Milva Maria Cappellini – Tempo&danno («Persona e Danno»)

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«Se il nostro cuore fosse abbastanza grande per amare la vita in ogni dettaglio, ci renderemmo conto che tutti gli istanti sono allo stesso tempo donatori e usurpatori e che una novità giovane o tragica, sempre improvvisa, non fa altro che illustrare la discontinuità essenziale del Tempo», scrive Gaston Bachelard nel 1966 nel saggio “L’intuizione dell’istante”. E’ in polemica con Henry Bergson, Bachelard: contro l’idea bergsoniana del tempo come ‘durée’, si appoggia alla teoria della relatività per sostenere la sua poetica dell’istante, per cui la realtà essenziale della vita è l’istante singolo, l’assoluto einsteiniano, il punto nello spazio-tempo.

Affascinante, la meditazione filosofica sul tempo. Agostino, Kant, Sartre, Heidegger, Ricoeur. Ma anche, all’indietro, il pensiero classico: il tempo dell’incessante Divenire del mondo e il tempo eterno in cui l’Essere non muta. Una vertigine. E che dire delle basi neurali della percezione del tempo? Un’altra vertigine. Per non parlare, ovviamente, della fisica. E l’immagine del tempo offerta dalla poesia, dalla letteratura? Alice chiede: “Quanto tempo è per sempre?”;  e il Bianconiglio risponde: “A volte, solo un secondo”. Una vertigine ancora.

Eppure, quando si è patito un danno e si attende risarcimento, né la filosofia né le neuroscienze né la letteratura – e probabilmente neppure la fisica – aiutano a sopportare il ritmo del tempo, lentissimo e per di più suscettibile a ingorghi, intoppi, piroette. Quale sollievo può darci Bergson, quale aiuto Einstein, quale ristoro il Bianconiglio?

Quando si è danneggiati, il tempo della vita si biforca: da una parte procedono imperterrite le normali occupazioni alle quali pure bisogna attendere, il lavoro, i figli, la quotidiana burocrazia; dall’altra arrancano dolorosamente le ricostruzioni, i lambiccamenti, le recriminazioni, e ancora le strategie e le tattiche, i rimedi provvisori, le congetture, le sfide e gli scoramenti.

Le contingenze, poi. E i ritardi consueti della giustizia. E la malevolenza umana, ingegnosa e instancabile. Altro che Paese delle Meraviglie.

Per esempio: una causa di lavoro, un demansionamento di fatto causato da un errore della pubblica amministrazione e complicato per giunta da atteggiamenti mobbizzanti, da intrecci tra politica e amministrazione, da variegate cattive disposizioni. La carriera è spezzata, ma bisogna pur lavorare – sebbene ancora istupiditi per  il colpo – e in un ambiente mefitico che giorno dopo giorno mortifica, umilia, inquina. Molti mesi per iscrivere la causa, qualche documento nel frattempo si perde, qualche altro va rifatto o integrato. Poi, per colmo di sventura, può sempre aggiungersi l’imprevedibile: una grave sciagura familiare colpisce il giudice del lavoro, che abbandona la sede, torna alla città natale, lascia tutto. Altri magistrati sopperiscono, ma i fascicoli sono tanti, i casi complessi. Passano i mesi, passano gli anni. La vita, biforcuta, si intossica.

Un altro esempio: querele per diffamazione online, la persecuzione di una soi-disant testata giornalistica locale, ammorbata da cronisti malamente alfabetizzati e da oscure tattiche di distruzione. Anni di accanimento, decine e centinaia di articoli sguaiatamente infamanti, disseminazione di profili falsi sui social, un linciaggio ogni mattina. Una gogna mediatica innalzata nell’universo, nei secoli dei secoli. Le querele sono più o meno semestrali, ma una volta registrate non se ne sa più nulla. Del resto, il reato di stalking online non esiste, né è previsto il sequestro per la stampa immateriale. Passano i mesi, passano gli anni. La vita, sfracellata, si avvelena.

Cosa fare allora di questo tempo lacero-contuso, dei giorni, mesi e anni che passato tra danno subìto, giustizia richiesta, risarcimento finalmente – sperabilmente – riconosciuto? Difficile dirlo. Ma può anche darsi che la fisica, le neuroscienze, la filosofia possano invece  aiutare: magari distrarre, concedere un’ipotesi di significato o almeno autorizzarne la ricerca. E può darsi invece che sia proprio la letteratura a suggerire una via: raccontare, recuperando i modelli antichissimi dell’eroe lesionato, della fanciulla perseguitata, della serenità violata, e in questi modelli inquadrare la propria sventura per cercare una ragione, un senso, una riparazione se non proprio un lieto fine.  Nel tempo che va e rallenta, si inceppa e si ferma e a stento riparte, tenere teso il filo della narrazione di sfortuna immeritata e di giustizia attesa e dovuta.

‘Tempus’: “quel ‘temp-’ appare – scrive Nicola Gardini in una poesia che si intitola “Il senso vero” – nel verbo greco che vuol dir ‘tagliare’”. Facciamo almeno in modo che il tempo, torturatore dei danneggiati che aspettano risarcimento, non tagli mai il filo del raccontare – il filo che sutura gli squarci, che cuce la trama della testimonianza e annoda il danno alla sua necessaria riparazione.

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