@ Blimunda – Il baule (per Lorenzo Braccesi)

Il baule

 

- Grazie, un bicchiere d’acqua andrà benissimo.

Il vecchio accompagnò le parole, proferite con garbo leggermente affaticato, sollevando la mano destra, magra e disseminata sul dorso da macchie brune. Ma lo fece con tale lentezza che l’eco della voce si era già disperso quando la mano tornò ad appoggiarsi sul ginocchio. Un osservatore attento avrebbe notato nel discorso del vecchio la frequenza di simili leggere discrepanze, piccoli asincroni tra suono e gesto.

- Come dicevo, direttore, non può che farmi piacere discorrere un po’ con lei. Esco così di rado, ormai. Forse sconto ora il nomadismo che ho praticato in eccesso nella mia vita. Tuttavia, temo di dover deludere anche lei circa la domanda che mi rivolge. Non ho molto da aggiungere a quel poco che le ho detto anni fa, quando Madame se n’è andata. Non ci son che gli sciocchi a credere al segreto e gli sbruffoni a pretendere di possederne: è stata proprio Madame a dirlo, se non ricordo male.

-                No, certo, non è affatto un disturbo ripetermi. A questo punto, lei capisce, mi è difficile fare qualcosa di diverso. Non escludo peraltro di poter fare una piccola rivelazione, in chiusa. Solo, la prego di voler considerare quello che dirò una chiacchierata amichevole, non un’intervista. Bene.

-                Mi lasci partire da lontano.  Ancora una volta, era stato il mio nome – e dunque l’evidenza della mia condizione – a innescare, tempo prima, il movimento necessario. Alla fine degli anni Trenta, l’Italia non era un luogo consigliabile a un uomo di razza così palesemente errata. D’altra parte, non esistevano qui legami o interessi abbastanza forti da trattenermi – non ne sono mai esistiti, in realtà. Né qui né altrove, naturalmente.

Gli incisi, nel dire uniforme del vecchio, risultavano stranamente percepibili.

-                Non mi fu quindi faticoso partire, per quanto non avessi nessuna meta precisa, nessun punto certo, finale o intermedio che fosse. Vagai per l’Europa per quasi dieci anni, prima costeggiando l’immensa rovina della guerra, poi esplorando il disordine delle macerie fredde, infine attraversando l’euforia di quell’incerta ricostruzione. Ovunque, come sempre, mi affidavo alle carambole del caso e alla benevolenza di conoscenti che ancora oggi non ho l’ardire di definire amici, ma che più volte si comportarono come se io lo fossi per loro. E a Losanna, agli inizi del 1948, ebbi l’occasione di incontrare Jacques Kayaloff: era stato Roger Caillois a indirizzarmi a lui. Come certamente sa, Kayaloff ricopriva un posto importante presso la compagnia Dreyfus. Era uno di quegli uomini d’affari letterati, amante della compagnia degli scrittori, che nutrono qualche velleità intellettuale e coltivano interessi da dilettanti coscienziosi. Kayaloff, mi aveva scritto Caillois da Parigi, poteva essere interessato a un’opera astratta di cui ero venuto in possesso e di cui non mi dispiaceva disfarmi in cambio di qualche mese di relativa tranquillità economica. L’appuntamento era all’Hotel Meurice. Kayaloff acquistò il quadro (tecnica mista su carta, azzurri e ocra: un piccolo lavoro piuttosto pregevole, di cui ignoro il destino attuale) senza discutere il prezzo, anzi mi consegnò un assegno di importo assai superiore a quello pattuito per lettera. Prima che potessi chiedere conto di quella sproporzione, mi spiegò che aveva bisogno del mio aiuto per una certa faccenda, così si espresse, e che potevo considerare quel denaro un anticipo. Un’amica scrittrice, mi disse, era partita da quello stesso albergo per gli Stati Uniti quasi dieci anni prima, proponendosi di tornare dopo pochi mesi. Era una donna abituata a viaggiare, e aveva lasciato lì un baule. Varie circostanze avevano poi fatto sì che l’amica si trattenesse oltreatlantico, mentre il baule restava per un decennio nelle cantine dell’albergo, dimenticato o almeno creduto perso. Certi lavori di restauro resi necessari da una imminente conferenza internazionale avevano ora riportato alla luce quella vecchia cassa, che era opportuno e urgente recapitare alla proprietaria. Da mesi era impegnato a cercare una persona fidata a cui raccomandare l’oggetto perché lo consegnasse intatto, al di là dell’oceano.

Il vecchio bevve ancora un sorso d’acqua, poi con cautela appoggiò di nuovo il bicchiere sul vassoio.

-                No, la richiesta di Kayaloff non mi apparve, sul momento, troppo bizzarra. L’Europa era percorsa, ancora in quegli anni, non solo da schiere di profughi attardati, da sbandati e giramondo, ma anche da oggetti vaganti, che sembravano condividere l’irrequietezza e la perdita di consistenza degli umani. Non tutto il dopoguerra fu riedificazione, come sa bene. Fu disorientamento, anche, e casualità.  Mi parve appena curiosa, sul momento, una piccola coincidenza: anch’io nel 1939 ero a Losanna, e proprio in quello stesso albergo che ora non esiste più. Ma ho vissuto abbastanza per trovare poco sorprendenti tanto le traiettorie che si incrociano quanto quelle che si mancano.

-                Dunque, Kayaloff mi chiese di accompagnare il baule nella traversata. L’amica scrittrice, mi informò, insegnava al Sarah Lawrence, e chissà – aggiunse – che non ci fosse anche per me l’opportunità di una docenza temporanea di letteratura italiana in quel college prestigioso. Non avevo nemmeno un motivo per rifiutare. Così mi imbarcai sull’Île-de-France – sì, precisamente, il transatlantico che soccorse l’Andrea Doria, diversi anni dopo – scortando un cassone di legno, squadrato, ordinario, di cui ignoravo il contenuto.

-                Ovviamente, Kayaloff mi aveva comunicato il nome della destinataria, che non mi era del tutto sconosciuto. Non perché avessi letto i suoi libri, a parte alcune pagine  ispirate da André Fraigneau, pagine che mi erano parse un po’, come dire, un po’ troppo liriche. Il fatto è che era stato proprio André a parlarmi di lei, a Parigi.

-                No, se non le spiace, preferirei non parlare di quell’uomo. Non ho mai mischiato il giudizio intellettuale con le considerazioni politiche, ma mi riesce difficile prescindere dalla sua partecipazione al convegno degli scrittori a Weimar, nel ’42. So bene che non era l’unico, che anche Giaime, anche Vittorini… Giovani, certo, ma – se vuole la verità – non ho perdonato del tutto neanche loro. Sedevano accanto a Goebbels, capisce? Davvero, meglio passare oltre. Ad André devo essere grato, comunque, per la collaborazione che mi procurò da Grasset. E naturalmente per avermi consigliato una eccellente brillantina… mi riferisco, è evidente, a molti anni or sono.

Il vecchio sorrise appena, accennando ad alzare la mano verso il cranio pulito, lucido.

-                Ma torniamo al mio viaggio, se vuole. Kayaloff aveva annunciato all’amica il mio prossimo arrivo, o meglio l’arrivo del baule. Durante il viaggio, avevo letto i libri di costei. Confesso senza difficoltà di essermeli procurati, più che per autentico interesse, per senso di opportunità: è sempre consigliabile disporre di argomenti graditi a chi potrà agevolarti. Parlo dell’impiego al Sarah Lawrence, è ovvio. La stupisce il mio desiderio di un impiego? Vede, dopo un decennio di espedienti – ma sì, chiamiamoli con il loro nome – perfino un vagabondo come me avverte, almeno per qualche tempo, la seduzione della stabilità. Tuttavia, Alexis e Le Coup de grâce mi impressionarono sinceramente. Beninteso, non intendo tediarla con i miei giudizi di lettore ordinario.

-                Torno ai fatti, quindi. C’era stato, al mio arrivo, verso la metà di gennaio, uno scambio di telegrammi, tra me e la scrittrice, per concordare l’incontro. Io avrei preferito un luogo vicino al Sarah Lawrence, in modo da poter entrare in tema senza forzature. Mi venne invece indicata Hartford, nel Connecticut, a metà strada tra New York e il Maine. Non è mia abitudine discutere, in questi casi. Arrivai in città in treno, nel tardo pomeriggio, sotto una nevicata fitta, continua. Il baule viaggiava con me, naturalmente; in albergo, lo feci portare in camera. Mi consegnarono un messaggio di Madame (Kayaloff mi aveva raccomandato di non rivolgermi mai a lei chiamandola Mademoiselle: si sapeva che detestava quell’appellativo): l’appuntamento era per la sera stessa, dopocena, nel caffè del Trinity College.

-                Vede, non saprei spiegarle la ragione, ma ricordo il vago nervosismo nell’attesa. Eppure la situazione non era certo più insolita di altre che mi erano occorse in quegli anni. Prima di uscire, mentre già imbruniva, rimasi per qualche tempo seduto sul bordo del letto, a fissare il baule in mezzo alla stanza buia, massiccio, scuro, illuminato di sbieco dalle luci delle insegne.

Più tardi, nel caffè, prima le voci della gente mi distrassero, poi qualche pensiero, evidentemente, mi occupò al punto che non la vidi arrivare. Alzai gli occhi e lei era già lì, in piedi vicino al tavolino. La ricordo come fosse ora: una sorta di lunga cappa grigia, scura, la copriva dal collo alle caviglie, dandole l’aspetto stravagante di un’abitatrice dei boschi o di un grosso fungo. Era piuttosto bassa di statura, e per di più corpulenta, ma il portamento, lo slancio altero del collo e lo scialle che le copriva la testa, sotto il cappuccio alzato, la facevano sembrare più alta.

-                No, di certo non era bella. Però non la trovai neanche così brutta come sosteneva malignamente André. Aveva occhi davvero magnifici, blu, non ancora coperti dalle palpebre gonfie che vidi poi in certe sue foto da vecchia. Palpebre più mongole che celtiche, direi. E  una bocca golosa, rossa. Neanche un filo di trucco, i capelli grigi tagliati corti sul collo e aderenti alle orecchie, come Gertrude Stein. A ben vedere, di Gertrude aveva anche l’intelligenza, e la figura ingombrante; e anche, non mette conto dirlo, la propensione ad amare le donne, e l’averne amata per lungo tempo una smilza e lunga.

-                Chiedo scusa, direttore, sto divagando. Dunque, mi salutò rapidamente, in francese, mi fece cenno di rimettermi a sedere mentre si liberava del mantello da badessa e si accomodava a sua volta, di fronte a me, con movenze sbrigative, da uomo eppure morbide. Ordinò da bere, cognac, dichiarando con un sospiro il proprio sollievo nel poterne bere di nuovo, ora che la guerra era finita. Arrotondava le vocali, nel parlare, come succhiasse qualcosa di irresistibile e asprigno. Come se conoscesse, delle proprie parole, significati e connotazioni che l’interlocutore non avrebbe mai potuto condividere fino in fondo, come se volesse gustarli da sola. Come se il senso vero delle parole che pronunciava rimanesse a sua esclusiva disposizione. Accoglieva come un grande conforto, mi informò, la possibilità di parlare in francese per una serata intera. Sorrise, piegando appena  la testa di lato. Era vestita con studiata trasandatezza, con un paio di pantaloni informi, una camicia molto elegante a volant e una specie di gilet da domestico a strisce grigie e nere.

- Certo, ricordo con chiarezza. Madame continuò a parlare per tutta la sera, toccando molti temi irrisori, ma sempre con un timbro peculiare, un’accuratezza implacabile. Dal canto mio, limitavo le risposte a poche parole: sono stato abituato ad ascoltare, soprattutto. Ciò nonostante, il dialogo non risultava per niente squilibrato: semplicemente, a lei era dovuto lo spazio maggiore. Anche l’iniziativa era sua, e sembrava seguire un itinerario esatto ma per l’interlocutore del tutto imprevedibile. Cominciò con il registrare la singolarità del mio nome, poi mi chiese se provassi nostalgia per l’Italia. Le risposi che non mi sentivo più italiano di quanto mi sentissi americano, pur essendo arrivato in America da pochi giorni. Corrugando la fronte segnata, osservò che ci vuole del tempo, senza dubbio, per conoscere questo grande paese così ostentato ma, insieme, così segreto. La considerazione non mi parve del tutto congrua. Anzi, riconobbi poi, quella sera, altri simili spostamenti, impercettibili salti di logica o mutamenti di tema che le garantivano una sorta di controllo assoluto della conversazione e dei suoi snodi. Ma sul momento la coesione dei discorsi appariva perfetta, come la scelta dei vocaboli e il giro della sintassi. Notai che il profilo del suo volto appariva già molto rilassato, come se le linee avessero cominciato a cedere per suggerire l’aspetto della vecchia disfatta che sarebbe stata.

-                Nel frattempo, lei aveva preso a elencare viaggi italiani nell’anteguerra, nel ’22 a Milano dove aveva assistito ai preparativi della marcia su Roma, nel ’24 con suo padre a Roma dove aveva cercato la firma di Piranesi su un muro della zona ovest della Villa Adriana, e poi più tardi a Selinunte dove aveva fatto il bagno nuda, e ancora soggiorni a Firenze, Napoli, a Capri e perfino in Basilicata. Erano luoghi che anch’io conoscevo, e spesso vi avevo soggiornato nello stesso tempo, o poco prima o poco dopo. Lei ascoltava con una certa attenzione le mie interlocuzioni, che tuttavia sembravano avere la mera funzione di innescare altri suoi ricordi o rilievi. Mi parve che apprezzasse soprattutto, delle mie glosse, la sporadicità e la concisione.

-                Sì, era instancabile, nel bere e nel parlare. Ma ciò che ancora non finisce di sorprendermi è che io non mi stancavo di ascoltare. Il narcisismo che -  lei lo sa bene, direttore – non mi sono mai sognato di disconoscermi chinava il capo di fronte a un gemello tanto più potente. Lei beveva e parlava. Sorrideva spesso e, nell’aria calda  del locale, assomigliava a tratti a un’oca voluminosa, oppure a un grosso ragno femmina, o a una tartaruga sapiente. Lisciava con la mano un po’ gonfia lo scialle nero che aveva appoggiato sullo schienale della sedia di fianco – una di quelle pezzuole di lana delle contadine russe, con sgargianti fiori rossi e lunghe frange – e di quando in quando lasciava cadere sentenze cesellate che ancora rammento: “Arriva l’età in cui l’egoismo è una virtù come è una necessità”. A un certo punto, osservò perfino: “La giovinezza è così convenzionale!”. E fu, a onor del vero, l’unico punto esclamativo che avvertii nelle sue frasi in tutta quella lunga serata.

Ricordo che a un certo punto si informò se avessi fatto in tempo a vedere, a New York, il Cavaliere polacco di Rembrandt. Risposi di no, e che me ne rammaricavo. Mi domandò allora se, a Parigi, conoscessi il Thé Colombin, in rue du Mont-Tabor, o il Wagram in rue Tivoli. Risposi di sì, ma che mi era capitato di vederli solo dall’esterno. Si trattava di caffè frequentati da donne. Percepivo il suo lento inesorabile approssimarsi a temi sensuali, l’appesantirsi di un impegno di adescamento. In verità, mi aspettavo fin dall’inizio che indagasse sulle mie preferenze sessuali (lei certo non avrebbe tollerato l’insopportabile banalità di questo aggettivo): André mi aveva avvertito circa la malia che gli uomini attratti dagli uomini esercitavano su quella donna attratta dalle donne. Fui ancor più elusivo, accennai alla solitudine come a una buona amante, lei capì e lasciò cadere il discorso osservando, in un mormorio, che in materia di vita privata occorre o dir tutto fermamente e senza equivoci possibili, o, al contrario, non dire nulla del tutto. Mi parve che avesse solo un attimo di cruccio – non più che un veloce stringere le labbra – da sovrana che vede mancare il dovuto universale ossequio. Si versò ancora da bere, deplorando la mia morigeratezza che faceva risaltare la sua intemperanza. Eppure, notò con un altro lieve scarto nell’argomentazione – un ritorno ad accenni antecedenti – più volte i tragitti delle nostre vite si erano avvicinati fin quasi a intersecarsi, o avevano condiviso, come in una rete, nodi di consuetudine o familiarità. Era vero: mi resi conto quella sera, per esempio, che era proprio lei la traduttrice di cui Virginia Woolf mi aveva parlato anni prima, ricordandone le graziose foglie d’oro sparse sul vestito nero, le labbra accese e lo spirito positivo. E potrei allegare ora molte altre combinazioni: Victoria Ocampo, per quanto io fossi più in confidenza con sua sorella, è stata una mia buona amica, sempre per via di Roger, del quale poi, come ben sa, Madame ha ereditato il seggio tra gli immortales. E la giovane Lucy Kriakos, morta sotto le bombe a Giannina, così bella, così innocente. E naturalmente Natalie Clifford-Barney, e Romaine Books per il doppio tramite suo e di Gabriele, sì,  certo, d’Annunzio. E altri ancora, di cui ora l’elenco sarebbe noioso. Ma non credo ci sia da stupirsi: in fondo il pianeta è piccolo.

Il vecchio fece una pausa, ma senza stanchezza.

- Sa invece cosa mi meravigliò, durante quel colloquio che proseguiva nella nevosa notte americana? Che per tutto il tempo lei non facesse alcun cenno al baule. Ascoltandola, ogni tanto mi attraversava la mente l’immagine del  cassone malandato, abbandonato in mezzo alla camera d’albergo, con la chiusura ossidata, i lucchetti pesanti, i timbri di viaggio, abituato da molti anni a quella ottusa lignea pazienza. L’indifferenza di Madame per quell’oggetto, l’insensatezza del mio essere lì quella notte, confermavano una volta di più la totale pretestuosità di ogni pretesto materiale per l’agire umano: avevo attraversato l’oceano per consegnare un baule a una donna che sembrava disinteressarsene nel modo più completo.

Intanto, lei continuava a parlare, io continuavo ad ascoltare, la neve continuava a cadere. Intervenne l’effetto ipnotico dell’eccesso verbale. Era come se quella donna volesse saturare di parole ogni spazio, ogni possibile intercapedine o intervallo. Intervenivo sempre più di rado, a voce sempre più bassa, poche frasi, scarsi segni di assenso e di attenzione. A un certo punto, era ormai notte piena, lei sembrò prendere atto della stranezza di quella situazione. All’improvviso tacque. Forse la lentezza delle mie risposte l’aveva alla fine indispettita. Era fin troppo chiaro quanto avesse in orrore l’incertezza intellettuale. E sul finale si ricordò anche del baule, seppure nella fretta del congedo. Mi disse, ma con tono noncurante, che dimenticarlo in quel magazzino a Losanna era stato il colmo della negligenza, un’autentica idiozia. Aggiunse che la mattina dopo avrebbe mandato qualcuno a ritirarlo. Mi ringraziò sbrigativa mentre si alzava, aggiunse che era certa che l’amico Kayaloff avesse già provveduto a compensare il mio disturbo. Si coprì di nuovo con la cappa, legò lo scialle sotto la gola con risolutezza, mi strinse la mano e uscì. Non so dove alloggiasse, in città, né in che modo abbia raggiunto, quella notte, la propria destinazione. La mattina dopo, il baule fu ritirato mentre passeggiavo da solo in un parco imbiancato vicino all’albergo: il portiere mi consegnò un biglietto con ulteriori succinti ringraziamenti.

Il vecchio si appoggiò allo schienale della poltrona, come chi ha portato a termine un compito non spiacevole ma impegnativo e può ormai rilassarsi.

- Temo, direttore, di averle di nuovo presentato l’incontro sotto una luce, come dire, poco simpatica, e Madame come una egocentrica troppo loquace. In realtà quella donna, che, non lo nego, trovavo indisponente per mille motivi, mi aveva invece ispirato un inconsueto senso di fraternità. E quasi di rassicurazione, di conforto. Forse perché anche a me, come a Madame, è accaduto di vivere libero senza preoccuparmi di formulare una teoria della libertà, per quanto sia stato più volte vicino a farlo. Come lei, ho passato la vita a dimenticare per ritrovare, riprendere, ripensare. Lei però, a differenza di me, ha trovato le parole, anzi le ha sempre avute. Per lei, è stata solo questione di scegliere.

-                Come dice? Ah, sì, ho dimenticato di precisarlo: alla fine evidentemente Madame mi presentò al Sarah Lawrence, dato che quel giorno stesso ricevetti un telegramma di convocazione. Ma era stato di certo Kayaloff a sollecitarla, poiché durante il colloquio al caffè del Trinity non avevo avuto l’opportunità di perorare la mia causa, né di menzionarla. In ogni modo, non ottenni un vero e proprio insegnamento, solo l’incarico di tenere un paio di conferenze sulla letteratura italiana del Novecento. Cominciai proprio da d’Annunzio, nonostante all’epoca la memoria del Vate fosse piuttosto in ombra. A proposito, sa che anche la giovane Marguerite aveva inviato i propri libri al Vittoriale? Ricordo di aver visto Les dieux ne sont pas mort e anche Les jardin des chimeres nella Stanza del Monco, dove Gabriele teneva la corrispondenza destinata a rimanere inevasa. Devo supporre che fosse monco perfino per tagliare le pagine di quei volumi. Che infatti erano intonsi, intoccati, con le loro dediche riguardose. Il mio vecchio amico Gabrì non avrebbe immaginato l’amicizia destinata a nascere tra quella francese sconosciuta e la sofisticata amante della pittrice americana che lo aveva raffigurato con quei toni smorti… Altri nodi, come vede, altre reti.

Il vecchio ebbe un sorriso, come seguendo un’idea.

-                Lei di sicuro conosce la teoria dei sei gradi di separazione. Sono convinto che gli intermediari siano ancora di meno, che so, tra d’Annunzio, Madame e Mishima. Che interessante triangolazione! Per tutti e tre, alla fine, vale almeno la conclusione del vecchio orbo: l’anima è la menzogna della carne. Divago ancora, mi perdoni. E’ la piccolezza del mondo a istigarmi alla digressione, come sempre. Comunque, l’incarico al college finì ben presto. Forse la mia scelta dannunziana non fu gradita ai dirigenti, non so. In ogni caso, dopo due settimane ero già ripartito dagli Stati Uniti, senza passare per Mount Desert, dove peraltro non ero stato invitato affatto. Non ho mai più rivisto Madame, anche se mi è accaduto ancora di avvicinarmi a lei, di stringere altri intrecci. Per esempio, quasi quarant’anni dopo, a Ginevra, andai a trovare Jorge Luis Borges. Viveva in un albergo, in attesa di prendere possesso di un nuovo appartamento, grande e dalle molte stanze disposte in successione irregolare. Quasi un labirinto, notai non senza banalità. Lui osservò, con la sua aria intenta, che proprio due giorni prima Marguerite Yourcenar, in visita, gli aveva chiesto in maniera piuttosto inaspettata quando sarebbe venuto fuori, appunto, dal labirinto. Anche Borges, come vede, aveva sperimentato le svolte dialettiche di Madame.

-                 Sì, certo, torniamo al baule, per concludere. Come sa, Madame ha in seguito narrato molte volte la piccola leggenda del baule – a volte addirittura ha parlato di due o tre bauli – giunto fortunosamente dalla Svizzera in America con le precoci ipotesi del romanzo che sarebbe poi diventato la sua opera più celebre. Nella cassa, ha dichiarato, erano contenute vestigia dell’argenteria di famiglia che avevano determinato, alla frontiera, l’elevato dazio di 25 dollari. Gran parte degli oggetti di pregio chiusi nel baule, secondo lei, erano stati rubati nel corso degli anni di incuria. Delle lettere e delle carte ritrovate fece subito un rogo nel camino, mercé un’assenza di miss Frick che certo non avrebbe permesso quell’olocausto, ossessionata com’era dall’archiviazione della corrispondenza, dalla catalogazione di ogni foglietto. Questo ha riferito Madame. E proprio bruciando vecchie carte, quel giorno, scorse con gli occhi senza capire, sul principio, quel misterioso incipit su certi fogli ingialliti salvati per caso dalle fiamme: “Mio caro Marco…”.

Il vecchio si inclinò leggermente in avanti.

-                 Lei ha avuto la pazienza di ascoltarmi fin qui, direttore, e a questo punto io le devo una ricompensa, seppur esigua. Il dettaglio che non ho mai raccontato, il particolare che non corrisponde ai doviziosi racconti di Madame. Non si aspetti niente di clamoroso, però. E’ solo, vede, che quel baule era vuoto. Completamente vuoto. Ostentatamente vuoto, direi. Come faccio a esserne tanto certo? In realtà, sarebbe bastato anche soltanto sollevarlo. Mi chiedo se Kayaloff lo abbia mai fatto: devo dire che ne dubito. E i molti facchini che lo hanno trasportato non avevano movente né titolo per notare lo scarso peso e la risonanza vacua. Anticipo la sua obiezione: forse nella cassa non c’erano vassoi e coltelli, ma è pur vero che qualche foglio di carta pesa ben poco, sulla terra. E il fruscio di poche carte in una cavità deserta si dissimula facilmente con i rumori del trasporto. Ma, capisce, non si è trattato di una supposizione: io ho visto con i miei occhi il vuoto di quel baule. In decenni di peregrinazioni, è giocoforza imparare ad aprire anche le serrature più restie, i lucchetti più tenaci, e poi a dissimulare le forzature. E parlo in senso non del tutto metaforico, lei comprende. Forse, quella sera, rimasi con quel baule, in quella camera d’albergo nel Connecticut, per un tempo troppo lungo per poter resistere alla tentazione. Posso assicurarle però che non sono stato io a rubare gli oggetti che mancavano, né a disperderli, per quanto non intenda affatto negare la mia indigenza dell’epoca, e neanche la mia generale propensione ad alleggerire il  mondo materiale di quanto esso può perdere con profitto. No, le garantisco che quel baule, quando partì dall’Europa, era vuoto. Sigillato e vuoto. E altrettanto vuoto era quando arrivò nelle mani di Madame. Fu inventata anche la storia del dazio di 25 dollari, e inventata la storia del rogo di lettere. Perché lei, è logico, cominciò appena possibile a costruire la genesi leggendaria del famoso romanzo. E continuò a farlo. All’indomani della pubblicazione, me ne spedì una copia da Parigi, con una dedica nella quale mi esprimeva una volta ancora la più viva gratitudine per averle io consegnato, anni prima, quell’epistola miracolosa, quell’incipit così fecondo: “Mio caro Marco…”.

- Come spiego la minuscola menzogna? Non saprei, direttore. Certo, ho pensato a una nobilitazione postuma: in fondo il mito della malle aux manuscrits non è  inusuale fra gli scrittori. Pensi anche solo alle caisses di Chateaubriand. Poi, mi sono ricordato che quella notte d’inverno, al caffè del Trinity College, lei aveva parlato di certe ore in cui scriveva con un “metodo di delirio” – così lo definì – consistente nel “fare il vuoto”. La chiave di questo irrilevante mistero potrebbe essere qui: l’origine vera del romanzo è davvero in quel baule, ma non nel suo contenuto. E’ nel suo vuoto. Un’attesa di dieci anni, un viaggio interminabile: tutto intorno a un vuoto. E da quel vuoto, il capolavoro. Leggere mille libri non basta a scriverne uno solo. Le sembra una proposizione banale? Glielo concedo volentieri, direttore. Ma che sia la pura verità, sono qui io ad affermarlo, se non a dimostrarlo.

-                No, mi permetto di ripeterle che non intendo che questa storia venga divulgata. Sa, fino a non molto tempo fa, ho avuto – come tutti – un autentico spavento del vuoto. Poi, come disse Madame quella sera, con il tempo lo spavento si allontana da noi come la speranza. Allora si invecchia rassicurati, come poveri che non hanno più da temere che qualcuno rubi la loro infelicità.

 

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