@M.M. Cappellini, Spigolature sul turpiloquio in Rete (pubblicato su “Persona e Danno”)


La Rete – non meno dei mari e dei cieli – è disseminata di immondizia: lessico sguaiato, costrutti sgangherati, argomentazioni sbilenche. Senza tregua, gli odiatori da tastiera inondano il Web di ingiurie e offese, prediligendo com’è ben noto il linguaggio osceno, il vocabolo sconcio, la parolaccia: si tratta talvolta di lampanti esiti di ignoranza, talaltra di scelte rispondenti a precise strategie di comunicazione e persuasione.

Al pari di ogni cosa umana, il turpiloquio è intrecciato alla storia, e con essa il suo senso, la sua valenza, il suo potere mutano.

Carmelo Bene, parlando dell’osceno di cui era spesso accusato, lo definì come “os  skené”, ciò che è “fuori scena”, ciò che non deve essere rappresentato, che non è conveniente alla pubblica esposizione, ciò che è altrove e assente. Un’etimologia isidoriana, dato che, in realtà, l’origine del termine “osceno”, dal latino obscenus o obscaenus, è tutt’altro che chiara: forse collegata al fango, quindi con il significato di “immondo”,  o forse al malaugurio.

In ogni modo, l’osceno di cui il linguaggio d’odio fa oggi abbondante uso non ha più nulla a che vedere con l’assenza, anzi semmai si lega all’inflazione di presenza, alla mostra rabbiosa di sé; né, in particolare, ha più nulla a che vedere con lo scandalo connesso all’esibizione del male, né con il dionisiaco, che in antico generava e giustificava l’osceno, come nel frammento di Eraclito: “Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenano”.

Del resto, nessuna traccia del dionisiaco è nell’avanspettacolo dei social, nella monotona geremiade dei diffamatori: nelle sconcezze di costoro manca del tutto il nesso con il mistero, manca la duplicità ambigua dei grandi simboli, la polisemia delle grandi vicende mitiche, cioè antropologiche.

E’ semmai interessante rilevare come il linguaggio triviale corra nella Rete soprattutto con feroci intenti misogini e sessisti, mentre nell’antichità esso era legato a pratiche e riti femminili, come testimoniano tra l’altro scoli antichi ad Aristofane:

«Le donne ateniesi, mentre si recavano su dei carri a celebrare i misteri, si scambiavano ingiurie, e queste erano dette le ingiurie del carro. Si ingiuriavano l’una con l’altra in quanto si credeva che, quando Demetra giunse per la prima volta ad Eleusi in preda all’angoscia cercando Kore, Iambe, la serva di Celeo e Metanira, coprendola di vituperi, la spinse a sorridere, facendole anche condividere il cibo [...]».

È ancora Aristofane, nelle Rane, a riprendere il mito di Demetra con il suo dire “scherzoso”, canzonatorio, propiziatore di messi e di vittoria:

«Ognuno dunque s’avanzi da uomo / nel fiorito grembo / dei prati battendo il piede / e beffando / e scherzando e motteggiando […] Suvvia, nuova forma di inni levate adornando con canti divini / la dea Demetra, regina feconda delle messi. / Demetra sovrana dei sacri / riti, sta’ qui insieme a noi / e proteggi questo coro che è tuo; / fa’ che al sicuro tutto il giorno / io possa scherzare e danzare. / E che io dica molte cose ridicole [a Demetra] / e molte altre serie, e che / dopo le risa e le beffe / dovute alla tua festa / io sia coronato vittorioso».

È vero che gli antichi scrittori greci ci hanno lasciato le testimonianze dei Misteri senza però – per tanto motivi – restituirci le ragioni profonde di quelle azioni; ciò nonostante, è chiaro il tema essenziale della fecondità celebrata e invocata. Al contrario, nell’odierno hate speech è negato – profanato – ogni legame con la festa e la fioritura: il turpiloquio attuale è sterile e mortifero, impedisce ogni progresso e ogni scambio, stabilisce subordinazioni e umiliazioni e le perpetua, conferendo loro eternità mediatica e diffusione universale.

Se Aristofane insiste sulla componente del riso e della beffa, gestita con sapienza nelle processioni muliebri dei misteri, Esichio parla di maschere (dette ‘coloro che deridono dal parapetto’) che durante la processione eleusina si siedono in veste di prostitute sul parapetto del ponte e indirizzano «battute grossolane verso i cittadini illustri, indicandoli per nome». Mentre dai ponti le “prostitute” ingiuriano gli optimates, sui carri le donne – e soltanto le donne – si deridono a vicenda ritualmente, in un botta e risposta modellato sugli arcaici canti amebei.

Colpisce che il linguaggio sbracato e ostile sia oggi per lo più esercitato contro le donne,  specie nella sua versione squadristica che prevede l’ostensione della vittima al linciaggio online. La brutalizzazione semplificatoria è cifra evidente della comunicazione dei nostri tempi: si pensi a come l’antico nesso tra oscenità e morte (che circolarmente riprende la nascita, come manifesta nell’arco dei millenni il gesto della vecchia che mostra beffardamente il ventre: non solo la già ricordata Iambe/Baubo nel mito demetrico, ma anche, per esempio, la vecchia maledicente nel Cunto de li cunti di Giambattista Basile) si involgarisca e si perverta nel facile augurio di morte all’avversario. Ma si pensi in generale a quanto facili siano i richiami giustificativi, magari da parte di certi odiatori con velleità erudite, alla tradizione letteraria più nobile, dai menzionati greci dei misteri eleusini ai latini dei Carmina Priapea, nei quali l’erede dell’antichissimo Mutunus Tutunus celebra (come farà, un paio di secoli più tardi, anche il l’enigmatico autore del Pervigilium Veneris) gli splendori della fecondazione e della fioritura.

Invece oggi i riferimenti fallici, perfino in versioni ostentatamente priapee, sembrano piuttosto figli di quel «cupo e scempio Eros», di quella «bassa prurigine» – denunciata da Carlo Emilio Gadda in Eros e Priapo – che nutriva il compulsivo gallismo del Ventennio: la stessa «lubido di possesso, di comando, di esibizione» è riconoscibile in tanti post o commenti o sedicenti pezzi giornalistici i quali, più che carmina incompta, risultano azioni di pestaggio o di purga, intimidazioni, schiaffi e pugni.

Accade che perfino il plurilinguismo dantesco sia piegato a sostenere l’uso delle turpitudini verbali nella Rete, tralasciando che esso si fonda non solo, come ricorda Giacomo Contini, su una «sperimentalità incessante» ma anche sul « perpetuo sopraggiungere della riflessione tecnica accanto alla poesia»: oggi invece il discorso tossico online si appiattisce sullo stereotipo, nella ripetizione meccanica e ossessiva (peraltro ben lontana dal luttuoso automatismo delle rovesciate liturgie di de Sade o dei carillon del Casanova felliniano). Senza dimenticare che, come nota Pier Vincenzo Mengaldo, il rapporto di convenientia che Dante tratta nel De vugari eloquentia “non lega tanto stile [...] e contenuti come tali, ma dignità del volgare e dignità personale dello scrivente”: e sulla dignità di tanti scriventi sulle immateriali pagine di facebook o di giornalucoli telematici davvero non mette conto sprecare parole.

Meglio sarebbe, semmai, che gli odiatori ricordassero come Dante rivendichi a sé il titolo di cantor rectitudinis, e come appunto solo in nome della rettitudine (concetto ancor oggi raccomandabile) impieghi ogni tema e ogni tono.

Insomma – sebbene non si possa negare uno slittamento verso il basso anche nella letteratura, e non sempre legittimato dalla teoria del conveniens o dallo sforzo di mimesi icastica del reale – non è certo la tradizione letteraria che può scagionare i turpilocutori sedicenti sapienti: non si tratta di Marcolfo o di Aretino o di Burchiello né della Merdeide di Tommaso Stigliani, e tanto meno del Machiavelli o del Leopardi delle scritture private; non si tratta della linea escrementizia ed espressionista della letteratura, del controcanto parodico a dotte citazioni; non si tratta di outrance espressiva, bensì del più stolido pecoreccio, della più sciatta coprolalia, della squallida pornogoliardia del Processo di Sculacciabuchi.

Infine, c’è perfino chi potrebbe prima o poi tirare in ballo il carnevalesco di Michail Bachtin, l’idea che l’indecenza sia il verace linguaggio della piazza, capace di diroccare le barriere di potere e di classe, liberandoci “dalla meschina serietà degli affari della vita quotidiana, dalla serietà sentenziosa e cupa dei moralisti e dei bigotti”. La scurrilità bachtiniana – le risate, le pernacchie, le caricature, i ribaltamenti – abbassa e scorna i potenti, celebra la materialità vitale e riporta l’equilibrio nella comunità; corrode il predominio e il sopruso e, infrangendo  divieti e restrizioni, aiuta a superare la paura di vivere e crea ipotesi di liberazione. Non a caso, afferma Bachtin, “il potere, la violenza, l’autorità non usano mai il linguaggio del riso”: ma il turpiloquio online non ha niente di gioiosamente trasgressivo e liberatorio, è torvo e truce, gonfio di bile nera: e la violenza verbale viene usata – e soprattutto aizzata – proprio dai potenti e dai loro prepotenti scagnozzi.

E’ pur vero che il processo di degrado del discorso pubblico è stato abbastanza lungo e laborioso: negli ultimi decenni, l’incontinenza verbale e gestuale è stata prima sdoganata nella tv spazzatura e nei reality show, con lo sfoggio di una quotidianità becera e fintamente spontanea, e subito dopo ammessa perfino nelle sfere somme della politica (chi può scordare le barzellette sconce, i gestacci, le boccacce di alte figure istituzionali?). Anzi, la volgarità in chiave populistica è stata surrettiziamente proposta come radicale elemento di rottura rispetto alla retorica astratta e lambiccata della Prima Repubblica, o come antidoto salutare al lessico edulcorato del cosiddetto buonismo. In realtà, come bene ha notato Federico Falloppa, si è trattato e si tratta di un diffuso “rumore bassoventrista”, uno stucchevole politically incorrect: “da antimodello scandaloso e carnevalesco – scriveva Paolo Di Stefano sul “Corriere” – il parlar sboccato è diventato canone ufficiale”, massimamente conformista e dogmatico, ideologicamente patriarcale, retrivo, manesco.

L’apoteosi scatologica, blasfema, rissosa sul Web manifesta smania di primato e dominio, di potenza e invincibilità. Come la pornografia descritta da Barthes, è unidimensionale, mai aperta a variazioni di significato o movimenti dialogici o progressi dialettici: fa a meno del pensiero, del ragionamento, dell’argomentazione e anzi li svilisce: rivendica  a sé il valore di uno sputo o di una pedata o di un rogo. Nella sua rozzezza, la parola sporca e ostile attraversa le funzioni linguistiche descritte da Jakobson e ne porta traccia: per esempio, risponde alla funzione emotiva in quanto rivela prima di tutto la fisionomia dell’emittente, ma anche a quella conativa in quanto mira a convincere il destinatario di essersi meritato l’ingiuria; e così via. Più di tutto, però, essa tende a essere performativa: aspira a intervenire nel mondo con brutale concretezza, a determinare conseguenze pesanti, a instaurare relazioni aggressive e autoritarie. Tuttavia, il linguaggio d’odio non solo produce discriminazione, oppressione, violenza: costituisce in se stesso – in un senso che Austin definisce “illocutorio” – una discriminazione, un’oppressione, una violenza.

I bambini sanno bene che la parolaccia, specie se ripetuta in catena, è rito di rassicurazione, di protezione e di conferma; formula di scongiuro, atto di castigo e manifestazione di sdegno. Ma il senso di potere che essa conferisce è ovviamente legato alla sua dimensione sociale: è qui, nella realtà socialmente aumentata di Internet, che la parolaccia si presta all’uso punitivo e addirittura “giudiziario”, diventa di per sé gogna, diventa berlina, macchina della tortura, patibolo: è una sentenza, un’esecuzione di pena, una compiuta irreversibile opera di vendetta. Oggi, il turpiloquio approfitta del pubblico potenzialmente infinito del Web per fare giustizia sommaria.

Contrastare l’inquinamento verbale della Rete con ogni mezzo – senza minimizzare e senza tralasciare, utilizzando le leggi esistenti e chiedendone di nuove e specifiche – è sempre più necessario, e non certo soltanto sui piani dell’appropriatezza linguistica  o del galateo comunicativo: bisogna semplicemente ripensare a come Aristotele consideri – nei suoi scritti etici e politici, si badi bene – l’aischrologhia (il turpiloquium) assai prossima alla cattiva azione. Il discorso d’odio è già una cattiva azione.

 

 

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