@Milva Maria Cappellini – «La mia stanza orientale»: vita inquieta di Leda Rafanelli


Leda Rafanelli, L’Oasi. Romanzo arabo, Corsiero editore, Reggio Emilia 2017

Nel romanzo Memorie d’una chiromante, scritto in anni tardi e pubblicato postumo, Leda Rafanelli traccia in breve le linee della propria origine:

 

Ho sangue arabo nelle vene: mio Nonno materno era figlio naturale di uno Zingaro Tunisino.

Fin dai primi anni ho rivelato le tendenze orientali della mia anima: nella preghiera, invece di congiungere le mani, volgevo le mani in alto, con le palme verso il cielo, e istintivamente mi orientavo verso l’Est. In famiglia mi consideravano «stravagante».

Amavo adornarmi con collane di gemme brillanti, e reclamavo per le piccole orecchie grandi «cerchioni», che mi davano l’apparenza d’una zingarella. E d’una zingarella avevo veramente il «tipo», con la mia pelle bruna e i capelli neri e riccioluti.

Sdegnavo i comuni vestitini da bimba, cuciti e ricamati. Mi avvolgevo in lembi di tela, e serravo la testa in pezzi di vecchia stoffa gialla o rossa. Il mio gioco prediletto era quello di «predire la buona ventura». Avevo sempre, in una borsa di seta verde appesa alla cintura, un logoro mazzo di carte.

 

Non è dato sapere, al momento, se uno zingaro tunisino sia davvero tra gli avi di Leda, nata il 4 luglio 1880 a Pistoia, da Augusto, impiegato, ed Elettra Gaetani[1]. La costruzione di una genealogia fantastica sarebbe un gesto del tutto congeniale a Leda. E’ invece da credere senz’altro la stravaganza precoce quanto persistente nel vestire e nell’atteggiarsi. Ed è da notare la dichiarazione d’amore per l’Oriente: un amore destinato a segnare per sempre la vita di questa donna che forse per l’Oriente non partì mai.

Dopo pochi anni di scuola, Leda diventa operaia, nell’antica piazza pistoiese di San Bartolomeo, dove si apre la tipografia Giuseppe Flori[2]. In uno scritto autobiografico inedito, Gli ultimi internazionalisti, Leda si ricorderà  bambina e poi adolescente, sempre bruciata dalle stigmate di una diversità insopprimibile:

 

Vi era però, in me, anche un bagliore segreto, una aspettativa indescrivibile, che mi aveva già resa diversa dalle vivaci ragazzette della mia stessa età fino dalle Scuole Elementari (unico periodo di «studio» che ho seguito, poi che non ho mai saputo adattarmi alla Scuola, ma leggevo di tutto, studiavo a mio modo il disegno e il francese, ed avevo già espresso il desiderio di frequentare un corso di «Belle Arti»), le ostili vicende familiari mi consigliarono di lavorare, e scelsi, – direi naturalmente – di presentarmi, come apprendista, in una Tipografia[3].

 

In tipografia, Leda ragazzina incontra – grazie alle parole di un compagno di lavoro, pratese e dunque concittadino di Gaetano Bresci[4] – gli ideali anarchici, ai quali si manterrà nei decenni instancabilmente fedele, come fedele sarà alla scrittura. «Oh, la carta stampata! Ha riempito, orientato tutta la mia vita!»[5], proclamerà una Leda ormai anziana. E’ invece ancora quasi una bambina quando vede a stampa il proprio nome: già nel 1897, infatti, pubblica per i tipi di Flori un libretto di poesie, Pensieri, insieme al fratello Metello Brunone, avido anch’egli di esotismo e destinato, se si dà credito ai ricordi di Leda, a una vita picaresca[6]. E’ dunque in versi la preistoria della scrittura di Leda[7]. In un foglio dattiloscritto, presenterà – verosimilmente in età tarda – una “semplice poesia” intitolata Noi siamo gomene:

 

La scrissi giovanissima, quando ero una povera operaia di tipografia, e dirsi socialisti o libertari era pericoloso. Feci amicizia con un anarchico di Prato (era già avvenuto [il] Regicidio di Bresci). […] In “fosco inizio di secolo”, questi versi, trascritti sopra un cartoncino che decorai con un garofano rosso, li mandai a Filippo Turati, il forte, grande socialista, che fino alla morte è rimasto fedele alle sue idee. Allora non conoscevo che lui. Turati mi rispose: “Cara Compagna, questa Lirica può essere pubblicata in uno dei nostri giornali di propaganda”. Ne fui felice[8].

Nelle ingenue rime, l’auspicio socialista dell’unione dei proletari si affida ad allegorie marinare, all’evocazione di velieri e traversate: le mura di Pistoia circoscrivono uno spazio ormai troppo angusto per i desideri della giovane tipografa che – lei stessa racconta a più riprese – di lì a poco dovrà riparare addirittura Egitto, a causa di oscure traversie familiari[9]. Nessuna traccia certa, in realtà, di questo enigmatico soggiorno di tre mesi: ma la sua realtà, vera o immaginata, si imprime nella vita di Leda, nel profondo e fino alla fine. Tra congetture e perplessità, la ricostruzione più suggestiva – e forse la più vicina al vero – di questa avventura orientale è per paradosso affidata a un graphic novel, alla silhouette esotica di un dromedario che compare misteriosamente e accompagnerà i passi di Leda per l’intera sua lunga vita – nei vicoli di Pistoia, per le vie di Milano dove nel 1908 va a vivere e a lavorare, nel cimitero genovese dove nel 1944 seppellisce l’unico figlio[10]. Nello spazio dell’avventura, poi, germoglia il romanzesco: proprio ad Alessandria d’Egitto, Leda avrebbe conosciuto il futuro marito, in circostanze assai romantiche. Attratta da uno scarabeo di terracotta, la ventenne pistoiese  – turista o esule – sarebbe entrata in una botteguccia dove un giovane italiano, in vesti arabe, le avrebbe consegnato fogli anarchici, strappandole poi la promessa di tornare l’indomani: «Anche nella Terra dei Faraoni il destino mi fa incontrare con dei ribelli?»[11], si domanda Leda. Nella sua narrazione, il burnus del venditore cela  un fiorentino commesso di cartoleria, Luigi Polli: nato nel 1870, di “colore politico anarchico”, come si apprende dalla scheda conservata nel Casellario politico centrale dell’Archivio di Stato (busta 4067).  Se davvero Leda è stata in Egitto, in quei primissimi anni del secolo, può aver fatto quell’incontro: nella scheda, infatti, si menziona sia il soggiorno (fra il 1896 e il 1900) ad Alessandria d’Egitto, sia l’attività di libraio svolta fra la numerosa colonia italiana lì residente e il primo arresto subìto per associazione anarchica.

I due, per certo, si sposano nel maggio 1902 e conducono a Firenze prima la “Tipografia Ugo Polli”[12], poi “Libreria Rafanelli-Polli”, attivissima nella produzione di opuscoli e libri di propaganda sociale, molti dei quali firmati dalla stessa Leda. Già nel 1901 Leda aveva pubblicato, con la Libreria editrice G. Nerbini, Alle madri italiane (1901), nelle quali si definiva ancora “socialista” e si scagliava contro il dogmatismo religioso e il clericalismo. Già a partire dal 1903, la produzione di Leda è incessante, per lo più destinata a una miriade di testate politiche di orientamento socialista e libertario, firmata con una quantità di pseudonimi, declinata in tipologie molteplici: proclami di propaganda, versi, bozzetti in prosa, ma anche pagine di narrativa popolare – sempre di carattere sociale – che appaiono per i tipi della casa editrice fiorentina Nerbini (La bastarda del principe. Madre coronata e madre plebea nel 1904,  Un sogno d’amore e Le memorie di un prete nel 1906)[13].

Ma per Leda la scrittura sembra incrementare a dismisura la vita, non certo limitarla; così, questo tempo fiorentino è ricco anche di incontri con esponenti di primo piano della parte libertaria: nel dicembre 1905, per fare un solo esempio, Leda e Luigi partecipano al convegno dei sindacalisti rivoluzionari di Bologna, al quale sono presenti tra gli altri, Luigi Fabbri, Oberdan Gigli, Pietro Gori e Armando Borghi[14].

Nel 1907 Leda dà alle stampe della tipografia Ugo Polli il  pamphlet Contro la scuola: il giornaletto di Ostiglia «Luce!», che conta tra i redattori il giovane Arnoldo Mondadori, lo riproporrà a puntate[15].  In quello stesso anno Leda conosce, sempre a Firenze, un altro anarchico tipografo, il ventenne aretino Giuseppe Monanni (o Monnanni), fondatore della rivista anarco-individualista «Vir». Inizia una lunga storia d’amore e un ancor più lungo sodalizio politico e professionale. Il matrimonio con Polli si scioglie, ma non i rapporti tra i due coniugi: Luigi Polli, destinato a una vita errabonda in paesi diversi, morirà nel 1922 nella casa milanese di Leda. A Milano – nell’allora comune di Greco, in via Monza 39 – Leda si era trasferita, insieme a Monanni, alla fine del 1908. Il suo attivismo politico, già a Firenze, non era passato inosservato: «Leda Rafanelli riscuote in pubblico fama di persona piuttosto libera nella condotta morale, anche per i suoi principi di libero amore. Ha intelligenza molto svegliata e cultura superiore alla media acquistata con la lettura assidua e con l’assimilazione di libri, opuscoli, riviste sociologiche. Ha frequentato appena le scuole elementari»: così scrive la prefettura di Firenze il 4 agosto 1908[16]. Nella nota, Leda viene descritta come una donna esile, di media statura, con i capelli neri folti e ondulati, «di andatura svelta e espressione fisionomica simpatica». L’operosità di Leda continua a Milano: con Monanni, dà vita alla Società Editoriale Milanese, destinata a cambiare negli anni più volte nome (Libreria Editrice Sociale, Casa Editrice Sociale) e sede, anche a seguito di censure fattesi più severe durante la dittatura fascista[17]. Nel primo dopoguerra, in catalogo compariranno titoli di rilievo: l’opera omnia in 11 volumi di Nietzsche, e poi Kropotkin, Morris, Malatesta, Darwin, Stirner, e ancora Miguel de Unamuno, Bernard Shaw e molti altri[18]. Negli anni del fascismo usciranno poi, tra gli altri, L’amore libero di Charles Albert (1921, con prefazione di Leda Rafanelli), La psicologia delle folle di Gustave Le Bon (1925),  L’ateismo di Felix Le Dantec (senza data ma del 1926). Sempre con Monanni, Leda aveva avviato già nel 1909 la rivista «Sciarpa nera», alla quale collabora anche il non ancora celebre Carlo Carrà, autore del logo della casa editrice: un volto di donna che potrebbe rappresentare Leda, anguicrinito[19]. L’immagine di Leda è – in questi anni e in tutti quelli che vivrà – eccezionale non meno della sua energia intellettuale. Convertitasi all’Islam durante il viaggio egiziano – questo almeno è quanto accreditano quasi tutti i biografi – per tutta la vita osserva i riti musulmani e pratica consuetudini orientali: segue una rigorosa dieta vegetariana e beve solo caffè, digiuna durante il Ramdan, si protegge con amuleti guardati da Nella Giacomelli con «espressione sdegnosa e ironica»[20]. Nelle trafficate vie milanesi, nelle redazioni e nelle tipografie, nei circoli dove si infiammano i comizi, Leda compare abbigliata con veli, turbanti e vistosi monili, gli occhi bistrati di kajal. Nella sua casa, studia l’arabo ricevendo i complimenti dell’arabista Carlo Alberto Nallino[21] e si circonda di oggetti orientali: la bandiera verde con i 99 nomi di Allah, i bracieri e i vasi antichi, le 33 immagini della sfinge; qui ospita, con un gesto che ai giorni nostri splende di una umanità esemplare, Regiab, un giovane venditore ambulante tunisino che baciandole le mani la chiama “sorella” e “sceikka”, saggia[22]. Ovunque viva, Leda  – proprio come Gabriele d’Annunzio, che nell’anno in cui Leda viene al mondo pubblica i propri versi di sedicenne in una tipografia pistoiese – allestisce una stanza tutta per sé (a proposito: l’opera di Virginia Woolf esce proprio nel 1929, come l’Oasi), nella quale raccoglie i segni della propria clamorosa diversità e li esibisce a un pubblico selezionato, come per cercare   un rispecchiamento che confermi la propria immagine trasgressiva, la propria diversità. Per Carrà, prepara un palcoscenico sul quale “farsi vedere”:

 

Anche in quella casa, – che sapevo essere provvisoria, – io mi ero creata il mio ambiente «illusorio», la mia stanza orientale, il mio luminoso harem, come il Destino mi ha concesso di fare in ogni mia abitazione, fino all’ultima casa felice […] Forse, – anzi, senza forse, – ci fu in me l’ambizione di farmi vedere nel mio vero ambiente, nel mio vero costume mussulmano, in mezzo alle cose mie, tra i cuscini ricamati in oro, alla luce della lampada araba, dal pavimento coperto di stuoie intrecciate e il mio braciere fumante d’incenso e profumi orientali[23].

 

Si può interpretare questo apparato come un bric-à-brac da mercatino, lo sfondo di una pura ethnomasquerade[24]. O si può cercare – si proverà a farlo più avanti – un senso meno superficiale a questo spettacolo di oggetti e segni.

Nel 1910 nasce Marsilio (detto Aini, “occhi miei” in arabo) Monanni, unico figlio di Leda, la quale nel medesimo anno pubblica i Bozzetti sociali («vittime di tutti gli strazi e di tutti i dolori, soggetti tutte alle convenzionalità delle leggi presenti, […], uomini, donne, fanciulli, che potrebbero dirsi i naufraghi della vita») e due anni più tardi il romanzo Seme nuovo, «grande affresco popolare nel quale con modernità sconcertante si descrivono deportazioni, inquisizioni, processi in aule tetre, scioperi, comizi»[25]. Nel 1913 Leda incontra Benito Mussolini, capofila del socialismo rivoluzionario e direttore dell’ «Avanti!», testata per la quale anche Leda e Monanni scrivono: il 18 marzo, nella ex sede milanese della Camera del Lavoro, in via Crocifisso, Mussolini commemora  – «a frasi brevi, staccate, incisive»[26] – i giorni della Comune. Tocca ora al virulento romagnolo subire l’incanto dello spettacolo di Leda, rimanere preso nell’«illusione dell’Oriente meraviglioso, con i suoi violenti profumi, con i suoi sogni folli e fascinatori»:

 

Era mio costume offrire il caffè a chiunque veniva. La mia stanza era ammobiliata all’uso orientale, con divani bassi e stuoie e cuscini sul pavimento per sedersi a terra […]. Dal braciere salivano le spire odorose dell’incenso, del benzoino, del sandalo. […] Tutto lo meravigliava. Un piccolo Budda in bronzo, con le gambe aggrovigliate all’usanza yoga e le mani in grembo, inerti, destò al sua ammirazione. Il millenario grafico di un Yn-Yang, impresso su parsa di sandalo, che tenevo appeso al collo, era, virgola, per lui, incomprensibile: ascoltò la mia spiegazione spalancando i grandi occhi come se gli narrassi una fiaba [27].

 

Benito, di tre anni più giovane di Leda, riceve da lei alcuni apprezzamenti pubblici e, in privato, lezioni di saggezza in forma di sentenze buddiste e apologhi coranici ma anche ammonimenti e note di critica, se non di biasimo, sul piano culturale e morale e infine anche politico. La relazione tra il futuro Duce e la scrittrice anarchica è complicata, irrimediabilmente conclusa dal voltafaccia interventista mussoliniano: Leda non teme e non temerà contrasti anche drastici fra idee e pratiche, ma in questo caso l’antinomia è intollerabile. Già il  5 settembre 1915 Leda scrive a Carlo Molaschi che Mussolini le è ormai «nemico, nemico, 33 volte nemico»[28]. La vicenda verrà trasfigurata da Leda nel 1917, nel romanzo Incantamento, pubblicato nel 1921 con lo pseudonimo Sahra[29]. Molti anni dopo, e dopo un’altra guerra, nel 1946, uscirà per Rizzoli – dove Monanni, ormai separato da Leda, è diventato direttore editoriale –  il volume Una donna e Mussolini, che ripercorre la storia tra l’anarchica pistoiese e il dittatore venturo attraverso un epistolario fortunosamente scampato alle ricerche della polizia fascista[30].

Intanto, alla vigilia dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale si infittiscono gli interventi pacifisti di Leda. Monanni diserta nel novembre 1915 riparando in Svizzera, dove prosegue la militanza anarchica e subisce il carcere. Sempre in quell’anno muore Augusto Rafanelli, e Leda torna a Firenze – rientrerà a Milano nel 1920 – insieme ad Aini e a Polli, a sua volta tornato dall’America. Nella primavera del 1917, Leda visita l’ex diplomatico Raffaele Ottolenghi (che morirà suicida pochi mesi dopo) e con lui promuove una campagna di solidarietà con i falascha, un gruppo etiope di religione ebraica, con remote origine assiridi, inviso al governo imperiale di Addis Abeba e alla chiesa copta. Grazie a questa iniziativa, Leda conosce finalmente Filippo Turati e Anna Kuliscioff, ma anche l’intellettuale di origine falasha Emmanuel Taamrat[31], con il quale vive una appassionata storia d’amore: è uno dei suoi «uomini d’Oriente» come anche l’ascaro Adem Surur, con cui Leda vivrà tra il 1934 e il 1939, negli anni della deriva razzista del regime.[32] Anche negli anni della guerra e del primo dopoguerra, intanto, prosegue la sua attività di propagandista e al contempo di scrittrice. Rientrata – come anche Monanni – a Milano, nel 1920 pubblica per la Casa Editrice Sociale il romanzo L’eroe della folla e nel 1922 la raccolta Donne e femmine; nel 1926 per Morreale esce Come una meteora.

La casa editrice nel frattempo ha cominciato a subire i colpi della repressione fascista: è già del 1923 una perquisizione con sequestro di materiale e arresto di Monanni. Viene tuttavia ricostituita la Casa Editrice Monanni, che pubblica tra gli altri Maksim Gorki, Jack London, Upton Sinclair, Octave Mirbeau, Aldous Huxley. In catalogo compare anche, nel 1929, attribuito a Étienne Gamalier, L’Oasi. Romanzo arabo.

Le fortune della casa editrice proseguono alterne, Monanni intrattiene con il regime rapporti non sempre chiarissimi, la storia tra lui e Leda sta finendo: nel 1934, Monanni si sposa con una donna più giovane dalla quale ha una figlia, Nunzia[33]. Sono altri tempi difficili per Leda, che nelle belle foto che la ritraggono non mostra mai – né in questi anni né in altri – un sorriso. Dieci anni dopo morirà Marsilio, lasciando quattro figli ai quali Leda provvederà. A partire dagli anni Trenta, certo prima di tutto per ovvie ragioni politiche[34], Leda vive appartata ma continua a scrivere, in prevalenza testi per ragazzi (che firma anche Zagàra sicula) e pagine memoriali. Divampa già un’altra guerra mondiale quando, nel 1941, si trasferisce in Liguria, prima a Sanremo e poi – tra il 1943 e il ’44 – a Genova, dove mette a frutto la sensitività della “zingarella” riccioluta che, tanti anni prima, aveva sognato l’Oriente sotto la grande cupola pistoiese della Madonna dell’Umiltà: per vivere, diventa chiromante. Nei tardi anni Sessanta scrive ancora e continua a vestire in maniera bizzarra, con lunghi scialli e ornamenti appariscenti, che ovviamente le valgono dai ragazzini l’appellativo – un po’ imbarazzante per i nipoti – di «zingara»[35]. Leda muore a Genova il 13 settembre 1971. Inviando mille lire alla rivista «L’Internazionale», in una data che “segnerà Allah”, si era congedata con queste parole: “Leda Rafanelli, partendo per sempre, saluta tutti i compagni. Viva l’anarchia”[36].

 

 

 

 


[1] I dati provengono dall’Archivio storico dell’anagrafe del Comune di Pistoia. Per altre notizie biografiche su Leda Rafanelli, cfr. Dizionario biografico degli anarchici italiani, vol. II, Bsf, Pisa 2004, s. v.; Storie di anarchici e anarchia – L’archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa (curatori scientifici Giorgio Boccolari-Fiamma Chessa, Comune di Reggio Emilia-Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia 2000, pp. 61-64; Carlo Onofrio Gori, Un’anarchica innamorata dell’Islam, «Microstoria», n. 29, 2003; M.M. Cappellini, Leda o dell’appartenere a sé, in L. Rafanelli (Djali), Memorie d’una chiromante, Nerosubianco, Cuneo, 2010, pp. 91-112; Andrea Pakieser, I Belong Only to Myself. The Life and Writings of Leda Rafanelli., AKPress, Chico CA, 2014. Le carte edite e inedite di Leda Rafanelli sono custodite, per volontà degli eredi, in deposito conservativo nell’Archivio Famiglia Berneri Aurelio-Chessa – Reggio Emilia (da qui: ABC) in due fondi: il Fondo Leda Rafanelli-Monanni (da qui: Fondo LR-Monanni) e il Fondo Leda Rafanelli- Marina Monanni e Maria Laura Filardi (da qui: Fondo LR-MM e MLF).

[2] Cfr. la lettera ad Aurelio Chessa del 18 marzo 1970, conservata nel Fondo Aurelio Chessa in ABC; a stampa in A. Pierotti, Pagine di Leda Rafanelli: rileggere la storia attraverso la memoria autobiografica, in AA.VV, Leda Rafanelli tra letteratura e anarchia, a cura di Fiamma Chessa, Biblioteca Panizzi – Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, sl. (ma Reggio Emilia) sd. , pp. 17-4 (la cit. è a p. 28).

[3] Il manoscritto è conservato nel Fondo LR-Monanni in ABC; il brano si cita da A. Pierotti, Pagine di Leda Rafanelli, cit., p. 26.

[4] Ancora da Gli ultimi internazionalisti (Fondo LR-Monanni in ABC) e a stampa in A. Pierotti, Pagine di Leda Rafanelli, cit., pp. 29-30.

[5] Gli ultimi internazionalisti, in A. Pierotti, Pagine di Leda Rafanelli, cit., p. 28.

[6] Gli ultimi internazionalisti, in A. Pierotti, Pagine di Leda Rafanelli, cit., p. 26. Leda ricorda il fratello in preda a quel «senso di struggente «nostalgia» che è a lei stessa ben noto, e che lo spinge addirittura a «ingaggiarsi come mozzo su di un povero Veliero, col solo scopo di essere portato verso il desiato Oriente, per trascorrervi un’esistenza libera e primitiva».

[7] Sembra risalgano allo stesso anno i primi scritti politici di Leda, sul periodico anarchico “L’Avvenire sociale” di Messina: cfr. Enrico Ferri,  Leda Rafanelli: un anarchismo islamico?, “Tigor: rivista di scienze della comunicazione”, a. IV (2012), n. 2 (luglio-dicembre).

[8] Leda Rafanelli, Noi siamo gomene, “Il garofano rosso”, N.U., Firenze, 1 maggio 1901; l’autrice stessa ne parla in Una donna e Mussolini (Rizzoli, Milano 1975, p. 74).

[9] La nipote di Leda, Vega Monanni, in un intervento su «A-Rivista Anarchica» (n. 4, maggio 2001), scrive che «Il famoso viaggio in Egitto che cambiò tutta la sua vita avvenne quando Leda aveva vent’anni». Tuttavia non si conosce la data, e altrettanto può dirsi di ogni altro particolare del viaggio. Si può supporre che nella seconda parte del 1900 Leda fosse ancora a Pistoia, visto che – si è accennato sopra – menziona il regicida Bresci al compagno di lavoro. Le tracce certe di questo viaggio sono così scarse da vietare ogni ipotesi – che pure vengono qua e là azzardate – a proposito, per esempio, di frequentazioni di Leda con gli anarchici della Baracca Rossa. Anche le vicissitudini familiari restano sconosciute: forse uno spoglio sistematico della stampa locale permetterà di fare luce su queste vicissitudini che molti biografi riconducono al padre. Certamente la “crudele sofferenza del più amoroso dei padri” è avvenuta negli ultimi anni dell’Ottocento, visto che Leda e il fratello ne scrivono nei Pensieri del 1897 (cfr. Pier Carlo Masini, Le due pasionarie dell’anarchia in Italia, «Storia Illustrata», ottobre 1973; ripubblicato, con aggiunte, con il titolo Irèos e Djali: Nella Giacomelli e Leda Rafanelli da «Il grido della folla» a «Sciarpa nera»: due donne nel movimento libertario, 1901-1914, in Roberto Giulianelli, Luigi Fabbri – Studi e documenti sull’anarchismo tra Otto e Novecento - Atti del Convegno Internazionale di Studi Luigi Fabbri, Fabriano, 11-12 novembre 2005, «Quaderni della Rivista Storica dell’Anarchismo», n. 1, BFS, Pisa 2005, pp. 105-120, dal quale si cita a p. 114).

[10] Cfr. Sara Colaone – Francesco Satta – Luca De Santis, Leda – Che solo amore e luce ha per confine, Coconino Press – Fandango, Roma 2016.

[11] Il passo è tratto dall’inedito Ricordi (Fondo LR-MM e MLF in ABC), parzialmente a stampa in A. Pierotti, Pagine di Leda Rafanelli, cit., p. 27.

[12] Che la coppia gestisca la “Tipografia Ugo Polli” è notizia che necessita di riscontri: ben conosciuti sono invece i lavori di Leda per questi tipi. Si tenga presente che nel 1914 ancora compaiono pubblicazioni edite dalla “Tipografia Ugo Polli”, mentre la “Rafanelli, Polli e C. è già attiva almeno nel  1907 (l’opuscolo A l’Eva schiava, firmato da Leda, è di quell’anno) e che, soprattutto, Leda pubblica contemporaneamente per entrambe le sigle. Infine, è certo che anche il giornalista fiorentino Ugo Polli sia tra gli anarchici italiani in Egitto, negli ultimissimi anni dell’Ottocento (cfr. la voce Audiberto Parrini in Collezioni digitali della Biblioteca Franco Serantini: www.bfs.it). Grande è pure la confusione tra Ugo e Luigi Polli nei testi che affrontano questo periodo della vita di Leda e che oscillano, nel nome del marito di costei, tra i due.

[13] L’elenco delle pubblicazioni alle quali Leda collabora è sterminato e ancora da completare (per esempio, va aggiunto a quelli usualmente citati almeno il quindicinale pistoiese “L’Avvenire – Organo socialista settimanale del Circondario di Pistoia”: ringrazio Andrea Alessandro Nesti per averlo trovato e averne iniziato lo spoglio); se ne indicano qui solo pochissimi esempi: altre a «La Pace», quindicinale antimilitarista di Genova diretto da Ezio Bartalini; «Il Pensiero» di Pietro Gori e Luigi Fabbri; «Il Grido della folla» di Nella Giacomelli ed Ettore Molinari; «L’Agitazione» di Roma; «La Protesta Umana» sempre di Giacomelli-Molinari; «L’Azione Diretta», «La Questione Sociale», «La Blouse» (fondato dai coniugi Polli con la collaborazione di Giuseppe Scarlatti), «La demolizione», «Il Novatore anarchico», «La Barricata», «La Donna Libertaria», «La Libertà», «La Voce della donna», «L’Allarme», «Il Grido della folla», «L’Aurora», «Energia», «La Donna socialista», «In Marcia», «Il Libertario» di La Spezia.

[14] Due anni dopo, proprio Leda firma la prefazione allo scritto di Borghi Il nostro e l’altrui individualismo, pubblicato dalla tipografia di E. Servadei.

[15] Lo scritto sarà pubblicato infine, con variazioni, dalla casa editrice milanese di Leda Rafanelli e Giuseppe Monanni: La scuola borghese, Libreria editrice sociale, Milano 1910.

[16] Da ultimo, in Gianmarco Walch-Giancarlo Mazzuca, Mussolini e i musulmani, Mondadori, Milano 2017, p. 00.

[17] Cfr., per gli atteggiamenti di Mussolini nei confronti delle imprese editoriali di Monanni, il recente  Guido Bonsaver, Mussolini censore. Storie di letteratura, dissenso e ipocrisia, Laterza, Bari 2013, pp. 13-25.

[18] Cfr. la dettagliata ricostruzione di Franco Schirone, La Casa Editrice Sociale – Un esperimento di cultura anarchica (1909-1933), in AA.VV., Leda Rafanelli tra letteratura e anarchia, cit., pp. 81-142.

[19] Il tumultuoso rapporto di Leda con Carrà trova rappresentazione nel romanzo Una donna e un pittore-non-ancora-celebre[19], rimasto a lungo inedito e pubblicato nel 2005 con il titolo Leda Rafanelli Carlo Carrà – Un romanzo – Arte e politica in un incontro ornai celebre, a cura di Alberto Ciampi, Centro Internazionale della Grafica di Venezia, Venezia 2005.

[20] Lettera a Molaschi del 23 aprile 1919, ora in Mattia Granata, Lettere d’amore e d’amicizia – La corrispondenza di Leda Rafanelli,  Carlo Molaschi e Maria Rossi – Per una lettura dell’anarchismo milanese (1913-1919), BFS Edizioni, Pisa 2002, p. 107.

[21] L. Rafanelli, Una donna e Mussolini, cit., p. 141.

[22] L. Rafanelli, Una donna e Mussolini, cit., p. 42.

[23] Leda Rafanelli-Carlo Carrà – Un romanzo, cit., p. 124.

[24] Cfr. Barbara Spackman, Muslim in Milan: The Orientalism of Leda Rafanelli, in Orientalismi italiani. Ed. Gabriele Proglio. Alba, Italy: Antares, 2012, 74-89; Konuk, Kader (2004) “Ethnomasquerade in Ottoman-European Encounters: Reenacting Lady Mary Wortley Montagu,” Criticism: Vol. 46 : Iss. 3 , Article 5

[25] Giuliana Morandini, La voce che è in lei – Antologia della letteratura femminile italiana tra ’800 e ’900, Bompiani, Milano 1997, p. 285.

[26] L. Rafanelli, Una donna e Mussolini, cit., p. 32.

[27] L. Rafanelli, Una donna e Mussolini, cit., p. 36.

[28] In M. Granata, Lettere d’amore e d’amicizia, cit., p. 56; Leda non nomina Mussolini, in questa lettera, ma tutto lascia intendere che di lui si tratti.

[29] Sahra, Incantamento. Romanzo, Milano, «Modernissima», 1921..

[30] Tra le ricostruzioni della relazione tra Mussolini e Leda, cfr. il recente Mimmo Franzinelli, Il duce e le donne. Avventure e passioni extraconiugali di Mussolini, Mondadori, Milano 2013, pp. 67-80. Per il ruolo di Monanni nella vicenda editoriale del carteggio tra Leda e il futuro dittatore, si veda, oltre al già menzionato Mussolini censore (cfr. n. 00), Giorgio Sacchetti, Presenze anarchiche nell’aretino dal XIX al XX secolo, Samizdat, Pescara 1999, pp. 51-58.

[31] Cfr. L’epistolario di Taamrat Emmanuel. Un intellettuale ebreo d’Etiopia nella prima metà del XX secolo, a cura di Emanuela Semi Trevisan, L’Harmattan Italia, Torino, 2000.

[32] Cfr. l’inedito Nada. Una donna e 4 Uomini d’Oriente (Fondo LR Monanni in ABC), di cui dà qualche conto A. Pierotti in Pagine di Leda Rafanelli, cit., pp. 36-37.

[33] Nunzia Monanni, scrittrice e giornalista, moglie di Giorgio Scerbanenco, muore settantacinquenne a Milano nel giugno 2009.

[34] Vanno forse aggiunti, a spiegare l’isolamento di Leda, anche motivi di salute: cfr. la desolata lettera a Molaschi del 23 aprile 1919, nella quale lamenta «febbri malariche macedoni» (in M. Granata, Lettere d’amore e d’amicizia, cit., p. 107).

[35] Lo racconta  Marina Monanni, Post-fazione, in Leda Rafanelli-Carlo Carrà – Un romanzo, cit., p. 24. L’attività intellettuale e cultura di Leda, ormai vecchia e stanca ma ancora attentissima e attiva, cfr. la lettea a Gianni Bosio del 23 ottobre 1967, in A. Ciampi, Leda Rafanelli- Carlo Carrà, cit., pp. 15-16, nella quale si dice, concludendo, “grata alla sorte che mi ha donato tanto amore e tante amicizie”.

[36] Il foglio autografo è nel Fondo Aurelio Chessa in ABC e reca apografa la data della morte di Leda; ora riprodotto in Tiziana Pironi, Percorsi di pedagogia al femminile. Dall’unità d’Italia al secondo dopoguerra, Carrocci, Roma 2014, p. 108.

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