uno sguardo di lato, che lei non vide). Soffocata dall’emozione, lei gli porse il documento perché lo consegnasse al portiere assorto, lento; vide poi lui, con un gesto forse un poco frettoloso, prendere con due dita la chiave da cui penzolava la targhetta di plastica e subito avviarsi all’ascensore: insolito che, galante com’era, non le cedesse il passo – ma lei era forse in grado di accorgersene? La cabina dell’ascensore era minuscola e maleodorante (un foglio scritto a macchina e fissato con una puntina annerita avvisava che la colazione era servita dalle sette alle dieci e non era compresa nel prezzo del pernottamento): ma si sarebbe forse potuta, anche di questo, rendere conto? Si appoggiò un attmomento a lui, con le dita carezzò le cifre ricamate sulla camicia leggermente umida. Primo piano, secondo, terzo. Il corridoio era stretto ma breve, la serratura docile, l’interruttore solo vagamente vischioso. Si accese una luce fioca: ma a che serviva ora la luce? Appena serrata la porta, lui la cinse da dietro e le baciò la nuca. Un attimo, e lo sentì imprecare sottovoce. A un passo da loro, il letto della camera era disfatto, nessuno evidentemente aveva fatto le pulizie. Trattenendo a stento il disappunto, lui provò a chiamare la portineria, ma il telefono era muto. Scesero, lui fu educato ma fermo (anni di consigli di amministrazione lo avevano reso resistente allo stress) ed ebbero un’altra camera: tre piani più su – je suis désolé, monsieur – e appena un po’ più piccola. Qualcuno, intanto, aveva chiamato nel seminterrato l’ascensore, e stava trattenendo la cabina, così salirono le scale anguste, rampa dopo rampa; entrarono, chiusero la porta. Lui la strinse da capo. Stavolta il letto, lì davanti, era approntato: era singolo, però. Scesero di nuovo le scale, il portiere cercò di convincerli che si trattava per l’appunto di un french bed; lui avanzò nuove rimostranze ed ebbero un’altra camera, l’ultima libera: appena appena un po’ più piccola – je suis très désolé, monsieur – e nel sottotetto. Lassù in alto stagnava un’aria irrespirabile. Prima di prenderla tra le braccia, stavolta, lui si tolse la giacca, la appoggiò alla spalliera consunta della poltroncina ed entrò nel bagno asfittico per sciacquarsi il viso; non c’era traccia di asciugamani. Stavolta scese da solo, tornò cinque minuti più tardi, traspirando copiosamente e bestemmiando sottovoce, con una bracciata di teli biancastri. Lei era rimasta per tutto il tempo ritta vicino alla porta, col fiato sospeso, pronta a riprendere l’abbraccio esattamente dove era stato interrotto. Lui le passò le salviette, si tolse le scarpe e fece due passi verso il pannello del condizionatore, spostando su e giù una levetta; la macchina prima frusciò brevemente, poi tacque, ronzò, poi tacque. L’aria chiusa della stanza di colpo sembrò ancor più torrida. Lui armeggiò con le manopole, senza risultato. Lei rimase in piedi, in silenzio, con la borsa appoggiata in terra vicino alle caviglie e la pila di strofinacci sulle braccia tese. Lui cercò di nuovo di telefonare, ma neanche qui il telefono dava segni di vita. Si rimise le scarpe e salì su una sedia; assestò un paio di colpi al parallelepipedo di latta incastrato sopra la porta, senza ottenere altro che nuvolette di bioccoli di polvere e uno spolverìo di calcinacci. Scese di nuovo. Tornò dopo dieci minuti, fradicio di sudore, per comunicarle con voce strozzata che l’aria condizionata veniva messa in funzione in tutto l’albergo solo a partire dalla metà esatta di giugno: precisamente il giorno dopo, dunque. Aprì la finestra: entrò una folata di aria appiccicosa, portando fin lassù gas di scarico e odore di fritto. Per strada, un gruppo di ragazzi schiamazzava, ascoltando musica a volume altissimo dalle autoradio delle auto ferme con il motore acceso e le portiere aperte. Ciò nondimeno lui riuscì ad abbracciarla un’altra volta, scostandole i capelli e mormorando perfino qualche dolce sciocchezza adatta alla circostanza. Lei sentì il suo odore struggente di pelle maschile, di dopobarba costoso e tuttavia ormai impotente contro il lieve rancido del sudore. Un secondo dopo, lui balzò indietro schiaffeggiandosi con violenza una guancia ed esclamando un’orribile parolaccia: lei trasalì, ma vedendo sul palmo di lui una traccia di sangue e una zanzara spiaccicata si lasciò sfuggire un risolino. Lui la fulminò con uno sguardo, lei accennò a scusarsi ma lui tornò ad avvinghiarla, negli odori e nei rumori, nel ronzio incessante delle zanzare che entravano a sciami, nel caldo insopportabile, nella luce giallastra dell’insegna. La portò verso il letto maledicendosi silenziosamente per non aver prenotato al consueto Vieux Port, scostò la coperta (per elementari ragioni igieniche, non faceva mai l’amore sulle coperte dei letti negli alberghi, neanche al Vieux Port) scoprendo lenzuola dal colore incerto che si sforzò di ignorare. Si sdraiarono, si spogliarono l’un l’altra, lui recuperando in extremis la sicurezza che lo rendeva irresistibile, lei con i prevedibili, teneri gesti goffi di un’adultera principiante. Per strada arrivavano e ripartivano motorini, con gran fracasso di marmitte e urla di saluto, mentre gli aromi dei ristoranti salivano a spire umide e dense, e le zanzare si affollavano attirate dal chiarore dell’insegna e dal calore crescente dei corpi.

La sintonia, nell’amore, è forse un fatto di confidenza e anche di comfort, mentre l’eccesso di passione dei nuovi amanti talvolta ingorga e impaccia, massimamente in condizioni disagevoli. L’abbraccio così fu veloce, e la temperatura richiese pronto distacco delle membra e pretese litri di acqua fresca. Purtroppo il minibar era vuoto e dovettero accontentarsi del sorso tiepido rimasto in una bottiglietta comprata nel viaggio. Lei del resto gli cedette volentieri quelle poche gocce. Cercarono in seguito di dormire, tenendo a una certa distanza i corpi attaccaticci; perfino l’intreccio delle dita diventava, con quell’afa, penoso. Il frastuono giù in strada non cessava, le cucine assediate dai turisti lavoravano a tutto vapore, le zanzare volavano a stormi compatti. A tarda ora, il raggio laser di un locale cominciò a sciabolare ogni trenta secondi la penombra della stanzetta. Lui si alzò più volte per chiudere la finestra, e ogni volta dopo pochi minuti si rialzò per riaprirla, non appena il caldo si faceva intollerabile. Quando alla fine la gazzarra si placò e i fornelli vennero spenti, una luce scialba cominciò a invadere la stanza e l’aria diventò quasi fredda, tanto che lui dovette alzarsi un’ultima volta per chiudere le imposte. Le zanzare superstiti – scure, gonfie, sazie – erano ormai appese immobili alle pareti e sul soffitto. Ripresero sonno, promettendosi mentalmente un nuovo amplesso mattutino, ma un attimo dopo li svegliò un brontolio sordo, che diventò uno sferragliare acuto e poi si assestò in un rombo continuo, mentre una violenta folata gelida e puzzolente li investiva in pieno petto: l’impianto di condizionamento centralizzato, puntuale, era partito in tutto l’albergo. Non ci fu verso, per tutto quanto restava della notte, di spegnerlo né di difendersi dalle raffiche.

Partirono prima delle sei. Porgendo la carta di credito al concierge, mentre lei aspettava in disparte, lui sibilò: “E guai a lei se si azzarda a farmi pagare la colazione”. Accennando un piccolo inchino, costui rispose con voce ferma: “Monsieur, niente petit déjeuner stamani: quando abbiamo riavviato l’air conditionné è saltato il microonde e per oggi ci è malheureusement impossibile scongelare i croissants. Je suis vraiment désolé”.

@Sete Luas

 

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