@M. M. Cappellini – Di pietra, la clessidra (su “Persona e danno”)

“La giustizia non può andare in quarantena”, scrive sulla propria pagina facebook un noto penalista della mia città. Non potrei essere più d’accordo: la mia famiglia aspetta giustizia ormai da anni, e da anni vede scivolare scadenze e udienze sempre un po’ più in là, come un gomitolo sottratto a un micio da un leggero strattone del filo. Non è un gioco, però, soprattutto quando l’evento che ha danneggiato continua a produrre danni, imperterrito, senza tregua. I tempi lenti dei tribunali, e poi gli imprevisti, le coincidenze, gli intoppi, gli accidenti. La quarantena di oggi – contrattempo planetario – è per noi una sorta di mise en abîme, un’attesa che sprofonda in un più lungo attendere. Il tempo, in questa nuova sospensione, ha agio di rosicchiarci e spolparci.
Gli scrittori devono aver patito qualcosa del genere, a giudicare dalle loro allegorie: il “devouring Time” di Shakespeare, il tempo “divoratore e consumatore di tutte le cose” di Cervantes, il Tempo che imprigiona gli anni e li fa cadaveri nel “dilavato e graffiato” scartafaccio di Manzoni. Ma ben prima gli uomini dato al tempo forma di divinità originarie e voraci, implacabili: per esempio, il titanico Crono di Esiodo, mutilatore del padre e cannibale ai figli (come il tempo, finisce per mutilare le cause e annientare le conseguenze); e l’orfico Chronos, serpente a cui è congiunta Ananke, la Necessità che stringe il mondo intero, che lo costringe a subire tutto ciò che il tempo – fiume-serpente – porta o sottrae.
E’ necessità, appunto: immemorabile legge di natura. Ma in certe circostante il tempo diventa davvero un supplizio, ascesa sanguinosa, faticosissima discesa. Tanto più quando – e spesso accade – l’aspettare viene aggravato da crucci sussidiari: penuria, disagio, solitudine; o, come appunto nel nostro caso, ingiustizia.
Chi per lunghi anni aspetta giustizia assomiglia a Sisifo che rotola lo “smisurato sasso” – anzi, proprio al Sisifo del bassorilievo di Paestum, che ha in sovrappiù sulle spalle un demone aguzzino. Il tempo-demone che rode Sisifo e lo punge con “doglia inenarrabile” è biforcato – asimmetricamente – dal movimento nello spazio: tra massacrante salire e rovinoso scendere c’è sulla cima un attimo di esitazione, con la speranza che un miracolo o un’infrazione del nòmos inverta il corso, mantenga in bilico il masso per sempre, conceda fuga o riposo. La speranza è fugace e certamente vana, il precipitare del macigno inesorabile, però il tempo è pur sempre durée, nella coscienza si dilata e si rattrappisce, e qualunque Sisifo lo sa, senza bisogno di William James né di Bergon. Così, quell’istante in cui si crede che la trappola si sblocchi, che il meccanismo inceppato si riavvii e dia finalmente quiete al peso, può sembrare lunghissimo e ristoratore: certo, poi sarà più acre la pur prevista disillusione, eppure un po’ di tregua c’è stata. E’ anche per questo che – come domanda Albert Camus – si può immaginare Sisifo felice, per l’illusione di quel momento di riposo sul cocuzzolo? Forse.
Più arduo, senz’altro, immaginare felice Giobbe, sotto la gragnuola di immeritate sfortune. Giobbe non porta il macigno, ne è sfracellato: il movimento per lui è impossibile, il riposo negato, la durata del tempo doloroso è infinita: “Qual è la mia forza, perché io possa aspettare,
o qual è la mia fine, perché io debba pazientare?”, egli chiede. A ogni obiezione o consolazione, Giobbe oppone la certezza di essere nel giusto: è l’ingiustizia che lo piaga, la genesi umana e forse deliberata della disgrazia, poiché “non germoglia dalla terra il dolore, ma è l’uomo che genera pene, come le scintille volano in alto”. Il tempo scorre ora “più veloce d’una spola” – e sgomenta l’idea che il risarcimento sia irraggiungibile.
Ecco: immaginiamo un uomo che unisca la fatica di Sisifo (non certo nell’interpretazione “politica” lucreziana; ma questo discorso porterebbe lontano) all’amarezza di Giobbe – un modesto Giobbe, non il più grande tra tutti i figli d’Oriente, non il bersaglio di un esperimento divino, ma un giusto, danneggiato da ingiustizie di umanissima origine. Questa è la condizione di chi, aspettando da lunghi anni giustizia, misura il tempo in rinvii, proroghe, procrastinazioni. E quando pensa al tempo, più che come un leone famelico comincia a vederlo come un vecchio demone con un’ala spezzata e una clessidra di pietra.  Che fare, allora, in questo tempo fermo?
Non ricordo di un Sisifo che protesti o parli – un simile carico mozza il fiato e la parola – però ricordo che Giobbe, nell’attesa del riscatto, recrimina e denuncia: “Ma io non terrò chiusa la mia bocca”.

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