Milva Maria Cappellini – Ma quale lingua potrebbe raccontare («Persona e Danno»)

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“Ma quale lingua potrebbe raccontare il danno ricevuto della separazione di sì fatto uomo?”. E’ il domenicano Domenico Cavalca, vissuto tra Due e Trecento, a porre questa accorata domanda, lamentando – nel Volgarizzamento delle Vite de’ Santi Padri – la dolorosa perdita di san Girolamo. Ma l’interrogazione resta universale e perpetua: quale linguaggio può raccontare il danno, la mancanza, il patimento? E nell’interrogazione, come accade spesso, ci sono i semi della risposta: il linguaggio, il racconto. Il danno esistenziale non può essere definito e delimitato in una numerazione né in una nomenclatura: esige una narrazione, una trama, una struttura; ed esige un lessico pensato, una sintassi e una semantica. Esige una storia.

Torniamo alle origini del narrare, allora, e del decifrare. Torniamo agli antichissimi miti “preclassisti” di Vladimir Propp, assai antecedenti ai miti greci che li hanno reinterpretati – talvolta invertendone i significati – per sostenere un sistema sociale incardinato sulla schiavitù.  I miti preclassisti, ancestrali, contengono i riti di una comunità che affida al racconto dell’anziano o dell’anziana una funzione pedagogica, produttiva, performativa: non sono storielle divertenti, sono insegnamenti indispensabili. Al centro dei riti così tramandati sono le cerimonie di iniziazione e di passaggio, nelle quali il giovane viene prima allontanato dalla famiglia e isolato o segregato; viene poi lasciato in una zona “di margine”, dove egli si trasforma anche subendo i segni e i marchi della sofferenza e della sopportazione (la circoncisione, la frattura di dita o denti, il tatuaggio e simili); viene infine, dopo una purificazione profonda, ammesso in un nuovo gruppo, con un nuovo ruolo, spesso un nuovo nome. Secondo Propp, “il ciclo dell’iniziazione è il fondamento più antico della fiaba”.

Tralasciamo le modificazioni di segno e di senso che la fiaba, rispetto al mito ancestrale, porta in sé e consegna poi all’epos, al racconto, al romanzo, a ogni seguente forma narrativa. Restiamo alle epoche pre-agricole, preistoriche, anzi arretriamo fino a circa 70mila anni fa, al tempo in cui un gruppo di ominidi comincia, grazie a un qualche piccolo cambiamento anatomico, a produrre un linguaggio parlato complesso, che nell’arco di migliaia di anni andrà perfezionandosi fino ad arrivare ai concetti di ordine delle parole nella frase, di declinazione e coniugazione, di vocabolario. Proprio questo linguaggio, spiega Jared Diamond nel “Terzo scimpanzé”, imprime all’evoluzione umana un’accelerazione impensabile. Di più: dà modo al debole e inerme bipede di sopravvivere e trionfare, prima di tutto perché gli consente di cooperare, di organizzare ampi gruppi in vista di obiettivi comuni, di condividere strategie, di trasmettere esperienze. Ancora di più: il linguaggio sapiens offre la possibilità di parlare di fantasie inventate, di realtà immaginate. Non si tratta solo di immaginare le cose bensì di farlo “collettivamente”, spiega  Yuval N. Harari in “Da animali a dei”. Una competenza, sia detto per inciso, destinata a generare ben presto peculiari forme di danneggiamento: maldicenza, diffamazione, calunnia, impostura.

Ma il linguaggio umano permette anche di produrre e consumare storie: “i gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie – sintetizza Harari – costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto”. Questa precocissima e forse biologica attitudine al narrare ha, esattamente come il gioco dei bambini, una funzione evolutiva fondamentale: quella di allenare gli individui alle sfide future, alle battaglie che verranno, alle difficoltà che non mancheranno. Ciò serve non solo a spiegare il dominio delle storie sulla nostra vita (un dominio anche puramente quantitativo, in veglia come in sonno), ma pure il loro contenuto prevalentemente allarmante, spaventoso, macabro. La funzione del raccontare – già Aristotele lo aveva notato – è di fatto incentrata sui guai: “La finzione narrativa è un’arcaica tecnologia di realtà virtuale specializzata nella simulazione di problemi umani”, scrive Jonathan Gottshall nel suo “L’istinto di narrare”.

Tralasciamo ora anche i neuroni specchio, e l’interessante teoria di Steven Pinker, in “Come funziona la mente”, sul vasto archivio mentale di cui le storie ci dotano, simulando situazioni complicate e possibili soluzioni operative. Torniamo ai riti di iniziazione, e alle antichissime storie che li raccontano e che strutturano una grammatica narrativa, universale e persistente. Nell’elenco di funzioni che Propp elabora nella sua “Morfologia della fiaba”, quella del danneggiamento (“Il cattivo arreca un danno o una lesione ad uno dei membri della famiglia”) è definita “estremamente importante” poiché “è quella che dà movimento al racconto”. Continua Propp: “La partenza, la violazione della proibizione, la delazione, l’inganno andato a segno preparano questa funzione, la rendono possibile o la facilitano. Le prime sette possono perciò essere considerate funzioni preparatorie della fiaba mentre il danneggiamento costituisce l’inizio dell’azione”. Aggiunge: “Le forme del danneggiamento sono multiformi”. E conclude “Questa funzione immette l’eroe nel racconto”.

Ed ecco il nodo che stringe il danno alla narrazione: la radice di ogni storia umana affonda nel danno, poiché la funzione originaria – evolutiva, biologica – delle storie è appunto quella di preparare l’uomo alle vere iatture, alle sofferenze piene, alla guerra, allo squarcio, alla privazione, alla morte. Non solo: adombrando i primitivi riti iniziatici, ogni storia ci addestra all’isolamento a cui il danno è collegato, alla marginalità a cui tende a condannarci, e però anche alla trasformazione che esso causa o propizia. Inoltre, le storie introducono ineluttabilmente nella vita – e a chi manca tale incontro? – “il cattivo”, il cui ruolo  è appunto (ancora Propp) “quello di guastare l’atmosfera di pace nella quale vive felice la famiglia e di provocare una sciagura, di infliggere un danno o di pregiudicare la situazione”.

La suggestiva affermazione di Charles Baxter, “l’inferno è amico delle storie”, si potrebbe dunque agevolmente parafrasare in “il danno è amico delle storie” (sia detto per inciso: sarebbe una sostituzione più che un’attenuazione, visto che ogni danneggiato può testimoniare senz’altro la natura spesso infernale della propria condizione).

Ma se le storie hanno questa funzione propedeutica, profilattica, araldica rispetto al danno, esse possono – e, nell’orizzonte dell’azione umana, devono – avere anche efficacia riparatoria. Torniamo alla fiaba, in cui la voce narrante è quella del narratore custode della tradizione: la fiaba è in definitiva annuncio e al contempo memoria di un danno, e la memoria è già una forma di risarcimento, o almeno una sua condizione; infatti, il danneggiato in attesa di riparazione teme sopra ogni altra cosa la dimenticanza, l’amnesia sociale. E’ illuminante, in questi giorni, la scelta del sindacato francese Solidaire il quale, durante il maxi-processo per mobbing a France Télécom, ha affidato il “diario” delle udienze a un gruppo di giuristi ma anche di sociologi, storici, scrittori. E’, finalmente, la voce di un narratore collettivo ad avviare il risarcimento (che, simmetricamente al danneggiamento, è un atto ma anche, sempre, un processo, un procedere) con il riconoscere il danno e con il tramandarne la memoria. Ma questo processo – ed è qui che il racconto si fa più “moderno” e che le accezioni della parola “processo” si avvicinano – chiede un linguaggio potente e flessibile. Di un simile linguaggio, tutt’altro che anodino, offre un esempio Dominique Manotti, una delle scrittrici chiamate a raccontare un’udienza del processo francese:

“Uno dei dipendenti il cui caso era allo studio del tribunale è venuto a testimoniare. Aveva con sé un fascicolo voluminoso con tutti gli atti di procedura che riguardavano il suo caso. Ha parlato per più di un’ora rivolgendosi ai magistrati. Metteva in gioco la sua vita, con tono rabbioso e poi confidenziale, aiutandosi con la gestualità, cercando l’empatia o la complicità dei giudici. Dopo più di un’ora, la presidente gli indica che è ora di concludere e gli chiede: «Che cosa fa oggi?». «Niente, signora presidente. Resto a casa». Mutua, poi invalidità. A casa da dieci anni. Uno tra altre decine, centinaia? Molto a disagio dopo questa testimonianza, chiedo a uno dei sindacalisti che seguono il processo: «Cosa si aspetta quest’uomo dal processo?». Risposta: «Viene ogni giorno, a tutte le udienze del tribunale. Cerca di capire, di ammettere finalmente che non è lui il responsabile della propria esclusione e morte sociale. E per questo, aspetta dal tribunale di sapere chi è il colpevole». Il processo acquisisce tutto il suo senso, tragico”.

 

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