@Sete Luas – Marsiglia

 

Neanche la bouillabaisse pressoché putrida mangiata in uno dei ristoranti per turisti nei vicoli sul porto era riuscita a rattristarla: l’adrenalina che scorreva copiosa in lei aveva disinfettato perfino la verdura pesta, il pesce quasi decomposto. Non erano lì per la gastronomia tipica, del resto. Ora guardava di sottecchi, camminando svelta sui tacchi, l’uomo alto e aitante che le premeva piano il gomito, guidandola verso l’albergo; per lui aveva fatto cose, negli ultimi giorni, delle quali mai si sarebbe immaginata capace. Prudente per natura e per pratica assidua, aveva organizzato tutto cercando di mantenersi quanto più possibile prossima alla verità: aveva rintracciato una manifestazione in zona a cui plausibilmente partecipare per motivi di verosimile aggiornamento professionale, chiesto giorni di permesso al lavoro, acquistato i biglietti ferroviari, prenotato on line un albergo – piccolo e modesto, anch’esso del tutto compatibile con le sue abitudini da provinciale – nella parte antica della città, vicino al luogo dell’antichissimo sbarco dei Focesi. Il restante ambito di menzogna e tradimento risultava sufficientemente ridotto perché i sensi di colpa non potessero avervi troppo spazio. Nei giorni febbrili della preparazione, il continuo pensiero dell’uomo prestante e signorile che ora le camminava accosto aveva bruciato ogni esitazione. Lui aveva capito, e aveva lasciato a lei la logistica dell’incontro, per consentirle di assorbire l’inquietudine, di attutire, di normalizzare l’avventura.

Era partita da casa con il cuore in gola, era scesa alla stazione concordata e l’aveva trovato ad aspettarla, elegante e sorridente, appoggiato alla sua bella berlina lucida. Le aveva aperto la portiera: sul sedile del passeggero c’era una rosa gialla. Lei era arrossita di piacere e di attesa. Il suo amante. Un uomo affascinante, affermato, e lei così quieta e normale: un incontro casuale, un miracolo la loro attrazione reciproca, profonda, sfrenata. Avevano parlato e riso, durante il viaggio, come due ragazzi; lui le lasciava la mano solo per cambiare la marcia, lei sfiorava la gamba muscolosa, la stoffa dei pantaloni dalla piega netta. Usciti dall’autostrada, avevano spento il climatizzatore, nonostante la calura precoce di quei giorni di inizio giugno, per poter godere del vento del Var, profumato di timo, che entrava dai finestrini. La città era bollente, devastata da lavori in corso ovunque, l’aria pesante di odori e polvere anche al tramonto. Il mare, tra le due fortezze, aveva riflessi di piombo e di fuoco.

Ora camminavano verso l’albergo, a passo spedito a dispetto del pasto greve. Avevano dilazionato quel momento tanto desiderato (la porta chiusa dietro le spalle, un grande letto, una intera notte davanti) per gustarne meglio tutta l’intensità, ma ora avevano fretta di avere quel letto, quella notte. Ecco l’edificio, alto, stretto fra altri, la facciata sbiadita (molto sbiadita) con l’insegna gialla nel buio (lui esitò nell’entrare), i gradini di ingresso ricoperti di moquette (il passo elastico di lui rallentò impercettibilmente), la conciergerie con il bancone demodé e l’abat-jour dal paralume stinto (lui lanciò a lei uno sguardo di lato, che lei non vide). Soffocata dall’emozione, lei gli porse il documento perché lo consegnasse al portiere assorto, lento; vide poi lui, con un gesto forse un poco frettoloso, prendere con due dita la chiave da cui penzolava la targhetta di plastica e subito avviarsi all’ascensore: insolito che, galante com’era, non le cedesse il passo – ma lei era forse in grado di accorgersene? La cabina dell’ascensore era minuscola e maleodorante (un foglio scritto a macchina e fissato con una puntina annerita avvisava che la colazione era servita dalle sette alle dieci e non era compresa nel prezzo del pernottamento): ma si sarebbe forse potuta, anche di questo, rendere conto? Si appoggiò un attmomento a lui, con le dita carezzò le cifre ricamate sulla camicia leggermente umida. Primo piano, secondo, terzo. Il corridoio era stretto ma breve, la serratura docile, l’interruttore solo vagamente vischioso. Si accese una luce fioca: ma a che serviva ora la luce? Appena serrata la porta, lui la cinse da dietro e le baciò la nuca. Un attimo, e lo sentì imprecare sottovoce. A un passo da loro, il letto della camera era disfatto, nessuno evidentemente aveva fatto le pulizie. Trattenendo a stento il disappunto, lui provò a chiamare la portineria, ma il telefono era muto. Scesero, lui fu educato ma fermo (anni di consigli di amministrazione lo avevano reso resistente allo stress) ed ebbero un’altra camera: tre piani più su – je suis désolé, monsieur – e appena un po’ più piccola. Qualcuno, intanto, aveva chiamato nel seminterrato l’ascensore, e stava trattenendo la cabina, così salirono le scale anguste, rampa dopo rampa; entrarono, chiusero la porta. Lui la strinse da capo. Stavolta il letto, lì davanti, era approntato: era singolo, però. Scesero di nuovo le scale, il portiere cercò di convincerli che si trattava per l’appunto di un french bed; lui avanzò nuove rimostranze ed ebbero un’altra camera, l’ultima libera: appena appena un po’ più piccola – je suis très désolé, monsieur – e nel sottotetto. Lassù in alto stagnava un’aria irrespirabile. Prima di prenderla tra le braccia, stavolta, lui si tolse la giacca, la appoggiò alla spalliera consunta della poltroncina ed entrò nel bagno asfittico per sciacquarsi il viso; non c’era traccia di asciugamani. Stavolta scese da solo, tornò cinque minuti più tardi, traspirando copiosamente e bestemmiando sottovoce, con una bracciata di teli biancastri. Lei era rimasta per tutto il tempo ritta vicino alla porta, col fiato sospeso, pronta a riprendere l’abbraccio esattamente dove era stato interrotto. Lui le passò le salviette, si tolse le scarpe e fece due passi verso il pannello del condizionatore, spostando su e giù una levetta; la macchina prima frusciò brevemente, poi tacque, ronzò, poi tacque. L’aria chiusa della stanza di colpo sembrò ancor più torrida. Lui armeggiò con le manopole, senza risultato. Lei rimase in piedi, in silenzio, con la borsa appoggiata in terra vicino alle caviglie e la pila di strofinacci sulle braccia tese. Lui cercò di nuovo di telefonare, ma neanche qui il telefono dava segni di vita. Si rimise le scarpe e salì su una sedia; assestò un paio di colpi al parallelepipedo di latta incastrato sopra la porta, senza ottenere altro che nuvolette di bioccoli di polvere e uno spolverìo di calcinacci. Scese di nuovo. Tornò dopo dieci minuti, fradicio di sudore, per comunicarle con voce strozzata che l’aria condizionata veniva messa in funzione in tutto l’albergo solo a partire dalla metà esatta di giugno: precisamente il giorno dopo, dunque. Aprì la finestra: entrò una folata di aria appiccicosa, portando fin lassù gas di scarico e odore di fritto. Per strada, un gruppo di ragazzi schiamazzava, ascoltando musica a volume altissimo dalle autoradio delle auto ferme con il motore acceso e le portiere aperte. Ciò nondimeno lui riuscì ad abbracciarla un’altra volta, scostandole i capelli e mormorando perfino qualche dolce sciocchezza adatta alla circostanza. Lei sentì il suo odore struggente di pelle maschile, di dopobarba costoso e tuttavia ormai impotente contro il lieve rancido del sudore. Un secondo dopo, lui balzò indietro schiaffeggiandosi con violenza una guancia ed esclamando un’orribile parolaccia: lei trasalì, ma vedendo sul palmo di lui una traccia di sangue e una zanzara spiaccicata si lasciò sfuggire un risolino. Lui la fulminò con uno sguardo, lei accennò a scusarsi ma lui tornò ad avvinghiarla, negli odori e nei rumori, nel ronzio incessante delle zanzare che entravano a sciami, nel caldo insopportabile, nella luce giallastra dell’insegna. La portò verso il letto maledicendosi silenziosamente per non aver prenotato al consueto Vieux Port, scostò la coperta (per elementari ragioni igieniche, non faceva mai l’amore sulle coperte dei letti negli alberghi, neanche al Vieux Port) scoprendo lenzuola dal colore incerto che si sforzò di ignorare. Si sdraiarono, si spogliarono l’un l’altra, lui recuperando in extremis la sicurezza che lo rendeva irresistibile, lei con i prevedibili, teneri gesti goffi di un’adultera principiante. Per strada arrivavano e ripartivano motorini, con gran fracasso di marmitte e urla di saluto, mentre gli aromi dei ristoranti salivano a spire umide e dense, e le zanzare si affollavano attirate dal chiarore dell’insegna e dal calore crescente dei corpi.

La sintonia, nell’amore, è forse un fatto di confidenza e anche di comfort, mentre l’eccesso di passione dei nuovi amanti talvolta ingorga e impaccia, massimamente in condizioni disagevoli. L’abbraccio così fu veloce, e la temperatura richiese pronto distacco delle membra e pretese litri di acqua fresca. Purtroppo il minibar era vuoto e dovettero accontentarsi del sorso tiepido rimasto in una bottiglietta comprata nel viaggio. Lei del resto gli cedette volentieri quelle poche gocce. Cercarono in seguito di dormire, tenendo a una certa distanza i corpi attaccaticci; perfino l’intreccio delle dita diventava, con quell’afa, penoso. Il frastuono giù in strada non cessava, le cucine assediate dai turisti lavoravano a tutto vapore, le zanzare volavano a stormi compatti. A tarda ora, il raggio laser di un locale cominciò a sciabolare ogni trenta secondi la penombra della stanzetta. Lui si alzò più volte per chiudere la finestra, e ogni volta dopo pochi minuti si rialzò per riaprirla, non appena il caldo si faceva intollerabile. Quando alla fine la gazzarra si placò e i fornelli vennero spenti, una luce scialba cominciò a invadere la stanza e l’aria diventò quasi fredda, tanto che lui dovette alzarsi un’ultima volta per chiudere le imposte. Le zanzare superstiti – scure, gonfie, sazie – erano ormai appese immobili alle pareti e sul soffitto. Ripresero sonno, promettendosi mentalmente un nuovo amplesso mattutino, ma un attimo dopo li svegliò un brontolio sordo, che diventò uno sferragliare acuto e poi si assestò in un rombo continuo, mentre una violenta folata gelida e puzzolente li investiva in pieno petto: l’impianto di condizionamento centralizzato, puntuale, era partito in tutto l’albergo. Non ci fu verso, per tutto quanto restava della notte, di spegnerlo né di difendersi dalle raffiche.

Partirono prima delle sei. Porgendo la carta di credito al concierge, mentre lei aspettava in disparte, lui sibilò: “E guai a lei se si azzarda a farmi pagare la colazione”. Accennando un piccolo inchino, costui rispose con voce ferma: “Monsieur, niente petit déjeuner stamani: quando abbiamo riavviato l’air conditionné è saltato il microonde e per oggi ci è malheureusement impossibile scongelare i croissants. Je suis vraiment désolé”.

@Sete Luas

 

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