@ Blimunda – IV Il fuoco di Agrumia (frammenti)

  1. IV. Il fuoco e il veleno d’Agrùmia

Il fuoco di Agrùmia è prima di tutto quello che giorno e notte ruggisce dentro il sullodato Incarbonizzatore: brucia l’immondizia a yottatonnellate, e infaticabile aggiunge sostanze venefiche alle acque e alle arie già ben sature di fitofarmaci e anticrittogamici

Nessuna purificazione o catarsi o palingenesi si può attendere da questo fuoco: Agrùmia non conosce evoluzione, nemmeno nelle forme cicliche che le mitologie garantiscono con vertiginosi anni cosmici scanditi da conflagrazioni universali e periodiche rigenerazioni.

Nel fuoco di Agrùmia non agisce nessuna forza produttiva o ragione ordinatrice, nessun arché – nessuna apocatastasi o diakosmesis (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, della lettura di Diogene Laerzio: ma qui malvolentieri si tollerano gli eruditi).

Il fuoco di Agrùmia è fuoco post-industriale, velenifero e redditizio: è un feticcio automatico (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, anche della lettura di Karl Marx: ma qui di contraggenio si mandan giù i filosofi).

Diciamo allora che il fuoco d’Agrùmia è tutto sterile veleno. Ma, qui ad Agrùmia, non solo nel fuoco ribolle il veleno. Agrùmia intera trasuda veleno: ne è intrisa la terra, ne è pregna l’aria, ne schiumano le acque. Soprattutto, ne sono gonfi gli agrumesi, fossili portentosi di epoche remotissime e bestiali, soggetti adatti ad antropologi di stomaco robusto: poiché qui i comportamenti si producono da pulsioni primordiale, tessono vischiose ragnatele di rapporti pre-politici e pre-umani.

Nella velenosa Agrùmia vale infatti l’appartenenza alla tribù, vale il signacolo ancestrale capace di prevalere non solo sul merito e la ragione ma anche sulla funzionalità minima: si sacrifica volentieri l’efficienza – la comodità, perfino – all’intimità con i manovratori, generatrice di infiniti minutissimi favori. Avere in famiglia anche un miserrimo traffichino dà un prestigio e una sicurezza incomparabili, e senza neanche bisogno di troppa ostentazione: tra l’una e l’altra piazza di Agrumia, tutto si sa di tutti.

Così, il fuoco d’Agrùmia cuoce e ricuoce il veleno, bolle le tossine secrete senza sosta, rosola frigge arrostisce i mille mali che gli agrumesi trasudano e coagulano in coaguli, in grumi che si incrostano ovunque e avvelenano i malcapitati: malacarne (in senso proprio e in senso traslato) [...] malvolere.

Il male qui infetta la terra e ammorba il cielo, lo oscura: è un male retrivo, misoneista, oscurantista.

Non esiste a ben vedere, né è mai esistito, un’età dei lumi agrumese, se non per certa  modernizzazione degli eterni e risaputi meccanismi di profitto per i ricchi e di privilegio per i potenti. Poiché, non dimentichiamocelo mai, amici, da Agrùmia si vede il mondo.

Ad Agrùmia, dunque, funzionano soprattutto congegni di salvaguardia della tribù: la comunità di sangue, l’iniziazione, l’espulsione dello straniero, il capro espiatorio, la gogna sacrificale, lo stigma (a sangue!) di salvaguardia clanica. Roba da antropologi, appunto. E tutto in scala minore – poiché Agrùmia è in ogni cosa infima – ma con un surplus di ferocia che compensa la dimensione  ridotta, così che anche Agrùmia possa avere la propria cosmogonia atroce, la propria epica sanguinosa e, finalmente, la propria meritata apocalisse.

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