Blimunda – Appunti su Agrumia (Entomologia)

Entomologia d’Agrùmia: stercorari, effimere, millepiedi, scolopendre 

Se una poderosa mano potesse alzare i tetti di Agrùmia tutti insieme, come si alza una pietra piatta che affiora dalla terra, si vedrebbe a occhio nudo un fuggifuggi di animaletti nerastri rossicci giallognoli, un disperdersi forsennato di esserini deformi asimmetrici sbilenchi, con diseguali moncherini  e carapace ammaccato, con esoscheletri coperti di peli, setole, squame e sculture, con elitre scheggiate e trachee atrofiche.

Nel grasso muschio agrumese, prosperano infatti innumerevoli artropodi, imenotteri tricogrammatidi, schiere di coleotteri scarabei lepidotteri, insieme ad attardati e involuti rincoti coccidi, a grandi greggi di cimici necrofaghe, a opachi tenebrioni ingrommati.

Spesseggiano bianche larve immobili durante la sclerificazione e la pigmentazione dei tegumenti, goffe pupe in estrema muta larvale e mostruose ninfe sigillate in cuticole mucose. Accanto, ecco i cumuli di exuviae di cavallette, cicale, tarantole.

Agrùmia rigurgita di esapodi, tanto che, a una prima occhiata, l’entomologo dilettante riconosce senza sforzo anopluri dermatteri ditteri efemerotteri embiotteri fasmoidei grilloblattoidei isotteri mallofagi mantofasmidi mantoidei mecotteri neurotteri odonati ortotteri plecotteri psocotteri rincoti sifonatteri strepsitteri tisanotteri tisanuri tricotteri zoratteri. E, ancora, svariate tipologie di bacarozzi blatte bucaioni.

E in ogni dove volano vespe muratrici, si dimenano bachi tessitori, si affrettano frenetiche formiche, si trascinano lividi insetti zombie.

Gli eleganti e riservati insetti stecco oscillano al vento come ramoscelli o si fingono morti, mentre le pesanti falene pennate o bipennate stazionano sui muri profetizzando sfortuna e i moscerini fluttuano in sciami inquieti e insensati. Si segnala nelle ore di più luttuosa calura qualche infruttuoso bombo, con la sua sterile, inutilissima vibrazione.

Pallidi invertebrati – nematodi platelminti anellidi – strisciano senza pace ai bordi di Agrùmia aspettando un evento evolutivo che finalmente li favorisca, scatenando per esempio una prodigiosa epidemia di elmintosi che li ingrassi e ingigantisca.

Talvolta qualcuno cade da una qualche relativa altezza con un tonfo o uno schiocco di carapace spezzato,  e resta sul dorso convesso agitando con inutile foga le troppe zampe.

Talaltra qualcuno resta spiaccicato da un meteorite o da una immane suola, e agonizzante si trascina sulle zampine microscopicamente unghiute, emettendo dalle ghiandole anali bolle o strie di secrezioni maleolenti.

Così vive il popolo di Agrùmia: impupato e rinsecchito, convulso e inerte, muto e impelagato in un suo idioma balordo di pigolii e ronzii e faticosi squittiii, sul quale si innalza ogni mattina, intermittente e sgrammaticata, la parlata stridula dello Stercorario.

 

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