@Baltasar – Patrioti, non banditi

Il 23 marzo del 1944, in Roma, nella Via Rasella, intorno alle 15.45 un gruppo di 10 partigiani appartenenti ai Gruppi di Azione Patriottica, inquadrati nella Brigata Garibaldi, attaccò una colonna formata dalla 2ª compagnia del III Battaglione del Reggimento di Polizia “Bozen”. L’attacco, eseguito facendo esplodere un ordigno esplosivo all’interno di un carretto da netturbino e con il successivo lancio di alcune bombe da mortaio adattate al tiro manuale, provocò la morte immediata di 32 militari e due civili; un altro militare morì nella notte a seguito delle ferite riportate.
La reazione dei tedeschi fu rabbiosa. In un primo momento l’idea fu quella di radere al suolo l’intero quartiere, poi si decise per l’uccisione di 10 italiani, da prelevare nelle carceri di Via Tasso, per ogni soldato caduto. La rappresaglia venne organizzata immediatamente e siccome il numero di prigionieri – per lo più comunisti e antifascisti – detenuti nel carcere della polizia tedesca era insufficiente, venne richiesta al Questore di Roma Caruso una lista di 50 detenuti da farsi consegnare dal carcere di Regina Coeli. Verso le 15.00 del 24 marzo iniziò la strage delle Fosse Ardeatine: a gruppi di 5, con i gomiti legati dietro la schiena, i prigionieri vennero introdotti della cava e lì colpiti alla testa (anzi, al cervelletto, essendo previsto un solo colpo per vittima, come precisò il Tenente colonnello Herbert Kappler Comandante del Sicherheitsdienst di Roma, al processo che si tenne davanti al Tribunale Militare nel 1948). L’esecuzione andò avanti fino a sera, in uno scenario sempre più apocalittico, con i detenuti costretti, per ricevere il colpo alla nuca, ad inginocchiarsi sui cadaveri delle vittime uccisi poco prima. Alla fine i morti, 335 persone, risultarono in eccesso rispetto alle 330 richieste dal rapporto, assolutamente arbitrario, di 1 a 10.
L’azione dei gappisti, come noto, è stata oggetto di una intensa campagna di delegittimazione già a ridosso degli avvenimenti. Verso la metà degli anni ’90, in occasione del processo al Capitano delle SS Erich Priebke, ha poi subìto un vero e proprio tentativo di revisione storiografica operato mediante la distorsione degli avvenimenti e, sostanzialmente, attraverso il tentativo di connotare l’attacco di Via Rasella come uno scellerato e maldestro gesto da parte di un isolato gruppo di resistenti: se costoro non avessero compiuto l’attentato non ci sarebbe stata la strage delle Fosse Ardeatine, azione – secondo l’approccio revisionistico – peraltro inutile stante le sorti già segnate della guerra.
Insomma, in quest’ottica, la reazione dei tedeschi era prevedibile e, alla fine, anche legittima, visto che i partigiani erano considerati dagli occupanti alla stregua di banditi e non di soldati.
In realtà, i gappisti romani, tra il 23 gennaio e il 22 marzo 1944, portarono a compimento, oltre alle altre attività di sabotaggio, poco meno di una ventina di attacchi e attentati, l’ultimo dei quali (un attacco ad un autocarro tedesco in Via dell’Impero) provocò 5 morti e numerosi feriti; e tre tedeschi erano stati uccisi pochi giorni prima durante l’assalto ad una pattuglia. In queste occasioni non c’erano state reazioni verso i civili da parte degli occupanti. In effetti, la strage delle Fosse Ardeatine sorprese i gappisti e, naturalmente, gettò su di loro un enorme peso; tuttavia, era altrettanto chiaro che la minaccia e l’attuazione di rappresaglie non avrebbero certo fatto desistere dall’azione militare. Accettare il ricatto dell’occupante avrebbe significato rinunciare in partenza alla lotta.
Per i gappisti era particolarmente evidente il contenuto, prima ancora politico che strategico, di un’azione militare contro l’invasore, così come appariva fuori dubbio che, soprattutto in città, tale azione non avrebbe potuto svolgersi secondo le coordinate e le regole di un conflitto militare di tipo tradizionale.
La questione della lotta partigiana, peraltro, è contigua all’idea di un popolo in armi e alla sollevazione rivoluzionaria contro l’ordine costituito, soprattutto se rappresentato da un regime di occupazione. Anche per questo motivo il contributo della Resistenza e dei loro protagonisti ha, a buon diritto, rappresentato il momento fondativo del nuovo ordine nato dalla Costituente.
Ma la vicenda di Via Rasella è emblematica anche per un altro motivo. Abbiamo già accennato all’ondata revisionistica e possiamo aggiungere che essa è cresciuta di pari passo all’arretramento dei valori politici e culturali che hanno ispirato la Resistenza e gli anni successivi alla fine della guerra. E’ così accaduto che due membri del Gap “Carlo Pisacane” esecutori dell’attacco si siano dovuti difendere prima, negli anni ‘50, nei Tribunali della Repubblica da una richiesta di risarcimento danni avanzata da alcuni parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine, poi, negli anni ’90, dall’accusa di strage, e, infine, siano stati poi costretti a tutelare la loro onorabilità di patrioti e di decorati al valor militare anche nei confronti della «legittima critica» giornalistica.
Con sentenza della Cassazione Civile, Sezioni Unite, 19 luglio 1957, n. 3053, si chiuse il procedimento per la richiesta di risarcimento nei confronti di Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei e Carlo Salinari, nonché, quali presunti mandanti, Sandro Pertini, Giorgio Amendola e Riccardo Bauer: la lotta partigiana, sentenzia la Corte, è legittima attività di guerra ed è improponibile l’azione di risarcimento dei danni derivati dall’azione medesima. Con la sentenza della Cassazione Penale, Sez. I, 18 marzo 1999, n. 1560, venne sancito che “il fatto non è previsto dalla legge come reato”, riaffermando quello che già il Tribunale Militare Supremo di Roma aveva accertato con la sentenza 25 ottobre 1952, n. 1711-sentenza con la quale era stato condannato Kappler – e cioè che l’azione di Via Rasella, alla luce delle norme del diritto internazionale, rappresenta un atto di ostilità commesso da persone che hanno la qualità di legittimi belligeranti.
E, in ultimo, la sentenza della Cassazione Civile, Sez. III, dep. 6 agosto 2007, n. 17172, conferma la sentenza della Corte d’Appello di Milano 14 maggio 2003, n. 1937, che condanna Vittorio Feltri, in solido all’autore degli articoli e all’editore, al risarcimento di 45.000,00 Euro per la diffamazione nei confronti di Rosario Bentivegna.
Insomma, come è stato ben riassunto da Giuseppe Tucci, “È una verità storica, oltre ad essere una verità accertata da diversi giudici in tempi e luoghi diversi, che la seconda guerra mondiale fu vinta dalla coalizione antifascista, perché, accanto agli eserciti regolari, si schierarono numerose ed organizzate formazioni di civili, che non diedero tregua alle forze di occupazione nazifasciste, sicché, per richiamare l’episodio di via Rasella, civili travestiti da netturbini, attaccarono militari, che, calpestando le più elementari regole del diritto internazionale, si dedicavano, su larga scala, alla tortura di civili inermi ed alle più feroci deportazioni nei campi di sterminio in nome del mito della razza eletta.
A Bentivegna è toccato in sorte non solo di vivere da protagonista quella particolare esperienza della seconda guerra mondiale, ma anche di lottare fino alla fine degli ultimi giorni della sua vita contro la continua opera di delegittimazione della guerra di liberazione, che non è mai stata un’operazione neutra di indagine storica, ma si è sempre collegata con la contestazione dei principi e degli equilibri istituzionali sanciti dalla nostra Costituzione e, quindi, con la delegittimazione delle colonne portanti della nostra Democrazia” (Giuseppe Tucci, La diffamazione dei partigiani: il caso Bentivegna, in Ricordare, risarcire, ricordare: un dialogo tra storici e giuristi, Editoriale Scientifica, Napoli, 2012)

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>