Appunti su Agrùmia

I. La terra d’Agrùmia

La città lineare – ormai saldate insieme, da est a ovest, le periferie di Maggiocióndola, Pàbulo, Busdofia – attraversa la Bassura, interrotta da campi di sterpaglie e calcinacci, grossi cubi di vetro e cartongesso, capannoni. Della regione Venéna, ornata di plurime resistenti bellezze, è questa la porzione meno bella – dall’autostrada, i centri storici si vedono in lontananza, annidati tra le mura – ma un tempo operosa e perfino opulenta. In questa pianura ultra-antropizzata, il Buon-Partito ha regnato senza intralci per decenni, pragmatico (consociativo, si disse a un certo punto) e persuaso di sé; ora, spesseggiano anche qui i segni di declino e insicurezza. L’armata dei Nuovi Potenti, partita dal vicino capoluogo, dilaga in zona, ingaggia – nei Consigli comunali e di amministrazione, nelle Partecipate municipali, nelle Province moribonde – scaramucce e faide con altre fazioni, portatrici agguerrite di variegati interessi. Sulle carcasse della prosperità passata si accaniscono sciacalli e volteggiano avvoltoi, mentre dignitari e signorotti alacremente si riciclano. Sullo sfondo, nuovi magnati e antichi venerabili osservano dietro vetri blindati. Il Cupo-Partito, intanto, si prepara, affila denti e coltelli, annusa la vittoria. E già si strutturano, nelle fasi epigonali, abnormi intese, innaturali consociazioni, riassestamenti e sodalizi aberranti.
Lungo la superstrada, parallela per lunghi tratti all’autostrada e ai binari della ferrovia, il paesaggio è scomparso, inghiottito da ampie rotatorie e centri commerciali identici in tutto il continente. Resistono in estate alcuni campi di esausti e inutili girasoli. Da questa linea si diramano strade diritte che – si favoleggia – seguono i tracciati della centuriazione romana e che portano ora a certi comuni urbanisticamente irresoluti. Hanno, tutti questi comuni della Piana, palazzine basse, villette a schiera e piazze che sembrano ricavate da poveri cortili. Poche – sia vera o no la fola della centuriazione – le vestigia del passato: in questa terra piatta, percorsa dalle insidie dei fossi, la storia degli uomini stenta a costruire testimonianze durature, arroccate invece in forma di rovine di castelli sulle colline circostanti. E poi, naturalmente, il miracolo economico – ormai del tutto consumato, si diceva – ha richiesto fin dal principio generose cementificazioni e sconsigliato eventuali fisime di archeologi. Però ci sono ovunque cooperative di consumo e agenzie immobiliari, e fiere di paese e politiche culturali, e a tempo debito spuntano come funghi le sedi elettorali, opportunamente provvisorie.
In mezzo a questa Landa soggetta a tracimazioni, smottamenti e addirittura cicloni, immaginiamo un piccolo comune – facciamo 20mila anime, più o meno – senza attrattive particolari se non forse il nome da bassa cucina che potrebbe essere (ma non è, ovviamente) Agrùmia. Stanzoni prima destinati a tessiture conto terzi e ora trasformati in negozi di calzature, carreggiate senza ciclabili, un cippo alla memoria partigiana che, in piazza, si staglia equidistante tra il palazzotto comunale ottocentesco e quello nuovo in orripilante stile Seventies. Al governo senza stacco dalla Liberazione a Tangentopoli, il Buon-Partito ha vantato anche ad Agrùmia maggioranze bulgare, asfaltando generosamente e inaugurando parchi e rotatorie, promuovendo centri commerciali e animando fiere di paese, accontentando in maniera pressappoco equanime cooperative e immobiliaristi.
Poi il marasma degli anni Novanta, la frantumazione e il rifacimento dei quadri politici, dalla capitale alle remote periferie. Il disorientamento si supera ovunque – ad Agrùmia esattamente come a Roma – con rinnovata aggressività e spregiudicatezza. Succede anche negli esperimenti di laboratorio: negli ambienti stretti, con risorse in esaurimento, i topi diventano più scaltri e crudeli, si sbranano a vicenda. E Agrùmia è piccola ma, sotto il suo cielo piatto, ancora appetibile, ancora da finire di spolpare. Nella lotta per la vita vincono i peggiori. E i peggiori, di lì a poco, vinceranno.
Il disordine generale, intanto, lascia pochi spiragli. Si deve anche sapere, in premessa, che a pochi passi da qui troneggia, appestando la Bassura – che è una Piana desolata come una Pampa – un grandioso Incarbonizzatore, concretizzazione perentoria di scelte politiche che grondano diossina, soldi e privilegi. Il nodo è aggrovigliato e strettissimo. Anche qui, come ovunque, la classe dirigente si autotutela perpetuandosi mediante devoti delfini pronti a diventare, al culmine del cursus honorum, squalotti famelici. Certo possono talvolta verificarsi illuminazioni, conversioni, mutamenti: forse per evoluzione di consapevolezza, più probabilmente per convenienza di potere. Ma ad ogni esitazione di amministratori deboli di nervi il comitato d’affari mugugna. Il popolo, da parte sua, non gradisce granché il rigore senza fronzoli dei moralisti dell’ultim’ora, peraltro quasi mai immacolati. Sull’onda del cambio di verso nazionale, i Nuovi Potenti agrumesi – schizzati sul carro dei vincitori con la foga di Renzo su quello dei monatti – corrono presto ai ripari. Per fare un’ipotesi: un ex-sindaco chitarrista e festaiolo si ricicla nelle vesti incolori di cripto-sindaco, seleziona un front man giovane e docile, appronta il colpo di mano. La cordata – messa a punto come si usa in convivi amicali, tra un brunello e una bistecca – comprende notabili di varia risma e caratura; i tycoon del posto, faccendieri e imprenditori di mille intraprese e mille faccende; qualche recuperato irriducibile (sorrisi gioviali e ambizioni da squalo; e naturalmente, intorno al front man, una frotta di signorine e giovanotti affabili, amabili, agevolmente fruibili. I clienti di sempre si affollano ingordi. Il popolo si convince.
Dopo la vittoria, si procede ben presto – con più o meno garbo ma con gran pervicacia – a rimuovere quanti, nello sdrucciolevole spazio tra politica e amministrazione, minaccino di impacciare il luminoso cammino della modernizzazione o appaiano ossessionati dalla legalità in qualsivoglia forma o siano non abbastanza affabili e amabili e soprattutto fruibili. L’astuzia giunge a reclutare qualche esodato del vecchio Partito, che in attesa della pensione annuisce (o forse sovrintende e manovra: chi può dirlo, nelle foschie della Bassura?). Svelti svelti, si saldano debiti elettorali mediante libere interpretazioni dei regolamenti; si coglie al volo qualche assist provvidenziale allo scopo di vendicare vecchi sgarbi a bottegai e vivaisti; si puniscono senza misericordia intransigenti funzionari colpevoli magari di aver scontentato un ottimate, un affarista, un appaltatore, un parente di consigliere di maggioranza o minoranza; si innalzano le nullità manovrabili, i demeritevoli assetati di rappresaglia, gli assenteisti grondanti astio per essere stati prima smascherati e ora pronti a ogni servigio. I vessilli della meritocrazia sventolano, anche qui nell’aria opaca di Agrùmia, ma capovolti e sbrindellati. L’asfittica stampa locale diffonde il nuovo verbo, mentre la Rete mette a disposizione rudimentali macchine del fango manovrate da teppisti appena alfabetizzati e malvagi sedicenti catoni.
Così, nell’arco di pochi mesi, un sanguinoso spoil system è realizzato ad Agrùmia, in perfetta coerenza con il feroce nuovo corso maggioritario. I giovani amministratori neopotenti affabilmente, amabilmente, fruibilmente sorridono. Le opposizioni debolmente, gracilmente, affabilmente obiettano. Il popolo, nelle sagre, applaude assessori canterini e giocondi, e pazienza se l’Incarbonizzatore promette di raddoppiare, se emette diossine che appestano e ammalano, se i fumi infittiscono la cappa velenosa che grava sui vivai. Il comitato d’affari si compiace. I buoni, se ci sono, tacciono. Sullo sfondo, nuovi magnati e antichi venerabili osservano dietro vetri blindati. Sobbollono nel frattempo nuovi calderoni, si allenano stomaci e muscoli a ulteriori prilli e giravolte, gighe e tresconi. Succede ad Agrùmia come altrove. Poiché da Agrùmia, amici, si vede il mondo.

II. L’acqua d’Agrùmia

Agrùmia è terra d’acque frequenti e multiformi: la attraversano cinque principali corsi d’acqua – in realtà stenti tributari, malcerti nel tragitto pianeggiante e scarsi di flusso tranne quando, nelle stagioni di mezzo, certe lunghissime piogge rabbiose li gonfiano di fango. I cinque sono la Sbrana, l’artificiale Còppale (l’antico alveo artificiale in cui fu deviata l’antichissima Ella, nel suo residuo settentrionale tratto già divisa in Ella delle Banditelle, Ella degli Acquiputoli, Ella delle Conche), la Buriana e il superbo Uggione, immissario del lontano Fiume Reale eppure qui mera acquitrinosa dimora di zanzare e girini. Il loro faticoso percorso circoscrive la terra d’Agrùmia e per gran parte dell’anno la ammolla di scolaticci, la inzuppa di liquami, la infradicia di spurghi.
Ma, in realtà, in ogni suo quadrante questa terra madida è attraversata da rogge e minimi navigli: superstiti fossoni scampati per qualche tratto all’asfaltatura e ancora ingombri di scure piante palustri e pesanti ragni indolenti; fossetti di confine gremiti di larve opaline e filacce marce; sbocchi di cloache mezze ostruite da mummie di piccione e indecifrabili lordure.
Ad Agrùmia, terra piatta oltre ogni dire, ogni acqua tende inesorabilmente all’acquitrino, ogni liquido sparso s’impantana. L’antichissima vocazione paludosa dell’acqua agrumese genera, nella Bassura, variegate poltiglie, alle quali ben s’addice la piattezza dell’elenco: tra lo sterpame lungo la superstrada, stagni coperti di filamenti verdi e peduncoli mucosi; ai bordi delle strade sconnesse, pozze persistenti – esiti di perdite di tubature – in cui aggallano iridescenti tracce di vecchia nafta, penetrata nel terreno ai tempi remoti del boom economico, quando ogni muro tremava al boato ininterrotto dei telai; lungo i marciapiedi, rigagnoli di fanghiglia che, seccando al primo buffo di vento, lasciano una sporcizia minuta e incallita, memento di vecchie alluvioni e già notizia di nuove melme imminenti.
La terra d’Agrùmia, infatti, inclina con costanza alla mota, alla melletta, alla mucillagine, eccezion fatta per i giorni di gran caldo, quando si disseccano le prode e si muta in polvere ogni putredine. E’ pertanto difficile, ad Agrùmia, scorgere il limite esatto tra acqua morta e terra intrisa, così come è difficile distinguere, respirando l’eterna nebbia della Pampa, tra etere corrotto e umori vischiosi.
Simmetricamente, dunque, l’aria d’Agrùmia propende alla foschia, alla bruma, alla caligine: nell’atmosfera già di per sé densa di veleni, indugiano goccioline pesanti che lasciano untume sui capelli e sui parabrezza, e tra palato e lingua sapore di pattumiera mal lavata.
III. L’aria d’Agrùmia
Ad Agrùmia – come in altre consimili località della Bassura – pesa sui giardini delle case, sui terrazzi e fuori dai vetri delle finestre un’aria dall’apparenza talvolta trasparente, neutra, inoffensiva. Essa invece pullula sempre di polveri sottili, foschie, fumi, dispersioni colloidali, esalazioni, particolato fine e grossolano. Ogni agrumese, è stato calcolato, respira in condizioni di riposo dai 6 ai 9 litri di aria al minuto; camminando, però, ben 60 litri al minuto, e correndo addirittura 130 litri. L’agrumese, in quanto essere vivente, tutto il tempo inspira espira, inspira espira, inspira espira. Giorno e notte inspira espira. Inspira espira mentre, in giardino, al tramonto, ammira l’effetto Tyndall che tinge il cielo di rosso, e non solo a ovest. Inspira espira, inspira espira mentre, affacciato alla finestra, osserva sulla superstrada i camion che trasportano altre 8000 tonnellate di spazzatura all’Incarbonizzatore. Inspira espira, inspira espira, inspira espira mentre, dal terrazzo sul retro, guarda gli scatoloni in cui sono chiusi i libri della biblioteca agrumese, dismessa come cosa soverchia e inutile ai nuovi tempi. Inspira espira, inspira espira, inspira espira, inspira espira mentre, la mattina, attraversa il parco invaso dai rifiuti e dalle zecche, e cammina a passo lento, per tentare di respirare solo 6 litri di aria al minuto, e non – come invece inesorabilmente accade – 60 litri o peggio 130 litri d’aria densa di polveri sottili, dispersioni colloidali, esalazioni, particolato fine e grossolano, foschie, fumi.
Nei giorni della canicola, gli agrumesi – come pressoché tutti gli abitanti della Bassura – ambiscono alle spiagge e alle montagne: se possono, volentieri partono e vanno a respirare aria salsoiodica o frizzanti brezzoline. A quelli che restano, invece, può capitare – e proprio nei lunghi giorni chiari in cui Sirio brilla spietata e i condizionatori rombano senza pace – di respirare con l’aria d’Agrùmia anche una eccedente quantità di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofuraniemesse dall’Incarbonizzatore – impianto ormai peraltro meritevole, data la sua presenza ineludibile nella vita delle comunità locali, di un nome proprio, che andrà quindi coniato e usato per un battesimo possibilmente sontuoso: Creio? Oxalaia? Golem? Leviatàn? Al probabile fine di non pensare alle conseguenze future dell’inestinguibile incarbonizzamento, qualche agrumese forse ora almanacca, inspirando espirando, proprio intorno alla nominazione del mastodonte, o forse fantastica sulle circostanze passate della malaugurata emissione, interrogandosi non tanto sul perché ma sul come: in che modo i misteriosi policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani fuoriescono? In che modo si slanciano nel cielo della Pampa? In che modo debordano dagli altrimenti sigillati orifizi dell’Incarbonizzatore? Scaturiscono, questi policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, lentamente con un sibilo? O fuoriescono d’un botto con fragore? Affiorano insidiosi da sopra o trasudano oleosi dai lati o percolano collosi da sotto o rampollano liquidi-liquidi tutto intorno? O magari debordano straripano tracimano, come gli anonimi fossi fanno puntuali ogni novembre nella bassa Bassura ferucolense, nella piatta Piana vignòlica, nella pantanosa Pampa barbaricina? O svaporano invisibili e silenziosi nell’aria circostante e soprastante, addensandola appena, infettandola, corrompendola, affidando alle correnti – che al crepuscolo muovono appena appena la calura stagnante – tossici da distribuire su Cacuminàle (comune vicino nel quale ha legalmente sede l’impianto) e su Agrùmia e in tutta la Piana, inesorabilmente, fino alla città e oltre: veleni silenziosi e invisibili sulle case e sulla pelle e nei polmoni e nelle tiroidi e nel dna di tutti, dei poveri e irrilevanti come dei ricchi e potenti: i quali ultimi, al ritorno dai monti e dai mari, saturi di iodio e di brezza, troveranno pure loro, e giustamente, densa aria agrumese da respirare, inspirare espirare, inspirare espirare, inspirare espirare. Usque ad finem.

IV. Il fuoco e il veleno d’Agrùmia
Il fuoco di Agrùmia è quello che giorno e notte ruggisce dentro il sullodato Incarbonizzatore: brucia l’immondizia a yottatonnellate, e infaticabile aggiunge sostanze venefiche alle acque e alle arie già ben sature di fitofarmaci e anticrittogamici
Nessuna purificazione o catarsi o palingenesi si può attendere da questo fuoco: Agrùmia non conosce evoluzione, nemmeno nelle forme cicliche che le mitologie garantiscono con vertiginosi anni cosmici scanditi da conflagrazioni universali e periodiche rigenerazioni.
Nel fuoco di Agrùmia non agisce nessuna forza produttiva o ragione ordinatrice, nessun arché – nessuna apocatastasi o diakosmesis (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, della lettura di Diogene Laerzio: ma qui malvolentieri si tollerano gli eruditi).
Il fuoco di Agrùmia è fuoco post-industriale, velenifero e redditizio: è un feticcio automatico (si gioverebbero gli agrumesi, come tutti, anche della lettura di Karl Marx: ma qui di contraggenio si mandan giù i filosofi).
Diciamo allora che il fuoco d’Agrùmia è tutto sterile veleno. Ma, qui ad Agrùmia, non solo nel fuoco ribolle il veleno. Agrùmia intera trasuda veleno: ne è intrisa la terra, ne è pregna l’aria, ne schiumano le acque. Soprattutto, ne sono gonfi gli agrumesi, fossili portentosi di epoche remotissime e bestiali, soggetti per antropologi di stomaco robusto, poiché qui i comportamenti si producono da pulsioni primordiale, tessono vischiose ragnatele di rapporti pre-politici e pre-umani.
Nella velenosa Agrùmia vale infatti l’appartenenza alla tribù, vale il signacolo ancestrale capace di prevalere non solo sul merito e la ragione ma anche sulla funzionalità minima: si sacrifica volentieri l’efficienza – la comodità, perfino – all’intimità con i manovratori, generatrice di infiniti minutissimi favori. Avere in famiglia anche un miserrimo traffichino dà un prestigio e una sicurezza incomparabili, e senza neanche bisogno di troppa ostentazione: tra l’una e l’altra piazza di Agrumia, tutto si sa di tutti.
Così, il fuoco d’Agrùmia cuoce e ricuoce il veleno, bolle le tossine secrete senza sosta, rosola frigge arrostisce i mille mali che gli agrumesi trasudano e coagulano in coaguli, in grumi che si incrostano ovunque e avvelenano i malcapitati: malacarne (in senso proprio e in senso traslato), malaccortezza, malacopia, malacreanza, malefatte (in senso proprio e in senso traslato), malafede, malaffare, malagrazia, malalingua, malandrini, malanimo, malanni, malaparata, malaria, malasorte, malattia, malaugurio, malaventura, malavita, malavoglia, malconsiglio, malcostume, maldestrezza, maldicenza, maledizione, maleducazione, maleficio, malodore, malerba, malessere, malevolenza, malfare, malfattore, malformazione, malgarbo, malgoverno, malgusto, malignità, malinconia, malincuore, malinteso, malizia, malmerito, malocchio, malora, malpensante e malpensiero, malridotto, malsanìa, maltrattamento, malumore, malusanza, malvagità, malversazione, malvivente, malvolere.
Il male qui infetta la terra e ammorba il cielo, lo oscura: è un male retrivo, misoneista, oscurantista.
Non esiste a ben vedere, né è mai esistito, un’età dei lumi agrumese, se non per certa modernizzazione degli eterni e risaputi meccanismi di profitto per i ricchi e di privilegio per i potenti. Poiché, non dimentichiamocelo mai, amici, da Agrùmia si vede il mondo.
Ad Agrùmia, dunque, funzionano soprattutto congegni di salvaguardia della tribù: la comunità di sangue, l’iniziazione, l’espulsione dello straniero, il capro espiatorio, la gogna sacrificale, lo stigma (a sangue!) di salvaguardia clanica. Roba da antropologi, appunto. E tutto in scala minore – poiché Agrùmia è in ogni cosa infima – ma con un surplus di ferocia che compensa la dimensione ridotta, così che anche Agrùmia possa avere la propria cosmogonia atroce, la propria epica sanguinosa e, finalmente, la propria meritata apocalisse.

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