@Blimunda – dalle “Cronache di Agrùmia” – Il mito della Valle degli Elfi e le macchine del fango

Il mito delle piccole comunità solidali ed eque (la Valle degli Elfi, l’Orrido delle Fate, la Palude dei Rospi, la Cittadella degli Scarafaggi) è, appunto, un mito: oggi, mescola e confonde residui di antiche credenze con attualissimi interessi e diventa strumento duttile, micidiale. Nella versione migliore, tale narrazione fantastica giustifica piacevoli esperienze circoscritte (la Valle degli Elfi, appunto), nella peggiore sostiene loschi progetti consortili di accaparramento e conservazione di potere, denaro e privilegio. I campanilismi, i populismi, i particolarismi – familismo, amicismo, cooptazione – presuppongono questa vaga leggenda e se ne nutrono. Anche il comitatismo, per quanto nato quasi sempre da istanze sacrosante, rischia di essere attratto in quest’orbita funesta: ci vuole una robusta coscienza civile e una ferrea sorveglianza etica per evitare derive rovinose. Nonostante l’apparenza orizzontale ed egualitaria, l’organizzazione di queste comunità è piramidale e complessa, e parzialmente occulta, soprattutto al suo culmine. Ai livelli bassi, poi, la solidità non è garantita da patti di fiducia ma, al contrario, da dispositivi di sospetto ed esclusione.

 

Tra gli arnesi indispensabili al funzionamento e al mantenimento dell’apparato ci sono i mezzi di informazione, resi dalla Rete onnipotenti, onnipresenti, illimitati. Prendiamo la manifestazione più recente delle tristemente note macchine del fango: le testate online, con il loro sterminato bacino di riprese, rilanci, condivisioni. Consideriamone alcuni aspetti. Anche qui, l’ostentazione di libertà è mistificante: la proprietà quasi sempre non solo esiste, ma consiste in una qualche lobby o camarilla o corporazione – magari in minore: un’associazione locale di commercianti o costruttori, per dirne una. Il vertice giornalistico, per così dire, può coincidere con un soi-disant letterato, più o meno alfabetizzato – in un contesto ben poco dedito agli studi – e spudorato nell’esibire certa ribalderia intellettuale che spaccia a ogni piè sospinto per indipendenza di giudizio e autonomia da ogni vincolo o servaggio: tanto, chi si darà mai la pena di verificare? Al limite, un paio di presunti specialisti basteranno a imbellettare i palinsesti – ma se ne può fare a meno, tanto il pubblico è verosimilmente interessato ad altro. Quelli che contano, nella pratica quotidiana, sono invece gli scagnozzi, i muckrackers, come li definiva Walter Lippmann. Sono loro i veri intenditori di invidia, ostilità, malanimo, i veri esperti nella distillazione e propagazione di bile e livore. Tutti sentimenti che naturaliter sovrabbondano nelle piccole comunità, e che possono essere controllati e neutralizzati soltanto da un discernimento e da un’etica a cui i tempi scuri che viviamo ci hanno – ahinoi – disabituato.

 

Non sempre capaci di comporre una frase sintatticamente accettabile o di compiere scelte lessicali comprensibili, i “rastrellatori di letame” scagliano attacchi personali, delegittimano, screditano attraverso l’insinuazione, l’allusione, il ragionamento capzioso, la mistificazione. Alzano gogne e patiboli e cavalletti di tortura per soddisfare umori pubblici, interessi consortili, piani politici, per agevolare qualsiasi intenzione che preveda la delegittimazione o meglio l’annientamento dell’avversario designato. A volte si giustificano invocando il diritto di inchiesta e l’articolo 21 – e si badi bene: sono per lo più, costoro, spregiatori feroci della Costituzione – ma si adoperano soprattutto per diluire e smussare la diffamazione quel tanto che basta a scongiurare condanne: in ogni caso, la reiterazione della falsità finirà per renderla vera, e poi ci penseranno i like, gli emoticon e i commenti a consolidarla. Quasi sempre l’orizzonte politico è abbastanza netto e consolidato: siamo o non siamo gli eredi dei Bianchi e dei Neri? Ma – ognun lo vede – le recenti contaminazioni e ricomposizioni hanno sfumato i confini e generato le mucillagini e i percolati. Del resto, l’ambivalenza e l’equivoco sono materie prime preziose per le macchine del fango, subito pronte sia a sterzate brusche sia a discreti slittamenti. Con l’occasione, poi, si possono saldare debiti, liquidare cambiali, consumare vendette, agevolare ascese e catastrofi.

Qualunque connotato che possa disturbare o intralciare – un talento, un merito, un coraggio – viene avvelenato e distorto per compiacere gli interessi proprietari e solleticare i mutevoli gusti e disgusti della piccola comunità. Il valore aggiunto per gli stercorari è, inoltre, quella ristretta notorietà, quel risibile prestigio garantito – almeno nel cerchio breve di una piazza o un cortile – dall’apporre la firma sotto un paragrafo di scempiaggini e/o maldicenze.

Nel vasto catalogo di pretesti adatti alla produzione e allo spargimento di letame, va tenuta a mente la competenza – peggio ancora se associata alla cultura – che insidia la selezione alla rovescia ormai prevalsa nella vita pubblica: ai posti di comando vanno collocati e mantenuti i peggiori, che offrono garanzie di devozione e assicurano mancanza di scrupoli nell’obbedire ai benefattori. Illazioni maliziose, pettegolezzi minuti e martellanti, accuse di inesistenti inadempienze: così, la macchina del fango online non solo distrugge un avversario, ma avvelena un’intera comunità, aggrava i suoi tanti mali morali.

 

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