@M.M. Cappellini, “L’ultimo veliero” di Marcello Venturi, Sellerio 2007

Marcello Venturi, L’ultimo veliero, Palermo, Sellerio, 2007

Si racconta che Roberto Assagioli, padre della psicosintesi e maestro di saggezza, usasse in assai tarda età tenere sulla scrivania un piccolo veliero con la prua verso la finestra: era una garanzia di libertà, spiegava, la certezza di poter salpare in qualsiasi momento. L’episodio torna in mente leggendo L’ultimo veliero di Marcello Venturi, oggi finalmente riproposto da Sellerio e definito da Andrea Camilleri, nella nota prefatoria, il «più riuscito e felice di Venturi, ma anche uno tra i migliori romanzi italiani pubblicati nel secondo novecento».

L’ultimo veliero è quello che, un giorno d’estate, appare insperato (benché segretamente atteso) all’orizzonte di Maestrelli Bernardo, già comandante del glorioso Eliseo ma al momento in pensione, ospite-prigioniero di un ospizio di suore nemmeno troppo repressive, semmai  inguaribilmente terrestri e costituzionalmente incapaci di comprendere l’amore per il mare che anima e inquieta i vecchi marinai. E invece il Capitano Maestrelli sa bene che «il mare è peggio di una donna, non si dimentica: di mare ce n’è uno solo». Umiliati dalla questua giornaliera tra gli ombrelloni della Versilia, il Capitano e i suoi sodali dai nomi parlanti (Cannocchiale detto Occhio di Gabbiano, «lungo e magro come un albero di peschereccio»; Barcone, «grande e grosso nella casacca troppo stretta»; Malditerra; Sartiame e gli altri) subiscono a malincuore l’orda dei vacanzieri che trasforma il mare in una tinozza, le file di auto che imbastardiscono il sapore del salino con il fetore della benzina, la modernità che rende tutto facile e fa superflui coraggio e abilità: «I velieri non esistono più. I velieri sono affondati negli oceani […]. Oppure sono finiti, tutti insieme, con le vele spiegate all’ultimo vento, sono finiti nelle darsene di mezzo mondo, come stanchi elefanti nei loro cimiteri nascosti». Sono finiti anche i marinai della vela, ridotti a sbucciare patate, con un piede nella fossa e con corpi magri e incerti: «Eccoli. Ora venivano avanti a due a due, nelle casacche grige che parevano posate su attaccapanni. I pantaloni sventolavano come se dentro non ci fosse niente. Dai colletti chiusi sporgevano i colli rinsecchiti, tutti tendini».

L’apparizione dell’Assunta, prima una macchia chiara sul piano del mare, poi «un uccellaccio ferito» che entra in porto al tramonto con le sue alberature malridotte, riporta ai vecchi navigatori «un sapore di bonacce tropicali e di nebbie nordiche, un sapore di burrasche e di isole tranquille, disseminate nell’azzurro». Al Capitano, restituisce il sogno di un’antica sfida, tanto da fargli vedere di nuovo «il ribollire bianco del mare, subito dopo l’assalto dei cavalloni; e quelli che si ritraggono, battuti da lui, pieni di rancore contro di lui, accartocciarsi su se stessi, rigonfiare il petto di collera». Come un Ulisse vegliardo, memore della profezia di Tiresia, il Capitano torna fedele al proprio destino di navigatore. Il sogno di riprendere il mare, senza curarsi della meta, restituisce vigore, ingegno, astuzia a tutta la ciurma canuta, così simile alla «compagna picciola» dell’Ulisse dantesco. Anche la morte, tanto vicina e subdola, non fa più paura di fronte «alla vasta tomba marina, dove il marinaio scivola dolcemente avvolto in un lenzuolo». Navigare necesse est, vivere non est necesse, recita un motto antico. O forse, più semplicemente, come spiega il Capitano a suor Pasqualina, «è questione di nascita. C’è chi è nato per stare a terra, per mettere radici; e chi è nato per navigare». Comunque sia, alla fine, contro ogni avversità, contro ogni ottusità, il miracolo pare compiersi, il veliero si muove, ed «è il mondo intero, da anni legato agli ormeggi, che riprende il suo andare: nel respiro incessante del mare e dei venti».

Più emblematico che simbolico, il romanzo di Venturi, scritto nel 1960 e pubblicato due anni dopo, incanta non solo per il tono lieve e quasi fiabesco (non a caso viene compreso, nel 1966 e poi nel 1992, in collane einaudiane per ragazzi), ma anche per la bellezza quieta della prosa, per la perfezione descrittiva, per l’esattezza dei «motivi liberi», la misura perfetta della tecnica narrativa. Impeccabile, soprattutto, la corrispondenza tra gli antichi marinai e gli oggetti desueti, veri correlativi oggettivi del declino umano: «Il Capitano pensava alle darsene dei tanti porti di questo mondo, alle carcasse sfasciate, disseccate al sole, corrose dalla salsedine; alle vele ridotte in brandelli, come vecchie bandiere sconfitte; alle sartie pendule nel vento, morte; alle barre dei timoni che ruotano senza senso e senza pilota; alle carene, scolorite, corrose dalla ruggine».

L’ultimo veliero, di fatto, non è solo una celebrazione del mare e del suo eterno richiamo, ma un’indagine della irriducibile dialettica tra terra e mare, tra porto angusto e oceano aperto, tra viaggio e immobilità, tra sfida e rinuncia: dunque, tra vita e morte. Nel commentare gli addebiti di disimpegno che taluni rivolsero al romanzo all’epoca della pubblicazione (critiche delle quali Giovanni Capecchi dà conto, tra l’altro, nella sua accurata postfazione), Camilleri afferma: «Non si erano accorti che Venturi aveva scritto un romanzo impegnatissimo, che trattava della vita e della morte, del disagio esistenziale del nostro tempo, della possibilità di riscatto che la ricerca della libertà offre all’uomo». Va aggiunta la sommessa ma precisa critica all’efficientismo tecnologico che percorre «l’operosità priva di logica» dei vecchi al lavoro in darsena, un’operosità generosa e quindi estranea tanto alla Superiora assillata dall’amministrazione dell’ospizio quanto al cavalier Pinotti inaridito dai profitti industriali. Un romanzo tutt’altro che disimpegnato, davvero, una favola filosofica che si conclude con un canto della libertà e della volontà: «Vagamente, confusamente il Capitano percepì, più che pensare, la inutilità delle preoccupazioni e dei rancori covati in quegli ultimi giorni. […] Come potevano, tutti costoro, arrestare il corso della sua volontà, simile al libero corso del vento? Le mani aperte sul davanzale, un sorriso di felicità sulle labbra, sentì che non esisteva nessuna forza capace di fermarlo. E che tutto dipendeva da lui: persino la scelta della propria morte. Non le pensò, queste cose: le avvertì. E il cerchio dell’angoscia si era spezzato».

 

 

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