Blimunda, Il Gran Cinghiale e il Maiale Stercorario (dalle “Cronache di Agrumia”, 2018)


Agrùmia è tutta una gigantesca macchina del fango: ogni luogo trasuda loto, ogni gesto produce belletta. Anche chi pubblicamente aborre il limo con disgusto, in realtà ne assorbe e ne restituisce in gran quantità e sotto tutte le forme. La polvere dell’estate non è che la preparazione della poltiglia a venire.  E’ logico che i suini di ogni sorta e qualità abbiano da gran tempo eletto Agrùmia ad habitat ideale. Da quando gli agrumesi hanno faticosamente appreso l’arte della lettura, poi, l’ambiente si è fatto propizio anche per i cinghiali (scriventi, scrivani, scribacchi, scribacchini), abili a sfruttare la naturale inclinazione agrumese alla maldicenza e alla calunnia. Così, ogni mattina gli agrumesi alfabetizzati si nutrono del marciume che il Gran Cinghiale secerne e lascia traboccare dal trogolo: insinuazioni, malignità, notizie risibili gonfiate di sospetti e false accuse. E prontamente la rigurgitano, moltiplicandola, e diffondono ovunque la materia fecale. Ma, poiché l’agrumese è letterato ma non troppo, il Gran Cinghiale può millantare fine cultura e ingegno filibustiere, furor moralizzatore e libero giudizio. In realtà, come tutti i manovratori di grandi o minime macchine del fango, egli è asservito a poteri innominati e schiavo delle proprie vanità, che sono molte e salde e non innocue.

A onor del vero, il vanesio Gran Cinghiale non vive in territorio agrumese: la sua indiscussa superiorità intellettuale lo ha spinto verso il vicino capoluogo, dove la Bassura si solleva e appena un po’ si illimpidisce o se ne illude. Ma, come ogni maschio alfa – sebbene in canottiera e ciabatte – ha gregari solerti, ridicoli valvassori disposti ai lavori più minuti e sporchi in cambio di un centimetrico palcoscenico sul quale ostendere il proprio repertorio di sudiciumi. Il suino subalterno, per eccesso di zelo, aggiunge veleno al pastone, e soddisfa (appaga) la sozza fame che agita certa marmaglia. Sull’esempio del maestro Cinghiale, ma con un sovrappiù di ferinità tribale e di crassa ignoranza, il Maiale Stercorario elegge nemici che perseguita con ottusa pervicacia, che soffoca sommergendoli nello stallatico. Distillato abominevole di tutte le peggiori doti agrumesi, elucubra argomentazioni capziose e ostenta una dottrina da far sbellicare; intanto, all’occasione, salda i conti di una contravvenzione ricevuta, di una magra figura, di un interesse un po’ innominabile.

Talvolta il Cinghiale, forse stanco di ammorbare il mondo o affogato dalla boria o appesantito dal pasto, trascura la revisione dei deliranti prodotti del Maiale subinfeudato, il quale si invischia in anacoluti e malapropismi e altre sventure morfosintattiche e interpuntive, seminando svarioni. E – ascolta, sventurata Agrùmia! – può accadere addirittura che una abborracciata fazione politica o degenerato comitato locale elegga il Maiale a opinion leader: a tanto può arrivare in questi tempi la carestia di civiltà.

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