Milva Maria Cappellini – Anton

Sull’alto treppiedi, al centro dell’aula, sta un trittico di bottiglie: un’ampolla di massiccio vetro verdastro; una boccia ungherese, scura, dal lungo collo esile; una sorta di balsamario di un azzurro opaco. Ora i ragazzi hanno smesso uno dopo l’altro di disegnare: finalmente silenziosi, tengono le matite strette fra le dita, i sorrisi bloccati, gli occhi abbassati o fissi di sbieco su Anton: ritto a lato della cattedra, carico come una molla, torvo, imprevedibile. L’aria, pesante di odori di solvente e di sudore, ha appena assorbito le parole affilate della professoressa – colpi di frusta schioccati su Anton, coltelli, giavellotti scagliati, proiettili esplosi contro l’ennesima insolenza di quel ragazzone membruto, incongruo, facile agli scoppi d’ira e al turpiloquio.
Pochi minuti prima Anton aveva alzato la testa dal foglio captando l’ennesima vibrazione del suo telefonino depositato, insieme a tutti gli altri, nella scatola appoggiata sulla cattedra. La rabbia si era svegliata e aveva scodinzolato, solleticando con il pelo ispido e sporco l’interno del cranio di Anton. Senza guardare la professoressa, inclinata con snella grazia a controllare il lavoro di un compagno della terza fila, Anton si era alzato dal banco e si era diretto verso la cattedra, con il ciuffo scurissimo dondolante sulla fronte china; a colpo sicuro aveva afferrato il telefonino: “Ma’, sono a scuola!”. Un bisbiglio nelle intenzioni, nel silenzio dell’aula invece un boato baritonale. I compagni dapprima avevano ridacchiato. La schiena affusolata della professoressa era scattata raddrizzandosi, gli occhi verdi di bottiglia spalancati – le parole fuoriuscite dalle labbra pallide con un sibilo di gas.
Non può mai esserci giustificazione e Anton non ne cerca ora. Sente la rabbia che si divincola alla base del collo e inghiottisce a vuoto per mandarla giù. Sarebbe inutile spiegare, lo sa bene. Occhi troppo verdi, labbra troppo bianche, schiena troppo dritta: una ballerina-vipera, una giapponesina di gesso duro. Come potrebbe capire, con quelle labbra tanto chiare, con quelle pupille tanto verdi, con quelle vertebre impilate l’una sull’altra con tanta armonia. Ieri lui è stato male un’altra volta, è scappato inseguendo la sua rabbia che affamata lo inseguiva; il babbo lo ha ritrovato soltanto a tarda sera al centro del parco, sfinito su una panchina, faceva freddo e lui con addosso solo una maglietta. E ora forse la mamma ha sbagliato l’ora della ricreazione, forse la bidella della portineria era nello sgabuzzino a fumare e non le ha risposto e lei si è spaventata; la mamma è in ansia sempre, dal giorno in cui si sono conosciuti, quasi dieci anni fa, nell’istituto. O forse è davvero successo qualcosa, e lui non lo sa perché ha riabbassato subito – non si risponde al telefonino durante le lezioni – e non le ha dato tempo. La rabbia di Anton, risalita dietro le sopracciglia aggrottate, sferra un gran colpo all’osso della fronte, poi un’unghiata alle palpebre, e lui per un attimo vede buio. Le ragazze ora allontanano i capelli dal viso con scosse secche del collo, i piedi scalpicciano cauti sotto i banchi, qualcuno lascia andare il respiro con un piccolo sbuffo. La rabbia di Anton, dietro lo sterno, fracassa di pugni le costole. La professoressa lo guarda con le labbra strette, in silenzio: è una bambolina preziosa, gli occhi sono smeraldi, la bocca è schiuma di mare, la schiena ha la linea delicata di una biscia, l’equilibrio di un serpente a sonagli che sta per colpire. Lentamente ora porta le mani al petto, come per contenere un sospiro; con quelle dita appuntite ha firmato insieme a tutti i suoi colleghi, proprio il giorno prima, certe carte che parlano di Anton, della sua rabbia, dei modi possibili di domarla, di distrarla, renderla meno pericolosa. Ha firmato con la sua grafia elegante, come ogni giorno firma circolari e documenti, le ricevute, gli scontrini della carta di credito. Senza pensarci e senza crederci. E infatti la rabbia di Anton, tra lo stomaco e la pancia, morde e maciulla, e lui qualcosa deve pur darle da mangiare, altrimenti lei con i suoi denti aguzzi lo sbranerà una volta per tutte.
Così, con voce quasi tranquilla, alta e chiara, Anton pronuncia una bestemmia, la peggiore che conosce. Poi si incammina verso la porta, attraversando l’aula in diagonale: obbedisce alle parole-pugnali della professoressa, una statuetta scolorita che rimane immobile, le mani viperine ancora al petto.
Anton passa vicinissimo al treppiedi, le tre bottiglie vibrano in sordina ai passi pesanti nelle scarpe da ginnastica: vibrano alla rabbia nera a stento placata, alle vecchie ferite che non smettono mai di far male, alle botte prese da piccolo, all’abbandono, all’istituto, alla vecchia fame di Anton, alla sua vecchia sete, alla sua vecchissima solitudine. Il braccio sinistro, dondolando nel passo, quasi sfiora l’ampolla, la boccia ungherese, il balsamario.

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