@M.M. Cappellini, in “I luoghi del sapere libertario”, a cura di F. Chessa e A. Ciampi, Censtro studi storici della Val di Pesa, 2019

Una rete forte di libero sapere

I luoghi non sono mai neutri, mai indifferenti: il luoghi del sapere, poi, sono i più profondamente marcati dai viventi, dalle loro passioni, dalle loro contraddizioni, dai loro desideri.  Questa è una storia di luoghi e di persone, in una rete di amicizia e di conoscenza che si stende intorno al pianeta e lega, lungo gli anni, uomini e donne. Per raccontarla, derogo a una certa diffidenza per i pronomi di prima persona, e prendo avvio dal mio nodo in questa rete, accettando per una volta il consiglio delle mie amiche femministe: c’è una sapienza – un libero e forte sapere – nel partire da sé.

Una piccola città, una piccola piazza, una piccola porta. Oltre la soglia, stanze piene di riviste e fogli e – seduto a un tavolino – un piccolo signore, barba bianca e sguardo piuttosto corrucciato. Avevo vent’anni e innumerevoli curiosità. Da pochi mesi ero rientrata da una grande città lontana, dove avevo studiato in un istituto universitario affollato da centinaia di giovani da tutto il mondo. Due di loro, sulla via del ritorno in Brasile, si erano fermati a salutarmi e a vedere l’Italia, e io li accompagnavo in una prima passeggiata nel centro di Pistoia, in quella mattina di tardo inverno, nei primissimi anni Ottanta. Da piazza del Duomo avevamo raggiunto la Biblioteca Forteguerriana, e poi oltrepassato la chiesetta di San Michele in Cioncio (da ciompo – spiegavo ai miei amici – cioè operaio, salariato povero, lavoratore della lana: a una trentina di chilometri da qui – aggiungevo – i ciompi fiorentini furono protagonisti, nel Trecento, di un gran tumulto finito, ahimè, molto male). I due amici si entusiasmavano per le antiche vicende di oppressione e rivolta, di repressione e rivendicazione, e non solo in ragione dei loro studi di storia, ma anche per la cognizione diretta della dittatura militare: entrambi militanti dell’opposizione in clandestinità, avevano sperimentato, appena adolescenti, le carceri dei gorillas.  Ecco – guarda Ana Laura, guarda Pedro – proprio in questo edificio in angolo con via della Posta Vecchia c’era la caserma dei militi fascisti, presa d’assalto dal popolo subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

A lato della statua dell’accademico e presbitero troneggiante da quasi un secolo nella piazza dei Gesuiti (la quale all’inizio del Novecento per qualche anno si era intitolata, grazie a un governo cittadino anticlericale, a Giordano Bruno, poi allo Spirito Santo, poi fascisticamente a Italo Balbo, e poi da capo a sant’Ignazio e allo Spirito Santo) si apriva appunto la piccola porta dell’archivio, che all’epoca mi era noto vagamente e solo di nome: il nome di Camillo Berneri, l’anarchico morto durante la guerra di Spagna a Barcellona, e non per mano dei franchisti. Ero in compagnia di due storici, sebbene giovani, e quella mattina entrai con loro. L’archivista si chiamava Aurelio Chessa e aveva, si è detto, la barba bianca e lo sguardo corrucciato nonché un carattere notoriamente spigoloso. Ma noi eravamo ragazzi: ci presentammo, spiegammo, chiedemmo di visitare l’archivio. Con cortesia – un po’ burbera, ma cortesia – Aurelio ci mostrò lettere e foto, almanacchi e numeri unici: una imponente quantità di sapere libertario organizzato e ordinato, conservato e reso disponibile. Quell’uomo – lo avrei saputo più avanti – non ne era semplicemente l’archivista, il custode: sua era stata l’intuizione di aprire a tutti, anarchici e non,  la propria collezione, raccolta a partire dalla fine della seconda guerra mondiale grazie soprattutto a uno zio che lo aveva iniziato all’anarchismo; suo lo sforzo di renderla accessibile, e al contempo di incrementarla con ulteriori materiali, di acquisire fondi, effettuare scambi e acquistare, tutto a proprie spese,  giornali e documenti. Noi tre amici ascoltavamo e prendevamo appunti. Davvero una peculiare variante dell’internazionalismo: due brasiliani e una toscana diventati amici a Mosca esplorano un archivio che raccoglie una gran mole di lettere e periodici e saggi scritti in tante lingue,  pubblicati in tante città del mondo: “Umanità nova”, “Tierra y libertad”, “Vanguard”, “Espoir”… Uscimmo dopo un paio d’ore, ciascuno con in mano una copia del catalogo, fresco fresco di stampa: Documenti e periodici della Famiglia Berneri – Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri – Pistoia.

A pochissimi metri da lì, in via Verdi già via della Pillotta, era nata poco più di un secolo prima, nel 1880, Leda Rafanelli, anarchica, anticolonialista, antimilitarista, futura scrittrice ed editrice, donna intelligente, intrepida e libera. Da Pistoia, Leda si sarebbe allontanata presto, a vent’anni appena, ma qui aveva già lavorato come tipografa e aveva dato alle stampe, con il fratello, un’acerba silloge poetica, Pensieri. Le sue carte, i suoi libri e vocabolari, i suoi dipinti di sfingi e deserti, i suoi oggetti ornati in fogge arabe sarebbero stati alla fine acquisiti, anni dopo, da quello stesso archivio: a quell’altezza, però, ormai non più stipato nelle stanze della piccola piazza di Pistoia, bensì a Reggio Emilia, in un bel palazzo antico del centro. Del resto, l’umano conoscere segue spesso itinerari complicati, nei quali si intrecciano e talvolta si ingarbugliano i desideri degli studiosi con le scelte dei decisori. Ma a volte i garbugli permettono incroci nuovi, reti più vaste, tessiture più ricche, promettono incontri ancora più fertili.

Quella mattina, comunque, di Leda Rafanelli non sapevo ancora nulla, né tantomeno sapevo che vent’anni dopo sarei andata ad abitare appunto in via Verdi già via della Pillotta, a una decina di metri dalla casa natale di Leda.  Quella mattina dunque – dopo aver salutato l’archivista rabbonito dalla cadenza cantante del Pantanal e forse anche dalla mia curiosità ancora quasi infantile – uscimmo di nuovo nella piccola piazza assolata, con i nostri appunti e i nostri cataloghi.

Dei due amici, una – cara come una sorella – è tornata più volte a trovarmi, nel corso degli anni, ormai docente universitaria di storia all’università di São Carlos: mi ha ricordato ogni volta l’archivio libertario, ormai trasferito; abbiamo anche progettato un viaggio a Reggio Emilia che ancora non abbiamo fatto ma che un giorno faremo, dato che Ana Laura non è donna da rinunciare a un piacere intellettuale. Studiosa finissima, militante coraggiosa, la mia amica mi disse una volta che un buon modo per reagire a un dolore o a una delusione è comprare un bel rossetto accuratamente scelto. La bellezza è, in fondo, intrinsecamente un sapere libertario, come pure il piacere. Anche Fiamma – la figlia di Aurelio, alla quale è affidato l’archivio da quando lui se n’è andato, nel 1996 – lo sa bene, questo, come tra poco si dirà. E lo sapeva bene anche Leda Rafanelli, che sull’idea di una estetica anticonformista e antagonista ha costruito tutto il proprio lavoro intellettuale, culturale e politico.

Di Leda mi parla – siamo ormai nei primi anni del Duemila – un’amica, Laura, ritrovata dopo decenni (l’avevo conosciuta da ragazzina: io in terza media, lei una supplente dal sorriso gentile) in un gruppo di lettura tutto di donne, in una piccola libreria del centro, in via dell’Ospizio, a pochi passi dalla piccola piazza dello Spirito Santo. Tenendo sempre presente la sapienza del partire da sé, registro la presenza di una Rafanelli nel mio smilzo albero genealogico: chissà se ho qualche remota parentela con la “zingara anarchica”. In ogni caso, Leda è una donna affascinante, irresistibile, e comincio mettere insieme informazioni – in quegli anni si legge ancora ovunque che è nata a Livorno o almeno da famiglia livornese – rammaricandomi per il trasferimento dell’Archivio Berneri, fino a pochi anni lì a due passi da casa mia. La mattina di primavera in cui vado a Reggio Emilia per vedere per la prima volta le carte di Leda, sull’Appennino ancora nevica.

Il palazzo in cui ha sede l’Archivio – ora “Archivio famiglia Berneri-Aurelio Chessa” – è antico e assai bello, signorile, appena offuscato, in questa giornata piovosa, dalla patina dei secoli. Fiamma è bionda e affabile, mi sorprende un po’ la combinazione tra franchezza nei modi e raffinatezza dello stile. Mi mostra l’Archivio, che è al tempo stesso anche una biblioteca e una casa-museo: un ricchissimo patrimonio di volumi, manoscritti e documenti – testimonianza del pensiero e dell’azione degli anarchici nell’arco di un secolo e oltre, fra eventi memorabili e fatti ignoti – ma anche un’esposizione di foto, quadri e installazioni.  Tutto è organico e strutturato, ma è anche bello e piacevole. Il tè che Fiamma mi offre è profumato, le tazze armoniose, ogni vaso di fiori un ikebana, ogni dettaglio così curato che chiedo il permesso di fotografare il tavolino apparecchiato.

L’attenzione per la sistemazione delle cose, i gesti ospitali, la confidenza della conversazione –Fiamma e io stiamo già parlando di Leda, dei suoi pensieri, delle sue peripezie, dei suoi amori – mi appaiono segni di un’attenzione per la vita materiale che ha un senso antropologico e anche politico: la conoscenza umana passa attraverso peregrinazioni e combattimenti, ma deve trovare anche luoghi di quiete in cui sedimentare ed essere disciplinato, affinché possa diventare disponibile agli altri – ai contemporanei, ai posteri, all’umanità intera – e così continuare a dare frutti. La generosità con cui i fondi documentari e librari vengono donati, la cura nel preservarli e valorizzarli sono, naturalmente, altrettante manifestazioni della profonda umanità del sapere, un sapere che deve persistere attraverso il tempo ed essere accolto in spazi non solo praticabili ma anche cordiali: la permanenza e la progressione del conoscere, il suo carattere stratificato, procedurale e collettivo sono elementi anch’essi intimamente libertari, fondati sulla messa in comune dei risultati individuali e parziali di ogni ricerca, di ogni costruzione di idee e di visioni. L’ordine dello scibile – della sua sostanza teorica come delle sue fioriture tangibili – non è necessariamente gerarchico né dogmatico né autoritario, la tutela non è gelosa e paralizzante, la conservazione non è sdegnosamente esclusiva. Se – almeno negli orizzonti della cultura e della comunicazione – il mezzo è il messaggio e il significante è il significato, allora la disposizione del materiale nell’Archivio contiene già una concezione della conoscenza, del suo significato, della sua natura di messaggio inviato nello spazio e nel tempo degli uomini.

Tante carte, tra quelle radunate nell’Archivio, raccontano storie di lotte e tribolazioni, fatiche e sacrifici, ma anche storie di entusiasmi e felicità, amicizie, amori, bellissime pienezze e ricchezze. Raccontano insomma tutta l’esistenza terrena e – appunto – il suo sapere. Ed è un sapere che si incarna non solo in lettere, libri e riviste, ma anche in immagini e in oggetti, come quelli fabbricati o decorati da Leda che ora Fiamma mi mostra: vocabolari di arabo ricoperti di stoffe colorate, quaderni guarniti, cartoni dipinti. E poi i dattiloscritti con le correzioni e le aggiunte nella grafia allungata che mi diventerà familiare, e le sue famose foto, con i turbanti e i monili, i bracieri e i cuscini nelle stanze e i drappi alle pareti. Una ricerca d’archivio che diventa un’avventura, fitta  di sorprese e riconoscimenti. E che accende una passione, avvia un cammino.

Poi, quando si tratta di fermarsi e tirare le somme, ci si trova a pensare (visto che Fiamma è in parte francese: lei insiste a negarlo, ma a me sembra così) che le hasard fait bien les choses.

Così, il romanzo inedito di Leda, Memorie d’una chiromante, e un secondo volume di testi brevi, I due doni e altre novelle orientali, vengono nel giro di qualche anno pubblicati nella collana editoriale diretta da un amico, Luciano, oggi docente all’Università di Liegi, incontrato a Firenze – freschi entrambi, lui e io, di laurea – a un convegno organizzato da un amico-maestro (naturaliter libertario) partito troppo presto. Il terzo romanzo, L’Oasi, va più tardi alle stampe per i tipi di un editore di Reggio Emilia, Andrea: un altro amico caro, conosciuto anche lui grazie a un nodo di lavoro e di affetti stretto, ancora una volta, da quell’amico-maestro troppo presto partito. Tutti questi libri, naturalmente, vengono impacchettati e inviati all’amica brasiliana che visitò l’Archivio di Aurelio, quasi quarant’anni fa. Il primo romanzo di Leda viene presentato da Laura alla biblioteca di Pistoia; il terzo romanzo esordisce alla Vetrina dell’editoria anarchica e libertaria di Firenze, a fine estate dell’anno scorso, con Fiamma, con l’amico editore reggiano e con una studiosa rigorosissima, Elena.

Ho ritrovato Elena quest’estate in Archivio, a Reggio Emilia, di nuovo con Fiamma, con l’amico editore e con mio marito, ormai anche lui appassionato alla travagliata storia della famiglia Rafanelli a Pistoia: è lui che ha pazientemente scovato i dati sulla casa natale di Leda, in via Verdi già via della Pillotta, e molte altre notizie. Mentre Elena e mio marito cercavano in rete tracce di una oscura peripezia giudiziaria di fine Ottocento, Fiamma e io cominciavamo a lavorare su un altro romanzo di Leda, per il quale l’amico editore ha già trovato una sontuosa copertina.

Il sapere libero – e libertario – è così: disseminato, rizomatico, resistente, con una quota di nomadismo e un’altra di tenacia, capace di aprire ampie strade e viottoli intricati, di generare reti e incroci, garbugli e nodi di relazioni, di collaborazione, di amicizia. E di seminare nuovo sapere, e quindi potenziali nuove amicizie e libertà.

 

 

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