@M.M. Cappellini – Appunti sulla letteratura migrante (sulla narrativa di Carmine Abate – per un convegno genovese)

Oltre tutti i muri – Appunti sulla narrativa di Carmine Abate

(Carmine Abate nasce a Corfizzi, paese arberesh in provincia di Crotone, nel 1954. Dopo la laurea, emigra in Germania, poi si stabilisce in Trentino)

Per Abate, si è parlato di “una diaspora al quadrato”[1]; ma si può piuttosto pensare a una diaspora all’ennesima potenza: discendente di immigrati tardomedievali, e in quindi connazionale di immigrati attuali e – sia pure in senso molto particolare – post-coloniali: immigrato in Germania, poi (per immigrazione interna) in Trentino.

 

La sua fisionomia linguistica è complessa: la lingua madre appartiene a una enclave linguistica conservativa, immersa in una marcata realtà dialettale; ha imparato la lingua nazionale a scuola; ha esordito come scrittore in tedesco (con la raccolta di racconti Den Koffer un weg!)[2]. Ha percorso tanti dei diversi gradi “storico-culturali” della letteratura di migrazione: la co-autorialità (ha scritto Die Germanesi, una ricerca empirica socio-antropologica sull’emigrazione, con Meike Behrmann)[3]; la fase della scrittura testimoniale e, nella narrativa matura, la prevalenza di temi legati al vissuto migratorio, il carattere marcatamente antropologico; la forte consapevolezza critica e la tendenza metaletteraria[4].

 

Insomma, Abate rappresenta un caso esemplare per chi intenda “leggere consapevolmente”  quella “zona della letteratura italiana”[5] che di volta in volta è stata definita letteratura migrante, della migrazione, de-centrata, emergente, nascente, interculturale, transculturale[6]. Si parla, qui, di lettura consapevole e non di critica, poiché è d’obbligo in materia una grande prudenza. Basti considerare, per accertarsere, le posizioni di Carmine Chiellino espresse nel 2005 a Lucca, al V Seminario degli scrittori e delle scrittrici migranti[7]: «..chi scrive critica letteraria su di voi non riuscirà mai a farla». Secondo Chiellino tale impossibilità nasce dal fatto che la letteratura interculturale è radicalmente diversa dalla letteratura nazionale, anche se è scritta nella stessa lingua, perché infrange il “patto che lega scrittore e lettore all’interno delle letterature nazionali. Si tratta di un patto di lealtà alla propria appartenenza culturale, che consiste nel fatto che scrittore e lettore si riconoscono depositari di una lingua e di una memoria comune”. Così, le opere degli autori interculturali hanno in generale “la tendenza a sostituire il lettore nazionale con il lettore a-nazionale e di accostargli un interlocutore, che sia in grado di seguire lo svolgersi dell’opera al di là della lingua in cui essa è scritta. Per lettore a-nazionale si intende ogni lettore in grado di leggere la lingua in cui è composta l’opera, per interlocutore si intende chi, oltre a leggere la lingua, riesce a seguire il racconto lì dove la lingua attinge alla memoria storico-culturale della lingua dei personaggi”. Il lettore a-nazionale, dunque, è condannato a sentirsi sfuggire, dell’opera, “una dimensione altrettanto determinante come quella che riesce a cogliere attraverso la sua lingua madre. In tal senso il lettore nazionale scopre l’interculturalità lo confronta con dei limiti e gli richiede rispetto delle diversità all’interno della “sua” lingua”.

 

Si potrebbe ragionare su molte delle proposizioni di Chiellino, per esempio sull’idea dei “limiti” nell’esperienza di lettura, e su quanto la percezione di essi possa essere giovevole all’atto critico. Ma qui interessa dire piuttosto che, anche ammessa l’impossibilità della lettura/critica nei confronti della letteratura della migrazione, l’opera di Abate è disponibile alla lettura/critica di un italofono, poiché non solo la lingua-base della sua scrittura è appunto l’italiano, ma l’orizzonte storico-culturale della sua scrittura è altrettanto italiano, seppure con le specificità che appartengono a ogni (storia nazionale) (in questo caso, la realtà meridionale, le ondate migratorie e così via). Il lettore italofono di Abate, in altri termini, può essere anche interlocutore, e fare dunque esperienza critica “autorizzata” di letteratura di migrazione…

 

La lingua, l’esperienza, lo sguardo

 

Dichiara Abate a proposito della propria lingua, nel 2000:

 

Fino a sei anni sapevo parlare solo l’arbëresh. A scuola, come quasi tutti gli arbëreshë, ho poi subìto una scolarizzazione esclusivamente in lingua e cultura italiana, cioè straniera, mentre a casa e con gli amici, nel vicinato, per le strade del paese, continuavo a parlare quella che noi chiamiamo “la lingua del cuore”. L’altra, la lingua che parlavano i maestri, prima, i professori poi, e infine i datori di lavoro, era “la lingua del pane”: importante, certo, ma non radicata dentro come la lingua arbëresh. Tant’è che la scelta, all’inizio forzata e poi sempre più consapevole, di scrivere in italiano l’ho vissuta come una sorta di tradimento nei confronti dell’arbëresh.

 

E continua:

 

Le storie che mi ronzano in testa continuo a sentirle in una Babele di lingue: l’arbëresh, che è la lingua in cui penso e sogno, l’italiano della mia scolarizzazione, il calabrese, il tedesco, il germanese, cioè la lingua ibrida degli emigrati; e poi le parole e i modi di dire dei tanti luoghi in cui ho vissuto. Perciò sono costretto, di storia in storia, a reinventare una mia lingua, stando attento a non perdere la musicalità delle lingue e delle storie che ho dentro”. [8]

 

Il dato della pluralità linguistica viene richiamato e tematizzato più volte, nei romanzi:

 

Ero entrato in classe con apprensione e curiosità, e mezz’ora dopo già sbadigliavo: non capivo un’acca di quello che la maestra spiegava. Penzavo ca a la sckola si parrasse taliano come parravano l’anziani cu i furesteri c’accattavanu e vindianu a robba ‘nta la chiazza o puramenti i teatristi ca cantavano “che bella cosa è na jurnata ‘e sole” o u papà miu quandu si facia a varva, “l’aria serena para già na festa”, na festa ranna come quando illu riturnava da la Fròncia.

Invece la maestra usava parole straniere a me sconosciute. «Facciamo l’appello.» L’appello? «E chi vo’ chista cca e mia?» mi sforzavo di chiedere in “taliano” alla bambina di quinta che la maestra mi aveva messo accanto[9].

 

La pluralità di lingue è il più evidente stigma della costituzione plurale che caratterizza il personaggio e/o la voce narrante:

 

“Das heisst? Çë do të tueçh? Cioè?” mi chiedono, le labbra arricciate a sorriso sfottente per il mio accento calabro-arberesh-germanese[10].

 

La lingua è, di fatto, la prima definizione del soggetto nella relazione: intervenendo nel 2002 a Ferrara, al primo convegno nazionale su “Culture della migrazione e scrittori migranti”, Abate, definendosi  “transfuga linguistico”, precisa:

 

Ecco: i “Germanesi” sono figure ibride come la lingua che parlano, una lingua fatta di parole tedesche, di parole italiane tedeschizzate, di parole tedesche italianizzate, di parole arbëreshe e dialettali anch’esse ibridate[11].

 

Il dato è stato naturalmente colto dalla critica più avvertita[12]. Un’analisi linguistica sistematica potrà senz’altro in futuro evidenziare, nella narrativa di Abate, diverse procedure di commistione linguistica, e far emergere linee evolutive. A titolo puramente esemplare, si registrano qui sparsamente: la segnalazione con il corsivo, con o senza traduzione  (“Nella piazzetta della gjitonia, la notizia della comparsa dell’aquila a due teste ebbe l’effetto di una pietra lanciata in uno stagno, propagandosi a cerchi concentrici (…) fino ad abbracciare rahjin, la piazza: Il ballo tondo, p. 21); l’introduzione di parole ed espressioni arberesh senza traduzione (“Buon Natale, bir…”: La festa del ritorno, p. 37) o con traduzione immediata (“Fjala ësht fjala, come diciamo noi, la parola è parola”: Il mosaico del tempo grande, p. 30); la mimesi del dialetto (“Sgàgia la finestra checcà c’è un ordùre di zimba chiusa”: Gli anni veloci, p. 21); fino al patchwork linguistico: “Auguri, auguri, sei un giovane sgambigno, me vajë e me kripë, con olio e sale, la tau strada sarà para, hai la spertizza di tuo padre Carluzzo e la bellizza di mammàta Filomena” (Il mosaico del tempo grande, p. 69), anche con l’intervento del germanese: “Isc pak Geld pak pezzale, tu gut tu, ne?, isc nix arbeit, vet mann-Mann arbeite, tu bella faischtè, ne?” (Rapsodie, in Vivere per addizione, p. 000).

Si aggiungono, alla tessitura linguistica, apporti di carattere socio-culturale, specie giovanile (“Il risultato finale fu un discreto 50 su 60, che teneva conto dell’ottimo andamento scolastico (…) e forse del suo sguardo smarrito in un mondo che (non ci vuole più, il mio canto libero sei tu, Anna) era già tutto in salita”: Gli anni veloci, p. 161). Nei calchi del parlato, l’infrazione alla norma e il multilinguismo appaiono spesso accentuati in chiave ‘politica’: “Perché ho paura, perché ci sono tanti Nazis contro noi stranieri, allora sarebbe più meglio in Italia… se non c’era la mafia” (La moto di Scanderbeg, p. 30). Esemplari, in questo senso, da un lato la parlata dell’emigrante da giovane nel racconto Naziskin in Vivere per addizione, con la disarmante terribile domanda finale (“Voi, professo’, che sembrate così sperto pure in geografia, mi sapete dire se c’è un posto al mondo dove non ci sono nazis che ti vogliono mazziare e ristoranti dove puoi mangiarti una bella pepata di cozze in pace?”: p. 000) e dall’altra, nello stesso volume, il simmetrico racconto dell’immigrato extracomunitario: “Il giorno dopo nostro arrivo, noi usciti da Centro, fatto giro in piazza, tutti guarda noi e parlava, ma noi non sapeva italiano ancora. Noi saluti buongiorno ciao ciao buonasera e non più parole” (Prima la vita, p. 000).

Anche da una campionatura tanto limitata, emerge come dato costante la duttilità – e quindi la permeabilità – di una lingua che naturalmente, dichiara Abate in un’intervista su “Vita”  non è “solo un mezzo di comunicazione ma un modo di organizzare la realtà”[13]. E la lingua realizza, in questo senso, il proprio destino di interagire con i materiali della realtà, ossia con l’esperienza, e con il primo modello conoscitivo dell’esperienza, ossia con lo sguardo.

 

Consideriamo allora il primo di questi due poli, l’esperienza.

 

Io in Germania – spiega Abate nell’intervento al convegno ferrarese del 2002 – vivendo a contatto con gli emigranti, vedendo le condizioni di vita degli emigranti – parlo soprattutto della prima generazione dei Germanesi, che si può paragonare alla generazione degli immigrati oggi in Italia – ho sentito la necessità di scrivere. Ecco, la mia voglia di scrivere mi è venuta lì. Ho cominciato a scrivere in Germania, proprio per denunciare l’ingiustizia dell’emigrazione. Io l’avevo vissuta sulla mia pelle, però ho riflettuto – ero giovane, allora – su questa costrizione: costringere qualcuno a vivere altrove era per me, allora, la più grave delle ingiustizie. Oggi so che ci sono ingiustizie ancora più gravi, però in quel periodo mi sembrava la più grave in assoluto e ho cominciato quindi a scrivere poesie e racconti usando spesso lo stesso linguaggio degli emigranti, e li ho pubblicati in Germania[14].

 

La mozione alla scrittura è autobiografica – e, nella fattispecie, ‘protopolitica’[15]. Aprendo l’Epilogo provvisorio di Vivere per addizione, d’altra parte, Abate dichiara e rivendica la relazione non semplicemente “materiale” tra autobiografia e scrittura:

 

Infine avevo sentito l’esigenza di fermarmi veramente. Ero stanco di quella che chiamavo l’altalena nel vuoto, su e giù per l’Italia e l’Europa, giù e su, per ritrovarmi sempre altrove. Succedeva lo stesso anche ai personaggi delle mie storie: un’inquietudine incessante che da me passava a loro e poi mi ritornava indietro, ingrossata durante il tragitto come un fiume in piena” (p. 000).

 

Veniamo ora al secondo polo…, lo sguardo. … Abate parla di uno “sguardo di mezzo”:

 

Per me è stato fondamentale venire a vivere in Trentino. Perché attraverso lo sguardo di mezzo che questa terra mi ha fatto acquisire ora posso vedere la mia vita e i vari mondi che ho conosciuto con la giusta distanza”. La giusta distanza che dobbiamo tenere, ad esempio, quando guardiamo un’opera d’arte. Un dipinto. O un mosaico. Né troppo da vicino, per non concentrarsi soltanto sugli spazi bianchi, né troppo da lontano[16].

 

Al convegno di Ferrara, Abate aveva parlato di fruttifera distanza rispetto alla lingua:

 

Con il tempo ho capito che probabilmente la lingua italiana, per il fatto che non mi è così familiare come può esserlo per uno scrittore italiano, questa lingua-distanza mi permette di scrivere su una materia scottante come la migranza o sul problema delle minoranze con un certo distacco, mi permette probabilmente di filtrare quei contenuti che sono stati messi in rilievo anche prima – per esempio la nostalgia – che appunto attraverso il filtro di un’altra lingua non risultano retorici.

 

E già in un’intervista del 2001:

 

Certo, questa lingua/distanza mi ha fatto da filtro ed è stata allo stesso tempo la chiave per riappropriarmi dei miei luoghi, per raccontare i miei personaggi visti in un orizzonte più ampio: attraversati, più o meno consapevolmente, dal mio stesso plurilinguismo e multiculturalismo[17].

 

Anche la molteplicità di sguardi appartiene allo scrittore migrante: al convegno di Ferrara, Abate afferma che “gli scrittori migranti hanno più sguardi”; e nel 2006 ribadisce:

 

Io alla fine, dopo un percorso lungo e dolorosissimo mi sono reso conto che in questa mia nuova condizione avevo più radici e avevo acquisito più sguardi: non solo lo sguardo del paese ma anche, ad esempio, lo sguardo del Nord, che è fondamentale per saper leggere il paese, per vedere certe cose, positive o negative, che gli altri non vedono[18].

 

Per la lingua e per lo sguardo, dunque, la questione è insieme la pluralità e la distanza, prerogative dei migranti, che rendono possibile percepire ed esprimere nuove impreviste possibilità … La questione è la capacità di ricostruire ogni volta (e poi ogni volta raccontare) le mappa del  mondo a partire dal luogo parziale da cui, fermandosi durante un cammino, ci si guarda intorno. Simili considerazioni richiamano subito (per quanto Abate affermi “Quando scrivo, non ho tesi da dimostrare. Racconto e basta, sono un raccoglitore di storie”[19]) il pensiero nomade, l’idea del soggetto come entità in divenire (e in un divenire-molteplice) e tuttavia incarnato, situato, storicamente inscritto[20].

 

La migrazione come Grundtheme narrativo

 

Il tema fondamentale nella narrativa di Abate, si è detto, è l’emigrazione: l’emigrazione come malattia (“perché l’emigrazione è come una malattia inguaribile e una volta presa non te la togli più di dosso”; Il muro dei muri, p. 18), come condizione disperata (“Perché se uno vive là, solo, senza affetti, senza questi figli che sono il tuo tizzone acceso, senza la tua compagna che ti consola, solo e lontano, un Itaker come tanti, senza una meta precisa, senza sapere perché lo fai, perché ti sacrifichi come un mulo per anni, allora è meglio che ti squarci la gola con una lametta, o ti butti giù da un potente”: Il ballo tondo, p. 64), come vita stravolta (“uno non ci capisce più niente in questa vita capovolta, con i piedi al Nord e la testa al Sud”; p. 157[21]), come perdita definitiva di radici: “Molto spesso mi sentivo un melograno trapiantato nel ghiaccio dell’Alsetr in inverno: mi mancava il calore, il sole, la luce della mia terra. Le mie radici gelavano, e cadevano le mie illusioni, a una a una, tutte, dopo qualche anno d’emigrazione” (Come si diventa rovi, in Il muro dei muri, p. 52)[22].

Il dolore della lacerazione emerge nei testi più marcatamente autobiografici, come Storia di un emigrante qualunque, in Vivere per addizione, con la correzione ironica del narratore:

 

E anche dopo che vivevamo finalmnete insieme, ad Amburgo, la sofferenza nascosta per bene, nel fondo degli occhi neri, non cessava, non cessava, proprio come un fiume, un maledetto fiume in piena, che scorre giorno e notte. Esageriamo, come al solito esageriamo (p. 29)

 

La più originale (declinazione) del tema dell’emigrazione è la quadrilogia romanzesca di Hora, il toponimo che traveste letterariamente Carfizzi. Anche qui, bisogna dire, l’emigrazione da un lato non esaurisce la complessità tematica dei romanzi, dall’altro non si limita alla condizione oggettiva di uno o più personaggi[23]. Tuttavia, la condizione oggettiva esiste: …

 

In Il ballo tondo (1991) è emigrante il padre di Costantino, il protagonista; è un romanzo dichiaratamente debitore all’etnografia (la Nota dell’autore dichiara fonti e storia testuale), con inserti in corsivo tratti dalla tradizione arberesh, con una serie di paralleli tra il passato mitico e il presente e con tematizzazioni della tradizione stessa (per esempio, gli interessi folklorici del maestro forestiero). Il recupero della cultura popolare e tradizionale, così, sorregge una possibilità di mitizzazione “moderna”: “a queste cose si crede solo se si tramandano di padre in figlio, (…) cioè quando sono cose del passato” (p. 104).

 

In La moto di Scanderbeg (1999) è emigrante il protagonista, Giovanni, e soprattutto lo zio posapietre, Mario Schrò, autore di una testimonianza assai interessante dal punto di vista linguistico (pp. 132-135). il romanzo già anticipa il Moti i Madh, il Tempo Grande, nel riepilogare le vicende del padre leggendario, quasi reincarnazione del mitico eroe albanese in lotta contro gli ottomani.

 

In La festa del ritorno (2004) è emigrante il padre dell’io narrante, e l’emigrazione si configura come “perdita della presenza”[24], come interruzione violenta dell’”abitabilità del mondo”, come ferita da ricomporre con i riti risarcitori del ritorno.

 

Il mosaico del tempo grande (2006) recupera l’epopea degli antenati migranti e vi intreccia ogni altra migrazione, secondo l’archetipo della “circolarità della storia che si ripete”[25]. Si direbbe che in questo romanzo Abate faccia i conti con il mito e, in un certo senso, lo archivi, lo fissi, proprio come in un mosaico.

 

Tra il secondo e il terzo romanzo di Hora si colloca un romanzo “di svolta”, Tra due mari (2002): non è più ambientato nell’enclave arberesh (anzi, qui un tedesco scende al Sud, e la memoria è quella di precedenti e analoghe discese di nordici), ma è ancora incentrato sul tema del viaggio, della lontananza, della doppia natura: “Quattro mesi li passo nell’altra casa, ad Amburgo, dove sono nato. Ne ho bisogno per non perdere pezzi miei di passato e forse di futuro. Vivendo in due posti come il sole e la luna, mi illudo di vivere due volte, perché in ogni posto mi tutto a capofitto. Vivere sul pelo dell’acqua non fa per me” (p. 192). Anche qui a Roccalba, come a Hora, si guarda al passato “come patrimonio di archetipi ancora riproponibili – in qualche arduo modo – nel presente”[26]

 

L’ultimo romanzo, Gli anni veloci (2008), è ambientato a Crotone, le mitologie sono moderne (lo sport, le canzoni dei cantautori italiani), gli scenari quelli tardo novecenteschi della deindustrializzazione, l’emigrazione è soprattutto quella interna del precariato intellettuale.

 

Come si vede, l’emigrazione resta il tema di base: ma è un tema, ovviamente, pronto ad assumere valenze più ampie, incarnando lo spaesamento, l’inquietudine, la complicata dialettica tra acquisizione di pluralità e conservazione di identità.

 

L’adolescenza e il mito

 

Da tutti i romanzi di Abate emergono due elementi, ben connessi tra di loro:

 

Prima di tutto, sono senza eccezioni romanzi di formazione, quindi di costruzione dell’identità, soprattutto in chiave relazionale[27]. La voce narrante infantile o adolescente implica “l’assunzione del punto di vista narrativo infantile”[28], così ricco di risorse narrative: i topoi fiabeschi legati alla rivelazione magica dell’esistenza (personaggi misteriosi come il veggente Stefano di Tra due mari, animali quasi magici come la Spertina di La moto di Scanderbeg e La festa del ritorno, sogni e apparizioni di morti come in Il mosaico del tempo grande…); i percorsi dell’iniziazione, sessuale e sentimentale ma non solo (nella Festa del ritorno, davanti al fuoco di Natale, il narratore riceve il racconto del padre e beve la prima birra); la catena delle generazioni, con nonni e nonne custodi di tradizioni remote, padri periodicamente assenti eppure variamente seducenti e dominanti[29] e madri invariabilmente nutrici (“Era fissata col mangiare, la mamma”: La festa del ritorno, p. 116). La catena familiare è legata, anche a un livello “etnico”, al tema del sangue, ricorrente soprattutto nel primo dei romanzi di Hora: “Noi abbiamo lo stesso gjak, lo stesso sangue, di quelle genti” (Il ballo tondo, p. 15); e poi: “Gjaku ësht gjaku, il sangue è sangue, non mente mai” (p. 42); e ancora: “ci legavano le ondate del giaku jonë i shprishur, del nostro sangue disperso, che ci scorreva nelle vene, proprio come tra fratelli” (p. 82).

 

In secondo luogo, in tutti i romanzi di Abate (con minor forza in Gli anni veloci…) è rintracciabile la dimensione dell’epos e del mito, basata sulla temporalità ciclica e sulla necessità del rituale: gli esempi di questa “epica contromoderna”[30]. Non sarà necessario sottolineare il legame del mito con l’infanzia e con il sangue, né, d’altro canto, le sue connessioni con l’interiorità: il tempo mitico diventa subito tempo interiore e segna un destino: “non importa quando succedono i fatti, il tempo è grande se ti lascia una traccia dentro. (…) Ecco: queste tracce, dobbiamo cercare e seguire” (Il mosaico del tempo grande, p. 116).

 

 

Gli emblemi delle partenze e dei ritorni

 

Tra mito e antropologia, la narrativa di Abate mostra una dominante orale capace di spiegare anche precise e concatenate caratteristiche di stile e struttura, che attendono un’analisi più ampia e approfondita. Basterà qui rilevare, tra l’altro, la posizione particolarmente (complessa) del narratore[31]; la marcata complessità di struttura[32], la pratica del flash back pressoché costante  e le alternanze di piani temporali[33]; infine, diverse varianti di Erlebte Rede[34]. (Un discorso diverso va fatto per i due volumi di testi brevi, Il muro dei muri e Vivere per addizione, programmaticamente ibridi).

Sul piano dell’espressione dei contenuti, la narrazione di tipo epico e mitico sostiene una tendenza all’emblematizzazione evidenziata dalla ricorsività. La procedura stessa viene tematizzata nel Mosaico del tempo grande: il mosaico è appunto il lavoro di fissazione, attraverso contributi minimi e minuziosi (tasselli di diverso colore, di diverso linguaggio), di una verità storica il cui senso si comprende a lavoro ultimato, lasciando agire lo sguardo-distanza capace di riconoscere l’unicità nel molteplice, l’unità nel plurale.

 

Gliemblemi delineano una costellazione di motivi paradigmatici, spesso legati con evidenza al grande motivo della migrazione: per esempio, la valigia dell’emigrante[35]; le rondini ( “questo sta diventando un paese di vecchi, voi giovani arrivate nella bella stagione come le rondini, come i germanesi, e poi via, giustamente, verso il mondo grande” (Il mosaico del tempo grande, p. 113[36]); il gioco che allegorizza la realtà adulta, come il nascondino giocato in paese: “Quasi un allenamento alle nostre future vite in fuga, ai nostri andirivieni senza posa. Forse per questo ci piaceva da bambini e ci piace adesso che siamo campioni di andate e ritorni”: Ika, in Vivere per addizione, p. 000)[37].

 

Ma l’emblema più frequente e ricco è il fuoco di Natale, già in Il ballo tondo (pp. 124 ss) e poi centrale in  La festa del ritorno, fin dalla prima pagina: “pare fatt’apposta per schiaffarci dentro i ricordi più malamenti, (…) e appicciarli in un lampobaleno, per sempre” (p. 11), ma presente anche in La moto di Scanderbeg (p. 88), in Tra due mari (p. 84 ss), in Il mosaico del tempo grande (p. 118) e infine in Vivere per addizione, p. 000). Il rogo natalizio non è in questi romanzi solo simbolo di coesione della collettività e rito ancestrale di purificazione e palingenesi, ma anche emblema già disponibile a essere letto in senso metaletterario: è un fatto comunitario e mitico, un evento affabulatorio, un luogo di “esposizione” della verità; è davanti a questo fuoco che in La festa del ritorno si racconta, e il racconto diventa una spiegazione del mondo e un atto offerto e trasmesso all’altro (il figlio adolescente) attraverso la propria esperienza.

 

Nella narrativa di Abate, in generale, la narrazione orale, tematizzata, ha funzione gnoseologica e generativa: proprio dalla raccolta “etnografica”[38] nasce la scrittura di Abate, che lo racconta, ragionando  sulle ragioni dello scrivere, sulla sua genesi e sui modi del suo farsi, nel racconto Rapsodie, compreso in Vivere per addizione :

 

Da quel giorno cominciai a girare per tutti i vicoli del paese, nessuno escluso, a caccia di storie, rapsodie, canti, aneddoti, proverbi, preghiere, fiabe, e piano piano ricostruivo la storia mitica del nostro paese, fondato alla fine del Quattrocento dai profughi albanesi scappati dalla loro terra invasa dai turchi (p. 000).

 

Il racconto si conclude proprio con l’esordio dell’attività di scrittore, quindi con la genesi di Il ballo tondo:

 

Cantava la rapsodia della partenza di Costantino, che ancora giovane e fresco sposo di soli tre giorni fu costretto a lasciare il suo paese. E io, che già da un pezzo mi stavo preparando alla vera partenza, spostai il registratore in un angolo del tavolo e, con il sottofondo canoro della rapsodia, cominciai a scrivere la mia prima storia” (pp. 25-26).

 

Da parte sua, Costantino, il protagonista di Il ballo tondo, registrerà la rapsodie di nani Lissandro e poi quelle più abbondanti delle vecchie zonje, cercandovi “l’avventura, gli eroi, le affinità con la propria vita” (p. 184).

 

Le radici aeree

 

Tutti questi elementi (la formazione, il mito, l’epos, l’affabulazione, la tradizione) conducono alla questione dell’identità, delle radici, della memoria. Provocato da Claudia, emigrata colta e “sradicata”, Stefano Santori replica: “lei dimentica che una casa senza fondamenta non regge al terremoto della vita e un albero senza radici non può vivere” (La moto di Scarderbeg, p. 187); e in Tra due mari, del fico simbolo del Fondaco  visitato da Dumas il padre dice: L’importante era di non estirparne le radici (…) tutto il resto si fa, col tempo, cresce, resiste pure ai terremoti della vita, se le radici sono vive e sanguigne come la robbia” (p. 68).

Non si tratta tuttavia (neanche quando il richiamo, come si è visto, è addirittura al sangue) di una coazione identitaria, bensì di un’assunzione di responsabilità: la responsabilità di avere, pur situati in un’Europa di formazioni identitarie da sempre in transito, una posizione storica. Il senso di questa responsabilità spiega la benjaminiana “testa attaccata all’indietro” che Claudia rimprovera a Costantino in La moto di Scanderbeg (p. 65). Questa responsabilità trasforma immediatamente della locatività in antropologia: il luogo antropico (in opposizione al non-luogo) chiede di essere raccontato: nell’epilogo di Tra due mari, il raccoglitore di storie (ossia lo scrittore-vampiro, mai sazio di racconti) rivela che “Si cerca un posto e si trovano delle storie” (p. 191). Ciò è naturale, poiché i poiché il luogo antropico è storico, e la storia chiede il racconto. Non è davvero un caso che  quasi tutti i personaggi di Abate (in particolare, e ancor più pour cause, i bambini e i vecchi) siano raccontatori, da Giorgio Bellusci in Tra du emari a nani Lissandro in Il ballo tondo, dal padre di La festa del ritorno alla mamma in La moto di Scanderbeg. Nel Mosaico del tempo grande, in particolare, Gojàri disseppellisce la memoria dei giovani di Hora, facendo riemengere storie sepolte “come preziosi tesori in fondo al mare”; e il narratore commenta: “Spettava a noi ignorarle o utilizzarle a piacimento nel presente, “il tempo delle illusioni e degli inganni”, lo definiva Gojàri, ma pur sempre il nostro tempo”: (p. 83; poi, più didascalico a p. 197: “Mi sembra che al momento non ci sia altro da aggiungere, se non collegare il passato al presente nel modo più spontaneo, senza forzature. Solo così il tempo grande avrà un senso. Sarà il lavoro più difficile” (p.197).

 

E’ dunque nel racconto che si conciliano identità e pluralità, è il racconto che garantisce – nella molteplicità – l’unicità identitaria. Ma è necessario che il racconto del passato identitario si intrecci con quello del presente aperto e molteplice, l’”atavico” e il “composito”, per citare Edouard Glissant e la sua “poetica del diverso”.

 

Glissant: p. 50 (nell’appello del popolo rom – il popolo migrante per antonomasia – dichiara di aver “ritrovato non solo l’idea del meticciato, e in realtà l’idea dell’identità rizoma, ma anche l’idea dell’apertura verso il mondo, e infine l’idea che tutto ciò non sia in contraddizione con l’individualità o l’identità”[39].

Perfino nel caso dei cibi, la diaspora, se disperde i cibi tradizionali, “Partiti e ritornati ogni tanto all’improvviso, come in preda a una grande nostalgia”, se “Ora tutto è bastardito, i sapori non sono più quelli di una volta e, se lo sono, non siamo più noi quelli di una volta, il nostro palato sa solo sognare”, apre anche possibilità di arricchimento, fino a creare  “un uomo con un palato diviso, o forse con due palati” (Il cuoco di Arberia, in Vivere per addizione)[40].

 

Un possibile itinerario filosofico

 

E’ questo, in fondo, l’itinerario ideale – filosofico – che si intravede nella produzione di Abate e che il recente Vivere per addizione dichiara con la chiarezza garantita dalla sua struttura molteplice e dal suo riepilogare i temi della produzione precedente.

 

Il primo passo, si è detto, è l’assunzione dell’identità arbëresh come emblema della condizione di migrante, di colui che non si sente “né carne né pesce, né casa né fuori” (Storia di un emigrante qualunque, p. 000). Il secondo passo è la presa d’atto di come tale condizione vada universalizzandosi (meglio, approfondire): “Insomma, come milioni di italiani; e perché dimenticare la marea di turchi slavi somali cileni greci portoghesi, sballottati qua e là? Tutti uguali a lui. E’ il laggiù che cambia” (Storia di un emigrante qualunque). Il passo connesso a questo è la percezione della (peculiarità, contingenza) politico-sociale dell’Italia attuale, tra Centri di Permanenza Temporanea e rigurgiti razzisti, tra retorica e smemoratezza: “Ecco cos’erano quei pizzicotti di fastidio che provavamo: loro ci ricordavano chi eravamo noi fino all’altroieri o a ieri e noi lo volevamo dimenticare con tutte le nostre forze, perchè quel ricordo ci faceva ancora male” (Prima la vita). Ma il passo ulteriore è la coscienza della ricchezza della condizione migrante, pure così faticosa, pure dolorosa: “Insomma, noi al paese non vogliamo rinunciare ma non vogliamo rinunciare nemmeno alle nostre città e paesi del Nord. Stiamo meglio così. Siamo più completi, più vivi, come un bell’albero che ha radici profonde qua e altrove, e rami robusti e frutti succosi” (La prima festa del ritorno). Nasce da qui, per inciso, l’attrazione dell’autore per il Trentino: “è una terra di confine, che io percepivo (e percepisco) come luogo di contatto e non di divisione tra gli uomini” (Vivere per addizione).

 

La distanza dello sguardo rende dunque percepibile il contatto dell’esperienza, che poi la lingua-distanza, fatta di tante lingue “usate alla pari” (Ika, in Vivere per addizione), permette di dire; ed è di nuovo lo sguardo-distanza che scava nella memoria e trova i fili che intrecciano la storia dei popoli al loro presente, e incessantemente ne racconta la storia. .

 

Fino all’illuminazione, al “clic nella (…) testa”:

 

Se per i tedeschi continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese o “ghieggiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni, una persona che viveva in più culture e con più lingue, per nulla sradicato, anzi con più radici, anche se le più giovani non erano ancora affondate nel terreno ma volanti nell’aria” (Vivere per addizione)[41].

 

Si tratta di uno scarto di prospettiva fondamentale, perché “chi fa questo salto a occhi aperti si accorge di diventare in un attimo l’altro dell’altro” (p. 145). Per tornare a Glissant: “Le identità a radice unica fanno, a poco a poco, posto alle identità-relazione, cioè alle identità-rizoma. Non si tratta di radicarsi, si tratta di pensare alla radice in modo meno intollerante, meno settario: un’identità radice, che non uccide quel che vive intorno a essa ma che al contrario protende i suoi …”[42]. Non è necessario “scegliere per forza tra Nord e Sud, tra lingua del cuore e lingua del pane, tra me e me” (p. 000): vivere per addizione significa non dover fare queste scelte, sentirsi – dichiara Abate – “tutti frutto della contaminazione, che è una contaminazione linguistica, culturale, e una contaminazione d’amore”, ma “una contaminazione vissuta come una ricchezza, e non come perdita dell’identità originaria”[43].

 

Quando Abate usa le parole di Elias Canetti per dirsi scrittore in quanto “custore delle metamorfosi”[44], allude a uno speciale rapporto dello scrittore con il passato e con il futuro: la lingua-distanza, lo sguardo-distanza, il sentirsi ovunque straniero[45], come ricorda    permettono di evocare il cambiamento e di custodire la memoria, di tutelare nel contatto e nel movimento identità minacciate non certo dall’incontro, bensì …

 

Dunque la lingua “creolizzata” di Abate è davvero “sul piano formale (…) lo specchio della compresenza dell’altro in un soggetto sottoposto ad un continuo processo di disseminazione e tuttavia pronto ad una attitudine inclusiva”[46]. Perché se la lingua è una patria, è naturale che sia – oggi più di sempre – una lingua composita e in divenire, dato che l’idea stessa di patria non può che assumere una valenza plurale e dinamica.. Ed è una lingua, si diceva, cosciente della fatica e della necessità della distanza: la stessa distanza dello sguardo che permette di cogliere la complessità della condizione migrante ed esule: da una parte le “Apocalissi di civiltà”, dall’altra la coscienza di essere, anche in senso culturale, quella “avanguardia dei popoli” di cui parlava Hanna Arendt[47].

 

Giova ripertelo: è centrale, in questo itinerario, l’esperienza (e anche rammenta coordinate filosofiche non cenovenzionali il pensiero della differenza, la sapienza del “partire da sé”). E va ricordato anche che un dato della letteratura di migrazione, del suo profondo carattere antropologico, è proprio il persistere di quella “autorità dell’esperienza” della cui crisi ragionava Benjamin[48]. Un altro dato, ugualmente connesso all’esperienza, è la profonda necessità antropologica del narrare, e il coinvolgimento del lettore. Scrive Abate in uno dei racconti di Vivere per addizione:

 

Perciò è scarna questa sua storia, come il suo volto prima di morire. E non ce la sentiamo d’inventare cose che non avrebbe mai fatto o pensato. E in questa storia scarna, senza un filo logico, è logico che ci inseriamo noi, che in fondo siamo come lui, e inseriamo anche voi. E’ come mischiare olio e acqua. Ma in una storia quacciosa di un emigrante qualunque si fa questo e altro” (Storia di un emigrante qualunque, in Vivere per addizione, p. 30).

 

Forse proprio in questa zona della letteratura italiana – una zona non depressiva, non epigonale – è opportuno guardare, per reagire all’impressione che la letteratura del nostro presente sia postuma, surrettizia, “a perdere”[49].

 

 


[1] Gianluca Veltri, Carmine Abate, “Il Mucchio Selvaggio”, ottobre 2006 (anche in rete, al sito dell’autore: www. carmineabatae.net)

[2] Neuer Malik, Kiel 1984, poi in edizione italiana ampliata Il muro dei muri, Argo, Lecce 1993, infine Mondadori, Milano 2006.

[3] Campus, Frankfurt-New York 1984; ed it. I Germanesi, Pellegrini, Cosenza 1986, poi Rubbettino, Roma 2006.

[4] Oltre ai due volumi citati e a un volume di poesia (Terre di andata, Argo, Roma 1996), Abate ha pubblicato i seguenti romanzi: Il ballo tondo (Marietti, Genova 1991, poi Fazi, Roma 2000, infine Mondadori, Milano 2005); La moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999, poi Mondadori 2008); Tra due mari, Mondadori 2002); La festa del ritorno (Mondadori 2004); Il mosaico del tempo grande (Mondadori, Milano 2006); Gli anni veloci (Mondadori, Milano 2008); del 2010 è il volume di racconto Vivere per addizione e altri viaggi (Mondadori). Per un profilo della narrativa di Abate, cfr. Francesco De Nicola, Gli scrittori italiani e l’emigrazione, Ghenomena, Formia 2008, pp. 127-128.

[5] Così Mia Lecomte: “quella zona della letteratura italiana che è la poesia della migrazione”: Prefazione a Ai confini del verso – Poesia della migrazione in italiano, Le Lettere, Firenze 2006; ma già, più volte, Armando Gnisci (per esempio in La letteratura italiana della migrazione (1998), ora in Creolizzare l’Europa – Letteratura e migrazione, Meltemi, Roma 2003, pp. 73-129  (“trarre fino in fondo le conseguenze della proposta di pensare alla letteratura della migrazione come a una “zona” della letteratura contemporanea” significa, secondo Gnisci, “pensarla anche conme una nuova forma della letetratura italiana nella sua intera storia e tradizione”: ibidem, p. 109).

[6] La definizione è da anni e ancora oggi oggetto di discussioni: cfr., tra gli altri Raffaele Taddeo, Letteratura nascente, RaccoltoEdizioni, Milano 2006, pp. 38-47; Franca Sinopoli, La critica sulla letteratura della migrazione in Italia, in Armando Gnisci (a cura di), Nuovo Planetario italiano – Geografia e antologia della migrazione in Italia e in Europa, Città Aperta edizioni, Troina (En) 2006, pp. 87-110 (specialmente pp. …).

[7] Gli atti del seminario, organizzato da Sagarana nel luglio 2005, si leggono sul sito della rivista, www.sagarana.net

[8] C. Abate, Storie di germanesi, “L’Indice dei Libri del Mese”, dicembre 2000.

[9] La festa del ritorno, p. 71. Si tratta della trasposizione di un episodio autobiografico, raccontato dall’autore nel suo intervento a un convegno ferrarese: cfr. infra, n. 10. Nel Ballo tondo si racconta la repressione dell’uso del dialetto a scuola (pp. 23-24).

[10] C. Abate, Legalität, in Vivere per addizione e altri viaggi, p. 000.

[11] L’intervento di Abate, dal titolo In due mondi, si legge sul sito   ww3.comune.fe.it/vocidalsilenzio/attiabate.htm.

[12] Massimo Onofri include Abate “tra gli scrittori di lingua mescidata” (recensione a Gli anni veloci, “Avvenire”, …; si legge ora anche sul sito di Abate, www.carmineabate.net). Giuseppe Traina, in un ampio saggio sulla narrativa di Abate, registra già nel 2002 come  “le frasi o le parole in tedesco, in arbëresh, in calabrese o in “germanese” si inseriscano morbidamente nel tessuto linguistico che resta, com’è naturale, a dominante italiana. Senza stridori voluti, senza compiacimenti localistici, senza ammiccamenti folkloristici” (La moto, il ballo, l’aquila e i due mari – appunti sulla narrativa di Carmine Abate, “Segno”, settembre-ottobre 2002; anche questo contributo sul sito di Abate).

[13] C. Abate, A Carfizzi sulle tracce di re Skanderbeg, “Vita”, 26 maggio 2006.

[14] Cfr. supra, n. 00;  parole simili anche nell’intervento sull’”Indice” già citato (cfr. supra, n. 000).

[15] L’esperienza autobiografica si (manifesta) anche, naturalmente, nel ripresentarsi di luoghi (per limitarsi a qualche esempio tra i molti possibili, si ricordino il bar Viola, in La moto di Scanderbeg, La festa del ritorno; Il mosaico del tempo grande; il quartiere a luci rosse di Sankt Pauli ad Amburgo, già in Il muro dei muri e poi in Viaggio con la mamma, in Vivere per addizione; la piazza del duomo di Colonia in La moto di Scanderbeg e poi analogamente nel racconto Il duomo di Colonia, ancora in Vivere per addizione) e contingenze sia personali (le avventure del giovane supplente emigrato al Nord, in Il muro dei muri, in Gli anni veloci, in ???, in Vivere per addizione) sia generazionali e nazionali (per esempio la dismissione industriale, in in Gli anni veloci e poi in Le parole non costano niente, in Vivere per addizione).

[16] Danilo Fenner, Il romanziere: “Cercare la propria identità significa sapere da dove si è partiti”, “Corriere della Sera”, 14 marzo 2006. In La moto di Scanderberg, l’io narrante sente di essere, per la propria irrequietezza, “due anime: “Dove: questa maledetta parolina di due sillabe, due consonanti, due vocali, due anime come me: la voglia di restare in un dove qualsiasi e la voglia di cercare un dove che non si trova” (p. 162).

[17] Franca Eller, Una lingua multiculturale – intervista a Carmine Abate, “L’Adige”, 23 gennaio 2001 (sul sito dell’autore). L’affermazione è presente anche nel citato intervento su “L’indice”…

[18] Simone Arminio e Dario Corale, In una sola anima tanti piccoli pezzi, “Il Crotonese”, 31 gennaio 2006.

[19] Monica Diliberti, Abate “tra due mari”: perché transfuga linguistico?, “Testata giornalistica dell’Università di Palermo”, 7 marzo 2002 (seminario “Carmine Abate, storia di un transfuga linguistico”).

[20] E’ qualcosa di assai simile a quanto scrive Chiara Zamboni a proposito di In metamorfosi di Rosi Braidotti: “Situarsi è quello che vuole fare Braidotti, scrivendo quelle che lei chiama cartografie politiche e teoriche, che sono poi le mappe del pensiero ricostruibili dal luogo parziale dal quale ci si guarda attorno” (“Il manifesto, 21 gennaio 2004). Il “pensiero nomade” di Rosi Braidotti è stato chiamato in causa più volte in relazione alla letteratura di migrazione: per esempio, da Sonia Sabelli nel 2002, durante il Secondo seminario degli scrittori migranti (sul sito di Sagarana) e Franca Sinopoli, La critica sulla letteratura della migrazione in Italia, cit., p. 000. Tra i volumi di Rosi Braidotti utili per un discorso critico sulla letteratura della migrazione, Soggetto nomade (Donzelli, Roma 1995); In metamorfosi (Feltrinelli, Milano 2003); Trasposizioni, Luca Sossella Editore, Roma 2008).

[21] In La moto di Scanderbeg, il “mondo capovolto” è invece l’utopia della giustizia sociale (p. 55).

[22] Non può sorprendere dunque la frequenza di metafore legate al taglio, alla frattura, alla cancellazione: per esempio, nella prima raccolta, la più legata all’esperienza autobiografica: “Che famiglia, pensò Saverio! Pareva un vaso rotto con i cocci sparsi in posti lontani. E lo zio era il coccio più malridotto, benché si sfrozasse di apparire un coccio di ferro. (…) Troppi stranieri. Bisogna ridurne il numero. Certo, un numero si cancella come un colpo di spugna. “Dài, cancellami con un colpo di spugna, vediamo se ci riesci!””; Il muro dei muri, p. 29; “Se potessi decidere io, sparirei. Né qui, né lì… meglio … nell’aria, come il fumo della tua sigaretta. O nell’acqua. (…) allora la cosa migliore è sparire, sciogliersi come una compressa di sonnifero in mezzo bicchiere d’acqua”: ivi, p. 40). Ma anche altrove, per esempio in Il mosaico del tempo grande: “solo che non conosceva la perfidia della partenza, il suo sguardo ammaliante e tagliente che, quando meno te lo aspetti, recide tutti i ponti alle tue spalle e cancella le orme dei tuoi passi come una bufera di neve” (p. 81). Per inciso, si osservi che la proliferazione di metafore è tipica di uno stile rigoglioso che ben si giustifica, come si vedrà più avanti, nella dimensione del mito: risulta invece più pesante in quella contemporanea di Gli anni veloci, a meno che non si chiami in causa il mélo.

[23] In generale, è ovviamente riduttivo interpretare la specificità della letteratura di migrazione in chaive di pura selezione tematica. A questo proposito, cfr. Davide Bregola: “La letteratura che (gli scrittori migranti) producono non è letteratura marginale, narrativa etnica, esotica o chissà cos’altro. Questa è letteratura tout court, perché innova il dire e la rappresentazione di mondi possibili. C’è molta consapevolezza di scrittura in tutti gli scrittori immigrati” (La narrativa italiana scritta da stranieri, “Fernandel”, ottobre-dicembre 2001. Negli annuali seminari di Sagarana sono frequenti le dichiarazioni relative al carattere “universale” di una letteratura per la quale il riconoscimento di specificità  rischia sempre di trasformarsi in ghettizzazione. Per esempio, al VII seminario degli Scrittori migranti, nel 2007, Julio Monteiro Martins afferma: “Che sia chiaro a tutti che quello che ci rende originali non è la nostra condizione di migrante, né il nostro colore della pelle, né le chicche lessicali che ogni tanto affiorano dalle nostre lingue madre nella nuova lingua, bensì il modo sorprendente e originale con cui vediamo l’amore, la morte, i desideri, il destino, il potere, l’angoscia e l’utopia di un mondo diverso e migliore di questo che abbiamo trovato” (sul sito di Sagarana). Lo stesso Abate, in una recente intervista al sito di Voci dal Silenzio (http//:digilander.iol.it/vocidalsilenzio), ricapitola: “Ho seguito questa letteratura fin dalla nascita e devo dire che col tempo sto scoprendo degli autori che hanno davvero molto da dirci e lo dicono sempre meglio. Oggi è stata superata la fase che Armando Gnisci, appassionato esperto di questa letteratura, aveva definito efficacemente “carsica”, cioè “resa invisibile dall’industria culturale”. Autori come Yunis Tawfik, Muin Masri, Momhse Melliti, Christina de Caldas Brito, Jadelin Mabiala Gangbo, Ron Kubati, Gezim Hajdari, per citare qualche nome, o scrittori come Dante Liano, Jarmila Ockajovà, Alice Oxman, che scrivono in italiano, ma non (ancora) sui temi dell’immigrazione, hanno conquistato uno spazio importante nel panorama letterario italiano. A me sembra che anche in Italia cominci a prendere forma una letteratura che ha alla base il dialogo, affiorino i primi tentativi di incrocio e ibridazione di modelli letterari, di lingue, di storie, si creino i presupposti di quella che dovremmo cominciare  a chiamare letteratura multiculturale. Una letteratura fatta dallo sguardo plurimo e ibrido sul mondo, di cui è portatore chi parte e vive altrove”.

[24] Angela Biancofiore cita assai opportunamente il saggio di Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (Stranieri al Sud: per una ridefinizione delle frontiere, “Narrativa” 2006; si legge anche sul sito di C. Abate)

[25] Alfredo Luzi, Spazialità e nostos in La festa del ritorno di Carmine Abate, “Kùmà 13, aprile 2007 (sul sito www.disp.let.uniroma1.it/kuma/kuma.html e sul sito di C. Abate).

[26] G. Traina,  La moto, il ballo, l’aquila e i due mari, cit.

[27] Gli adolescenti di Abate sono a volte così dolorosamente e consapevolmente “diversi” da ricordare il Tonio Kroger di Mann: “…” (Il mosaico del tempo grande, p. 59).

[28] Ancora G. Traina, La moto, il ballo, l’aquila e i due mari, cit.

[29] Per un esempio della complessità “edipica” delle relazioni tra padre e figlio nella narrativa di Abate, cfr. La moto di Scanderbeg, p. 114: l’uccisione del padre

[30] Così Renato Nisticò, Carmine Abate, uno “straniero” in Italia, “La Rivista dei Libri”, febbraio 2003 (si legge sul sito di Abate). Nisticò ipotizza tra l’altro che il “metodo mitico” sia nella narrativa di Abate una “risorsa per scalfire l’opaca superficie del reale”.

[31] Per esempio, accade che il narratore-testimone sia anche onnisciente, come in Il ballo tondo e in  Tra due mari; più esibiti i cambi di narratore, e almeno in un caso anche di punto di vista narrativo, nell’ultimo romanzo, Gli anni veloci.

[32] I consideri per esempio la narrazione a scatole (per esempio in Tra due mari) e l’inserimento di documenti di vario genere (le rapsodie arberesh in Il ballo tondo, le lettere di Stefano in La moto di Scanderbeg, le lettere a Lucio Battisti in Gli anni veloci e così via).

[33] Il caso più evidente è Il mosaico del tempo grande, in cui le vicende …

[34] Già nel Ballo tondo (pere sempio a p. 80), fino agli Anni veloci (per esempio a p. 13; a p. 46 complicato dal dialetto)

[35] In Viaggio con la mamma (in Vivere per addizione) e già in La festa del ritorno.

[36] E cfr anche p. 21 e p. 35; cfr. poi Tra due mari (pp. 140-141); e si veda da ultimo Il cielo di rondini, in Vivere per addizione.

[37] La ika compare già in Il muro dei muri, p. 185.

[38] Il maestro del primo romanzo è un fanatico un raccoglitore di tradizioni (ma anche un imbalsamatore, e l’accostamento non è forse privo di implicazioni); Stefano Santori è uno storico in La moto di Scanderbeg.

[39] Edouard Glissant, La poetica del diverso, Meltemi, Roma, 1998, p. 50; già F. Sinopoli chiama in causa lo scrittore antillano in relazione alla letteratura di migrazione:

[40] Tra tutti i personaggi cuochi o buongustai, si ricordi Capocolò in Gli anni veloci (cibi in elencazione per asindeto. p. 69; anche p. 240)

[41] E già in La moto di Scanderbeg: “Fa’ clic nella tua testa, illuminala. Pensati albero fiorito, albero che darà i frutti, non pensare solo alle radici, pensa ai tuoi rami, ai fiori, ai frutti” (p. 81). Qualcosa di non molto diverso osserva Amara Lakhous, per esempio, in un’intervista nel 2008 a proposito del suo romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio: “La piazza è sinonimo di circolazione e di movimento. Ci dà la sensazione che noi non siamo fermi, siamo sempre in viaggio alla ricerca di una vita migliore. La piazza non è la casa, è un momento di transizione. Questo ci evita di esaltare le radici che è una forma di chiusura su noi stessi. Mio padre che ha vissuto l’immigrazione in Francia negli anni cinquanta mi ripeteva sempre: “Gli alberi hanno radici per stare fermi, gli uomini invece hanno gambe per viaggiare e scoprire il mondo”” (www.i-italy.org).

[42] E. Glissant, La poetica del diverso, cit., p. 101.

[43] Simone Arminio e Dario Corale, Mosaico d’identità, cit.

[44] Canetti conia la definizione in un discorso tenuto a Monaco di Baviera nel 1976 su La missione dello scrittore, ora con questo titolo in La coscienza delle parole, Adelphi, Milano, 1984; cfr. Carmela Marsibilio, Tra rabbia e memoria – Nel nuovo libro di Carmine Abate la genesi di uno scrittore, “Trentino e Alto Adige”, 12 marzo 2006.

[45] In La moto di Scanderbeg, … Ugo di San Vittore … (p. 127)

[46] A. Luzi, Spazialità e nostos in La festa del ritorno di Carmine Abate,cit.

[47] Hanna Arendt, Noi profughi (gennaio 1943), in Ebraismo e modernità, traduzione di Giovanna Bettini, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 35-50; l’espressione è a p. 49.

[48] Scrive Benjamin: “l’arte del racconto è in crisi nell’orizzonte moderno perché è tramontata l’autorità dell’esperienza” (Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Id. Angelus novus, a cura di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-260, la citazione è a p. 000).

[49] Il riferimento è alla cupa rassegna offerta da Giulio Ferroni in Scritture a perdere: la letteratura negli anni zero, Laterza, Bari-Roma 2010.

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