@M.M. Cappellini, Storie per voce quieta di Roberto Piumini, Oligo 2019 (“L’Immaginazione”, 316, marzo-aprile 2020)

Ogni cosa – ogni cosa d’arte, in particolare – parla (anche) di sé stessa, illustra le proprie materie e intenzioni, regole e ragioni. Almeno, è plausibile che sia così: e già questo autorizza chi legge a sguardi poco innocenti, a curiosità metaletterarie, perfino quando il tono dell’opera – come in queste Storie per voce quieta di Roberto Piumini, per le edizioni Oligo – sia sognante e seduttivo, e rechi in quarta di copertina un elegante elogio al sonno. Così, si può iniziare con l’omettere la più candida, almeno in apparenza, delle informazioni, ossia il riassunto della trama, dato che esso è contenuto, insieme alla definitiva indicazione di lettura, nell’opera stessa: “Che storia è questa? – E’ questa storia”. E si può procedere alla più pedante delle decifrazioni: del resto, in queste pagine c’è anche chi discute con il granchio a proposito di Omero.

Si potrebbe cominciare dal paratesto, magari dalla copertina e dal suo tappeto volante tessuto di storie; oppure dalla dedica: il coro milanese “che canta e racconta” dichiara con la massima chiarezza la peculiarità dell’autore, sancita e tutelata dalla congiunzione. Si è già detto altrove che Piumini racconta ogni volta che scrive poesia e canta ogni volta che racconta – non a caso, anche queste Storie sono disseminate di endecasillabi perfetti; e d’altro canto, spiega il musicista Bondé Gajau, “Il ritmo si fa pensando parole”; e, per simmetria, la biografia di Bur Manchinov cui attende Chinarra, alter ego dell’autore, ha la rivelatrice “tendenza a trasformarsi in un’enciclopedia riflessiva”.

A proposito di onomastica: proprio il nome parlante di Chinarra – il quale “si prende sempre cura del raccontare” – alletta in questo campo all’esegesi . Che non ogni volta è agevole: Maloj è una band ucraina, un villaggio pakistano o un passo alpino che conduce in Engadina? Siba è un sistema interbibliotecario o alcunché di giapponese? E Parquediz (già: misterioso possessore o luogo d’origine dell’enigmatica gatta?) è abbreviazione di voce portoghese riferita al paracadutismo sportivo oppure bellissima ma immotivatissima invenzione fonetica?

Si arriva ben presto alla tematizzazione metaforica degli atti e dei fatti di scrittura: la poderosa e complicata architettura del castello di sabbia; la variazione continua di forme e proporzioni garantita al bel corpo di Siba dalla figura di Gansha Yoga detta “del Serpente Invisibile”; il ricamo della medesima Siba, arte meticolosa ed esigente che necessita di esatti “calcoli estetici” e cammina nel tempo “ma non secondo la prepotenza dell’orologio”. Viene addirittura il sospetto che la casa di Siba, Maloi e Chinarra sia, in effetti e materialmente, l’arte – che è, appunto, “casa nostra”. Una casa a cui può volar via il tetto – per permettere di contemplare comodamente cieli, angeli-bersaglio, costellazioni; una casa in cui “non esistono attrezzi da taglio: ciò che non si taglia con le mani, non lo tagliamo”; una casa visitata da personaggi balzani, venditori camaleontici, mongolfiere, postini, gufi e civette (e ovviamente dalla gatta di Parquediz).

Attenzione, però: la casa sorge al centro di un mondo sì immaginario, edenico o elisio forse, ma con coordinate ben precise, tra atlante e chimera, come si conviene ai mondi narrativi: con la propria geografia (Neged e Tanami ma anche Solledier e Stanchal) e la propria topografia (i Bagnadori, il ponte del Molinetto); con flora (sivodea, giraluna e ovviamente calicanto) e fauna (Anthocharis cardamines ma anche Galus Paxifeus Novimundi); con una struttura sociale, che comprende il Gotha di Suo Capitale Mark Von Vollen-Strazhof, i magnati  come Vinicio Dragomansi, i normali come i Tacchetti, Marius, Maddai, il clero dei Perpetranti; con tecnologia (il traliccio solare) e burocrazia (l’Ufficio Contraddizioni); con patologie (sindrome di Tenterberg)e terapie (la camomilla del Rajastan); con scienze o patascienze (la signorile matematica di Maloi, le sue Equazioni Postistantuali, gli irsuti numeri primi); una ricca gastronomia (il forse camuno stipoletto d’arcina, le polpette di taticchio al pepe e gli adeguati vini); una densa storia musicale colta ed etnica (l’Allegro lamento di Sayde di Roland Ferguette e la tradizione meso-elidica) e una sinuosa produzione di ballate (Faufel del Maggio). E così via. A rendere questo mondo-caleidoscopio ancor più simile al nostro, naturalmente, è la “poca eternità” di cui i suoi pur fortunati abitanti, proprio come noi, conviene si accontentino (diverso dal nostro, invece, è nell’includere solo la “necessaria crudeltà”, e non di più).

In questo delizioso – il termine è lezioso ma a un certo punto inevitabile – compendio di generi (ballata, biografia, epistolografia, poema e soprattutto tipi ibridi e indefinibili) spesseggiano le definizioni del processo creativo, dalla genesi alla composizione alla ricezione, in un circolo amoroso di scrittura e pittura, musica e azione scenica: un solo esempio: “Era nella bella pausa del cominciamento, quando l’opera cola dalla mente alle mani, vera ma non certa, e si gode a lasciarla ancora un po’ nella culla del possibile”.

Si delinea infine una fenomenologia della letteratura: quella un po’ truffaldina di “echi scolastici, reminescenze letterarie appena modificate” e quella irrisoria costruita “sul primo sorso di birra”; ma anche quella quintessenziale che fiorisce quando la “Pallidissima, ossuta” (forse una strega, forse una critica saccente) pone la questione cruciale – “Com’è, la vita?” – e Chinarra si smaschera, rispondendo appunto in prevalente metro endecasillabo, e subito Siba e Maloi collaborano con una gioiosa enumeración caótica di sinestesie rimbaudiane che vanno a finire, fatalmente, nel sogno.

E affiorano definizioni in cifra della letteratura à la Piumini, come quando Chinarra (e chi, sennò?) aiuta Siba a ritrovare se stessa: “Parlando, nominavo, toccavo ogni parte, non in modo indicativo e didattico, ma lento e profondo, stringendo, massaggiando, premendo, muovendo quando possibile. Feci lo stesso con l’altro piede, ripetendo nomi, toccamenti e gesti, con divagazioni storiche, letterarie, e qualcuna filosofica”. Né manca la consolazione per Chilegge nel caso cerchi il segreto della bellezza di queste Storie, quiete e trasognate ma affilatissime: “Un uccello del paradiso ha piume di ogni colore: le brune non sono le più belle, ma sono assolutamente necessarie, perché la bellezza, come sapete, è…. Ma basta, con le questioni difficili”.

 

P.s. Chilegge ha in questo caso escluso proprio la filologia, madre di ogni ermeneutica: e la cosa spiace, poiché l’opera ha un archetipo preciso e non taciuto in L’ultima volta che venne il vento, edito all’inizio del millennio. Affidiamo qui la critica delle varianti a meglio attrezzati filologi, e ci limitiamo a osservare che il vento – remotissima figura dello spirito che crea – circola ancora, con il volo e il verso suoi fratelli, dalla prima all’ultima lassa di queste Storie.

 

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