@M.M.Cappellini, “Il sogno della macchina da cucire” di Bianca Pitzorno, Bompiani, 2018

Bianca Pitzorno, Il sogno della macchina da cucire, Bompiani, 2018

Una sartina nata alla fine dell’Ottocento, educata da una nonna sollecita all’arte del cucito e alla pratica della dignità, confidente di marchesine coraggiose e di sventurate intellettuali, sagace nel giudicare i potenti, soccorrevole con altre donne e bambine ancor più povere e sole: la protagonista e narratrice del romanzo Il sogno della macchina da cucire, di Bianca Pitzorno, vive una vita di lavoro e – a suo modo – di indipendenza e d’avventura. La sartina, facendo danzare l’ago e girare la manovella della macchina, cuce ricchi corredi di nozze e di battesimo, vestiti da ballo e drappi da funerale; nei seminterrati del centro storico condivide gli affanni delle proletarie, nelle stanze del cucito – tra un’imbastitura e un rammendo – ascolta accorate confidenze e segreti inconfessabili. Quando può, legge feuilleton ma anche capolavori vittoriani, e risparmia per un abbonamento alla stagione lirica, in loggione. Gli anni inquieti del primo Novecento portano desideri e venti di progresso ma anche vecchie paure e tristezze, dolori acerbi; e certo non guariscono ingiustizie e arroganza, malevolenza e pregiudizi. Ma la sartina saprà intrecciare – come il filo dell’ago si intreccia con quello della spoletta – i fili della propria vita, tenerne insieme la trama e l’ordito, perfino riparare gli strappi. E, alla fine, per le lettrici e i lettori saprà cucire, simile a una piccola musa saggia e paziente, un testo (da textus, participio passato di texĕre: proprio come ‘tessuto’) di grazia e bellezza accurata, come un abito cucito con passione e in libertà, “con punti fitti e precisi”.

 

 

 

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