M.M. Cappellini, “Ma bella più di tutte, la fonte non trovata – Divagazioni sui rischi ossessivi della Quellenforschung (con un esempio dal Libro segreto)”


«…debbo vedere le mie cartuccelle…»

P.P.

Sull’utilità della ricerca delle fonti si può ancora discutere, nonostante si sia – negli anni – decretato defunto ogni moralismo, addotta ogni giustificazione teorica, riconosciuto e presupposto alla ricerca e dunque scontato ogni limite di qualsivoglia tipo e natura. Difficilmente, però, si potrà negare che – al netto di ogni velleità di completezza – la ricognizione degli antecedenti di lettura possa gettare luce non solo sui materiali ma anche sui procedimenti di composizione, permettendo talvolta di risalirli all’indietro fin quasi a intravedere il momento generativo, il «manoscritto originale» di cui favoleggiava Paul Valery[1]. Il tragitto è agevolato, quando l’opera in analisi sia di Gabriele d’Annunzio, dal  peculiare metodo di lavoro dell’autore, con le sue tappe tutte certificate ad abundantiam da carte scritte: le bibliografie nei taccuini; le lettere con le quali chiede libri ai procacciatori; le pagine dei libri stessi, copiosamente sottolineate, segnate, annotate (e, talvolta, le firme sui registri di biblioteche, o la corrispondenza con i bibliotecari); i fogli con appunti e sintesi; i primi getti, gli abbozzi, le prove; infine, le versioni, le brutte copie, le trascrizioni; e da ultimo, i richiami nella memorialistica posteriore e le abitudini di riuso. Insomma, i materiali non mancano e permettono di seguire passo passo il lavorìo della stesura.

L’operazione, però, non risulta delle più simpatiche, neppure a chi la compie. Che non goda dei consensi crociani, certo, non sorprende, tanto più che Benedetto Croce autorizza – e sia pur malvolentieri – l’«etimologismo» esclusivamente per la «poesia letteraria», ossia quella in cui prima di tutto si dia separabilità del contenuto dalla forma (laddove nella poesia contenuto e forma fanno tutt’uno)» e in secondo luogo vi sia «l’intervento di una intenzione pratica che limita e governa l’opera della fantasia»: così, «quelle osservazioni di riminiscenze e di imitazioni, che infastidiscono come inutili e turbatrici se penetrano nella poesia poetica, riescono gradite e ottengono la partecipazione, riferite che siano a poesia letteraria». A ogni buon conto, poi, Croce chiosa: «io mi permetterei di consigliare molta discrezione nel farla oggetto di commenti di questa sorta, perché c’è rischio di dare la stura a un profluvio di consimili tesi per lauree e per concorsi…»[2]. Ci sarà un motivo se insigni critici dannunziani hanno deprecato la Quellenforschung bollandola di grettezza e provincialismo, e se lo hanno fatto con tanta maggior veemenza quanto più fruttiferi erano state le loro stesse ricerche: Praz dileggia la meschinità dello «spennacchiatore di corone di lauro», De Michelis definisce «ritardatario e provinciale» il cercatore di fonti, posseduto tuttora dal «vecchio spirito del Thovez, denunziatorio e mentalmente meschino»[3]. E così via, quasi abbracciando preventivamente le ironie e le ostentate noncuranze dannunziane[4]. Per fortuna, oggi chi necessiti di salvacondotti teorici può trovare risolutivo soccorso nelle teorie dell’intertestualità (i più spericolati perfino in quelle del post-moderno)[5]. Ma il benestare epistemologico non mette l’investigatore di fonti dannunziane – come chiunque si impegni con foga in un qualsivoglia esercizio fin troppo minuto, ad alto rischio di autoreferenzialità/inutilità – al riparo da una sequela di effetti psicologici, a partire dall’effetto Rosenthal (o della profezia che si autoadempie o dell’aspettativa positiva), che può spiegare, per esempio, la diffusa inclinazione a chiamare in causa il Tommaseo-Bellini per ogni termine ricorrente sulla pagina dannunziana; o l’effetto alone (o di Thorndike), che spinge a ricondurre a una sorgente individuata l’intero circostante lessico riconducibile a una medesima area semantica, senza tener presente, per esempio, che possono ben sovrammettersi e incrociarsi contributi diversi, perfino adiafori; o, ancora, l’effetto stereotipia (o dell’irrigidimento del giudizio), che nella sua forma più ampia convince della totale e inesorabile dipendenza del testo dannunziano da una lettura o più letture antecedenti. Una vera e propria patologia della ricerca, da cui deriva una cascata di rischi che minacciano, nella prassi, il pedante etimologista dannunziano: il rischio totalitario (o del cercatore fanatico), ossia l’ambizione di trovare la provenienza di tutte le parole (fenomeno evidentemente paradossale e pleonastico, in quanto ab ovo ogni parola scritta è in un modo o nell’altro legata a una parola letta); il rischio solipsistico (o del cercatore ignorante), che fa a volte rinvenire fonti già trovate: evento dolorosamente frequente[6]; il rischio classificatorio (o del cercatore tassonomista), che induce a costringere in una tipologia coerente e conclusa tutti gli atti di lettura-scrittura: fonti conclamate e occulte, interne ed esterne, libri dello schermo e plagi travestiti da apocrifi, e così via, in una autentica demenza catalogatoria. Infine, il più mefistofelico dei rischi, quello del cercatore in delirio di onnipotenza: l’ossessione – cui si faceva cenno all’inizio – di cogliere, per via di decostruzione testuale e ricostruzione documentale, il momento esatto dell’idea, la genesi della scrittura.

Queste insidie e molte altre nascono dalla source investigation, e circolarmente generano ricerche compulsive, con sogni farneticanti di agnizioni e recuperi miracolosi, come quello che Guy Tosi racconta a proposito dell’opuscolo di Nerthal che fu per d’Annunzio primaria lettura wagneriana e che il critico francese trovò casualmente – la fortuna aiuta i competenti – su una bancarella.[7] Ovviamente, accanto ai rituali divinatori e alla bibliomanzia, non si trascurano gli aiuti – per quanto puramente strumentali e propedeutici – che più moderne tecnologie possono porgere: l’indagatore di ipotesti non benedirà mai abbastanza colui che ha misericordiosamente inserito tutte le versioni della Bibbia (compresa la traduzione di Giovanni Diodati, prediletta da d’Annunzio) in rete, con maschere di ricerca che consentono di enucleare sequenze di termini (sia qui detto per inciso: nel caso del lessico biblico l’effetto alone pare autorizzato, anche perché il Diodati offre un intero vocabolario già selezionato secondo criteri quantomai consoni al gusto linguistico dannunziano), e insieme a lui l’editore della LIZ e del Tommaseo-Bellini su cd e via ringraziando, dalla Biblioteca Marucelliana di Firenze[8] alla Biblioteca di Parigi fino a – bisogna finalmente ammetterlo – Google Libri[9].

Spesso, ça va  sans dire, il guadagno della ricerca è minimo rispetto al suo costo, e quasi sempre sono pretestuose le motivazioni: per esempio, a che vale invocare appigli filologici, quando gli orientamenti correttorî dannunziani – amplificazione, incremento quantitativo, letterarizzazione, variazione, stilizzazione e via dicendo – si conoscono ormai a menadito? E chi potrà mai aggiungere qualcosa a studi di vastità e accuratezza impressionanti? E se anche potesse, alla fin fine, a che scopo? Ammoniscono autorevoli maestri che la poetica dell’invenzione, una volta decretata, non ha bisogno di essere suffragata a ogni piè sospinto con dimostrazioni in corpore vili.

Il fatto è che le fonti non trovate, come l’isola gozzaniana, restano – doloranti – come spine, come rimpianti, immagini ambigue di irraggiungibile completezza e ordine inattingibile. Così, si finisce, in attesa di un’intuizione o almeno di un coup de hasard, per affastellare – come non si stancava di fare, mascherando la competenza con l’ironia, l’amico che qui ricordiamo – cumuli di «cartuccelle»[10].

Va da sé che gli esempi di fonte irreperita, nel mare magnum delle scritture dannunziane, sono pressoché infiniti, come quasi infinite sono le letture del «litteratissimo anche sotterra»[11]: nella Figlia di Iorio, per fare un esempio solo (ma particolarmente tormentoso, poiché la monomania intertestuale conosce ogni tipo di eccessi, compreso lo strascico di ricerca), le misteriosissime erbe Glaspi ed Egusa: la prima è forse Thlaspi? ma che c’entra poi l’isola di Favignana? Oppure, ancora, la cisterna di Nuva – memorabile, secondo l’ammonimento di uno zelatore della fede nel secondo episodio della Nave, ma non abbastanza, poiché resta allo stato sconosciuta. Ancora più bruciante il desiderio di spiegare geneticamente passi ripetuti a distanza di anni, come nell’orchestra degli strumenti estinti, già allusa nella favola di Ornitio nel Fuoco e richiamata poi nel Libro segreto, proprio insieme a quella favola, a proposito del progetto del secondo dei «Romanzi del Melograno»[12]. Il cenno che l’autore fa – nel Libro segreto, come già in un taccuino del 1870 – a una fonte concreta («un di que’ meravigliosi libercoli del Secento erudito simili a un catalogo, a un favolello, a un orbis doctrinarum» scoperto, al tempo degli «studii per scrivere ‘Il fuoco’», a Venezia, in «un fondachetto d’antiquario libraio sul fianco della basilica dalla parte dell’Orologio») accresce l’appetito in chi sappia che quasi sempre, in questi casi, la fonte esiste davvero, per quanto quasi sempre diversa dall’annuncio che ne viene fatto. Nel libro fortunosamente trovato, prosegue d’Annunzio, «V’eran i nomi de’ settecento strumenti scomparsi con gli inventori. V’erano sette orchestre inaudite»[13]. Ma quale libro? Nella Biblioteca del Vittoriale, peraltro, non risulta presente nemmeno la Musurgia universalis di Athanasius Kircher (peraltro certo non definibile «libercolo») compresa nell’elenco di libri di musica stilata in un taccuino del 1897[14], opera nella quale avrebbe potuto in ogni caso rintracciare solo pochissimi dei «settecento strumenti». Il dizionario o catalogo o favolello resta così, per ora e per quanto se ne sa, sconosciuto[15].

Se rimaniamo al Libro segreto, troveremo sovrabbondanza di fonti misteriose, in virtù della struttura accumulatoria del libro nonché della sua sostanza epigonale e frammentizia, che prevede intenzionali omissioni, allusioni, dissimulazioni. Misteriosissima, tra molto altro, rimane per esempio la «Ciniza», «animale musico», per la quale  viene in mente addirittura una possibile alternativa «Cìnira» (dal lat. tardo ciny̆ra, gr. κινύρα, voce di origine semitica che indica uno strumento musicale a corde, pizzicate o suonate col plettro, anticamente in uso presso popoli orientali: ma la Ciniza sembrerebbe piuttosto strumento a fiato) quando non una spiegazione vertiginosamente metaforica; altrettanto ignota l’identità del connesso amico Bosue che è poi, in realtà, un «Benv.», come dimostra una carta d’archivio recante anche, in italiano, il passo poi in spagnolo («Furia de cendra a travès del fuego») nel testo definitivo[16].

Non solo nel Libro segreto, certo, e non solo in d’Annunzio, il gioco degli adombramenti, mascheramenti, depistamenti risulta costituitivo della biunivoca relazione testuale tra stesura e ricezione; ma è sempre evidente come d’Annunzio giochi con ammirevole e spregiudicata perizia. In certe sue pagine, com’è noto, la radice testuale appare addirittura sciorinata: si prenda – sempre nel Segreto – l’episodio grandguignolesco di Jeanne de Valois. Se ne rammenti l’incipit: « Un abate francioso — autore di una istoria delle Amazoni — afferma che nella Cappadocia rimase una specie di discendenza degenere pur conservando i costumi delle originarie eroine»[17].

Come informa già il persuasivo commento di Pietro Gibellini, il libro dell’”abate francioso» è l’Histoire des Amazones anciennes et modernes (Paris, chez Jean Villette, rue S. Jacques, vis-à-vis les Mathurins, à la Croix d’Or & à S. Bernard, MDCCXL, avec Aprobation et privilege du Roi) di Claude-Marie Guyon[18]. Il volume non risulta nella Biblioteca del Vittoriale, e del resto si è già avuto modo di rilevare come in questo caso la fonte esibita ne nasconda una reale e letterale, ossia il sonetto Thalestris di Theodore De Banville, da Les Princess[19]. Tradotto in prosa, il sonetto Thalestris – che offre anche il nome con cui d’Annunzio battezza la contessa – fornisce infatti l’intera parte iniziale della digressione, incluso il riferimento bibliografico:

Il en resta néanmoins dans la Cappadoce une spèce

de rejeton qui conserva les moeurs et les entiments

des premières.

L’Abbé Guyon, Histoire des amazones.

 

Les Amazones sur leurs casques aux clous d’or

Ont une hydre de fer ouvrant sa gueule atroce,

Ou quelque mufle noir de tigre ou de molosse,

Ou parfois un vautour au fulgurant essor.

 

Mais serrant son bel arc géant, comme un trésor,

Sur son sein de guerrière indocile et féroce,

La grande Thalestris, qui règne en Cappadoce,

Pour les combats sacrés se pare mieux encor.

 

Épars et dénoués sur sa riche cuirasse,

Ses cheveux, que le vent furieux embarrasse,

Débordent au hasard de leur flot souverain

 

Son cou, fort et superbe entre ceux qu’on renomme,

Et son casque hideux, sur l’invincible airain,

Pour exciter l’horreur porte un visage d’homme.

 

L’episodio dannunziano inizia infatti con questa descrizione: «Usavano queste portar su la casside un’idra, o una fauce di tigre, o un teschio di molosso, o un avoltoio dalle aperte ali. ma Thalestris, per superar d’orrore e di minaccia ogni altra insegna, portava in guisa di cimiere un viso d’uomo» (p. 84).

La fattispecie è significativa, tra l’altro, di un caratteristico rapporto tra uso linguistico-stilistico e uso referenziale del testo fruito: l’operazione con cui d’Annunzio riduce il precedente (pure assunto anche sul piano stilistico in virtù del carattere intensamente espressivo della prosa in questa zona del Segreto)  a funzione eminentemente pragmatica costituisce una curiosa inversione rispetto al normale procedere dannunziano, tendente di solito a mettere in ombra le fonti sul piano letterario meno autorevoli. A meno che – ed è probabile – lo scambio Guyon/Banville non finisca per accreditare semplicemente un uso delle letture ancor più libero e spregiudicato di quanto si conosca. In ogni modo, l’epigrafe banvilliana è sufficiente per l’uso che d’Annunzio fa del documento storico, del quale pure fornisce subito le più minute indicazioni bibliografiche: «L’istoria dell’abate fu impressa, se non mi inganna il frontispizio un po’ guasto, in Parigi ‘par la Compagnie des Libraires — avec approbation et privilege du Roi’ 28 nell’anno 1756 presso una socia di nome ‘Veuve  Bordelet vis-a-vis les Jesuites’» (p. 91).

Il frontespizio lo inganna davvero, perché il libro viene edito, si è visto, nel 1740 (e non si ha fin qui tracia di edizioni successive), ma ovviamente lo spostamento in avanti serve a far corrispondere la data all’anno di nascita di Jeanne de Valois[20]. Cosa abbia acceso l’interesse di d’Annunzio per la contessa de La Motte, coinvolta nel celeberrimo affare della corona di Maria Antonietta, è difficile ipotizzare senza cadere nella patologica brama – di cui prima si diceva – di illuminare il concepimento creativo. E’ sicuramente opportuno, per spiegare la trasformazione dell‘avventurosa nobildonna in Thalestris, richiamare l’Amazzone per eccellenza, Natalie Clifford Barney, di cui al Vittoriale si trovano, con copiosi segni di lettura, i Pensées d’une amazone (Paris, 1921: e non si dimentichino, sempre al Vittoriale, le opere di Remy de Gormount, Lettres à l’Amazone, Paris, 1917, con dedica a d’Annunzio della stessa Natalie Barney, e Lettres intimes à l’Amazone, Paris, 1927, con dedica dell’autore)[21]. Ma la raccolta propedeutica di dati e informazioni, così tipica delle procedure compositive dannunziane, segue direzioni diverse, per tradursi poi in contenuti e, in certi casi, in stile. Al Vittoriale, d’Annunzio poteva disporre di materiali di prima mano, a partire da opuscoli sul caso, legati insieme in una miscellanea sulla rivoluzione francese: Jeanne de La Motte, comtesse de Saint-Rémy de Valois, Sécond mémoire justificatif (A Londres, 1790), con il memoriale dell’avvocato Doillot, Mémoire … pour dame Jeanne de Saint Remy de Valois … pour l’affaire du meux collier (S.l., 1785)[22].

Non sembra tuttavia che i particolari della storia dell’Amazzone vengano al Segreto da questi libretti. D’Annunzio d’altra parte dichiara subito la selettività della narrazione: «Non seguo se non il suo fato amazonio. lascio perdere nella chiavica la collana della Regina ridotta in pezzi dagli spaventi dolosi di Maria Antonietta» (p. 85).

Così, l’intera vita di Jeanne de Valois – la discendenza regale, la miseria nell’infanzia, la rocambolesca ascesa fino alla corte di Maria Antonietta – viene sintetizzata al massimo nella formula «del sangue regale dei Valois». Il requisito genealogico è ovviamente in rilievo in tutti i resoconti dell’aggrovigliato affare, per esempio nel volume L’affaire du Collier di Frantz Funck Brentano, conservato (con ex libris) al Vittoriale e – come si vedrà – senza dubbio tenuto presente da d’Annunzio[23]. Qui il riferimento quasi rituale compare fin dall’inizio: « Pitié pour une pauvre orpheline du sang des Valois!»[24]. A maggior ragione, la formula ricorre nella trasposizione romanzesca di Alexandre Dumas padre, Le collier de la reine, presente nelle Œuvres complétes al Vittoriale: «car je suis bien véritablement du sang des Valois »[25].

Continua d’Annunzio, sempre in scorcio: «lascio alla lotta audace e seguace della lunga procedura la Comtesse Jeanne de La Motte de Luz de Saint Remy de Valois” (p. 85). Il nome dell’avventuriera completo di titoli è, naturalmente, ovunque, e anche nel Grand Dictionnaire Universel du XIXe siècle, il celebre Grand Larousse, che si trova al Vittoriale e che alla contessa dedica una voce a parte, così intitolata: «Jeanne de Luz, de Saint’Rémy, de Valois, comtesse de La Motte » [26]. Il quarto dei numerosi tomi del Larousse maggiore dedica però una voce assai più ampia all’affare della collana, con rimando alla voce biografica riservata alla contessa. Ed è proprio il Grand Larousse, con pochissimi dubbi, una delle principali fonti evenemenziali dell’episodio nel Segreto, sebbene  – secondo le consuetudini dannunziane – non la sola.

Scrive d’Annunzio: Non dopo la sua condanna alla fustigazione al marchio d’infamia e al perpetuo serrame in un ospedale, ma quando nella carcere di custodia le fu letta la sentenza atroce, Thalestris subitamente si mostrò di statura e di possa formidabile» (p. 86).

Si legge nel Grand Larousse alla voce Collier, affaire du: «Mme de La Motte, fouettée, marquée, et enfermée à perpétuité dans un hopital [...]»; e ancora : « Mme de La Motte, comdannée à etre fouettée, marquée et enfermée à la Salpétriere pour le reste de ses jours». L’informazione, tuttavia, è reperibile anche nel volume di Funck Brentano, dove il procuratore chiede «contre la comtesse de la Motte la peine du fouet, la marque au fer brûlant sur les épaules et la détention perpétuelle à la Salpétrière». E più avanti, con maggior ampiezza: «Jeanne de Valois de Saint-Rémy , comtesse de la Motte et de la Pénicière, fut condamnée, à l’unanimité des voix, à être fouettée nue par le bourreau, marquée sur les épaules de la lettre V (voleuse), enfermée à la Salpêtrière pour le reste de ses jours et à voir tous ses biens confisqués».

La furia di Jeanne echeggia, nel racconto dannunziano, in uno scenario da romanzo gotico:

 

Gli impeti del suo furore scotevano le muraglie lugubri cosi che gli urli e le accuse e le ingiurie e le minacce e le bestemmie sembravano non riscoppiar da una fauce sola ma risollevar da tutti gli echi delle segrete e de’pozzi e de’ trabocchi e delle cisterne irte di punte o folte di bestie turpi il clamore della ribellione e della tradizione, l’ululato del rogo e della tortura, lo stridio della giustizia e dell’ingiustizia, il discordo dell’imprecante e supplicante dolore, dell’innocenza e della scelleranza, dell’orgoglio e della codardia, in piu di cinque secoli tiranni, dal conestabile al vescovo, dall’eretico al regicida, dal ladrone al monetario. (p. 86)

 

Funck Brentano sottolinea l’indomito vigore di Jeanne anche durante il processo:

 

A l’instruction, Mme de la Motte fit une défense étonnante de présence d’esprit et d’énergie. Durant cette procédure de plusieurs mois, où elle fut presque journellement sur la sellette, elle ne se découragea pas un instant. Elle tint tête à tous les témoins. [...] Une scène terrible fut la confrontation du 12 avril à la d’Oliva et à Villette. Pressée par leurs déclarations, concordantes, Jeanne dut finalement avouer la scène du Bosquet. Jusqu’alors elle l’avait obstinément niée; mais l’aveu ne sortit qu’après mille cris de rage et des contorsions, au bout desquels elle eut un évanouissement. On courut chercher du vinaigre. Saint-Jean, porte-clef de la Bastille, la prit enfin dans ses bras pour la porter dans sa chambre. Mais à peine l’eut-il saisie, que, revenant à elle, Jeanne le mordit dans le cou jusqu’au sang[27].

 

Al racconto cruento dell’esecuzione, poi, lo storico francese dedica un intero capitolo: «En apprenant l’acquittenient du cardinal, elle entra dans un tel accès de fureur qu’elle saisit son pot de chambre et se le brisa sur la figure. Ses membres frissonnaient. Le sang lui coulait du visage» [28].

Ed ecco le parole di d’Annunzio, che connettono l’elemento amazzonio con l’atroce castigo:

i giudici i carcerieri gli esecutori i birri, e simile marmaglia, percossero sfregiarono strangolarono a mezzo l’ultima regina delle Amazoni. imperversava ella con una voce di tuono inesausta. obbrobrii improperii vituperii non restavano, non cessavano, né affiocavano, simili alle cento lingue della fiamma vindice.

Atterrata, schiacciata, tenuta per i capelli, patì al fine dai manigoldi il bavaglio. trascinata fu sul palco, dinanzi il Palagio di Giustizia, per esser fustigata e marchiata. il bavaglio non le impediva l’urlo continuo, mentre la indomita si dibatteva si torceva si scrollava con tanta furia che il marchio rovente mancò la spalla per imprimersi quasi intiero nel luogo della mammella amazonia, su la purità del petto amazonio serbato alla corda dell’arco infallibile. (pp. 86-87)

Questa la narrazione del supplizio nel Larousse :

Elle s’y attendait si peu, que quand on vint pour lui lire sa sentence, le 21 juin, elle entra dans d’inexprimables accès de fureur. L’exécution donna lieu aux scènes les plus hideuses. La condamnée se déchaîna contre la reine et le baron de Breteuil elle prononça leurs noms avec des imputations atroces et des imprécations. [...] Il fallut la lier de cordes et l’accabler de mauvais traitements. Au milieu de ses cris, elle prononça cette parole étrange « C’est ma faute si je subis cette ignominie j je n’avais qu’un mot à dire et j’étais pendue.. [...] Le juge qui présidait à l’exécution mit fin à ses imputations atroces en la faisant bâillonner. On la porta alors sur l’échafaud dressé dans la cour du Mai, devant le Palais de Justice, pour y être fouettée et marquée. Elle poussait des hurlements inarticulés et se débattait avec des mouvements si convulsifs, que le fer rouge glissa sur son épaule et s’imprima presque entièrement sur son sein.

E ancora Funck Brentano, sulla lettura della sentenza:

Elle change de couleur. Un flot d’injures coule de ses lèvres. Elle mord ceux qui l’approchent, déchire ses vêtements, s’arrache les cheveux. Les bourreaux sont obligés de la faire agenouiller de force, en lui mettant les mains sur les épaules et l’un d’eux lui ayant donné un grand coup sur les jarrets. Ils parviennent à la maintenir, tant bien que mal, dans cette posture durant la lecture de l’arrêt. Quand le greffier vint au passage où il était dit qu’elle serait fouettée et marquée, sa fureur éclata : «C’est le sang des Valois que vous traitez ainsi!» Et, s’adressant frémissante aux passants que la cérémonie avait retenus: «Souffrircz-vous que l’on traite ainsi le sang de vos rois? arrachez-moi à mes bourreaux!» «Elle jetait des cris si terribles qu’on les entendait dans tout le Palais. » —  Elle vomissait des injures contre tout le Parlement, le cardinal et encore quelqu’un de plus sacré[29].

 

Lo storico francese – autore anche del catalogo degli archivi della Bastiglia – non risparmia, nella narrazione della pena, le circostanze truculente né quelle provocanti:

 

               Elle se défendait comme un lion, des pieds, des mains, des dents, et de telle façon qu'ils ont été obligés de couper ses vêtements et jusqu'à sa chemise, ce qui a été de la plus grande indécence pour tous les spectateurs. « On lui mit la corde au cou. Quelques coups de verge furent appliqués sur ses épaules qui se marbrèrent de lignes rouges. Dans ce moment elle échappa aux mains de fer qui la tenaient et se roula sur le sol dans d'affreuses convulsions. « Le bourreau devait la suivre par terre en proportion de ce qu'elle roulait. » Quand on s'apprêta à lui imprimer sur les épaules la lettre V, elle était couchée sur les dalles de la cour, au pied du grand escalier, à plat ventre, son jupon retroussé. « Elle découvrait tout son corps qui était superbe et avait les plus belles formes, » note le libraire Ruault, ravi de voir tout ça. Et devant l'éclat de ces cuisses blanches, dans l'épouvante silencieuse, un loustic lance une obscénité. La chair délicate fume sous le fer rouge. Une légère vapeur bleuâtre se mêle aux cheveux dénoués. Les yeux injectés de sang semblaient sortir de la tête, les lèvres grimaçaient atrocement. Tout le corps dans ce moment eut une telle convulsion que la lettre V fut appliquée la seconde fois, non sur l'épaule, mais sur le sein, «sur son beau sein», dit le libraire Riiault. Jeanne eut un dernier soubresaut. Elle tomba sur l’épaule de l’un des bourreaux et trouva encore la force de le mordre, à travers la veste, jusqu'au sang. Puis elle s'évanouit[30]. (pp. 342-343)

 

E’ appena il caso di sottolineare la difficoltà di stabilire, in una congerie di fonti possibili e accessibili, quale sia la privilegiata. In questo caso, è verosimile che ai tomi di tipo pragmatico vada aggiunto il romanzo di Dumas già rammentato. Ecco la lettura della sentenza in Dumas, ovviamente anch’egli palese debitore a esposizioni di cronaca e di storia:

 

Un bras de chacun de ces hommes saisit Jeanne sous les épaules et la traîna au milieu de la salle, malgré ses cris et ses hurlements. [...]

– Je ne laisserai jamais lire une sentence qui me condamne à l’infamie, cria Jeanne en se débattant avec une force surhumaine. Et joignant l’action à la menace, elle domina la voix du greffier par des rugissements et des cris d’une telle acuité, que pas un mot de ce qu’il lut elle ne l’entendit.

 

La brutalità dei carnefici e la reazione della contessa:

 

À peine le greffier avait-il achevé ce mot, que les deux exécuteurs s’emparèrent de Jeanne et l’enlevèrent pour la porter du côté de la galerie qu’elle avait aperçue. La défense qu’elle opposa, il faut renoncer à la dépeindre. Cette femme qui, dans la vie ordinaire, s’évanouissait pour une égratignure, supporta pendant près d’une heure les mauvais traitements et les coups des deux exécuteurs; elle fut traînée jusqu’à la porte extérieure sans avoir un moment cessé de pousser les plus effrayantes clameurs.

 

Infine, la pubblica esecuzione, amplificata nei dettagli secondo le esigenze del romanzesco pretto:

 

En même temps le bourreau déchirait, ne pouvant l’ouvrir, la robe de la comtesse; et tandis qu’il écartait d’une main tremblante l’étoffe en lambeaux, il essayait de prendre le fer ardent que lui offrait son aide.

Mais Jeanne se ruait sur cet homme, le faisant toujours reculer, car il n’osait la toucher ; en sorte que le bourreau, désespérant de prendre l’outil sinistre, commençait à écouter si dans les rangs de la foule surgirait quelque anathème contre lui. L’amour-propre le préoccupait.

La foule, palpitante et commençant à admirer la vigoureuse défense de cette femme, frémissait d’une sourde impatience ; le greffier avait descendu l’échelle ; les soldats regardaient le spectacle : c’était un désordre, une confusion qui présentaient un aspect menaçant.

– Finissez-en ! cria une voix partie du premier rang de la foule.

Voix impérieuse, que sans doute reconnut le bourreau, car, renversant Jeanne par un élan vigoureux, il la plia en deux et lui courba la tête avec sa main gauche.

Elle se releva, plus ardente que le fer dont on la menaçait, et, d’une voix qui domina tout le tumulte de la place, toutes les imprécations des maladroits bourreaux:

– Lâches Français! s’écria-t-elle, vous ne me défendez pas! Vous me laissez torturer!

 

La componente sadica e spettacolare – condensata nelle poche righe dannunziane  – viene anche qui enfatizzata :

 

le commissaire s’élança sur l’échafaud, suivi d’agents qui bâillonnèrent la misérable, et la livrèrent toute palpitante, toute meurtrie, le visage gonflé, livide, sanglant, aux deux exécuteurs, dont l’un avait de nouveau courbé sa victime; en même temps, il saisit le fer que son aide réussit à lui donner.

Mais Jeanne profita, comme une couleuvre, de l’insuffisance de cette main qui lui serrait la nuque; elle bondit une dernière fois, et se retournant avec une joie frénétique, offrit sa poitrine au bourreau en le regardant d’un œil provocateur ; de sorte que l’instrument fatal, qui descendait sur son épaule, la vint frapper au sein droit, imprima son sillon fumeux et dévorant dans la chair vive, en arrachant à la victime, malgré le bâillon, un de ces hurlements qui n’ont d’équivalent dans aucune des intonations que puisse reproduire la voix humaine.

Jeanne s’affaissa sous la douleur, sous la honte. Elle était vaincue. Ses lèvres ne laissèrent plus échapper un son, ses membres n’eurent plus un tressaillement ; elle était bien évanouie, cette fois.

Le bourreau l’emporta, pliée en deux, sur son épaule, et descendit avec elle, d’un pas incertain, l’échelle d’ignominie.

 

Dumas lascia la suppliziata (non senza insinuare sospetti sulla sua reale identità, affidati a due spettatori d’eccezione come Marat e Robespierre) sulla soglia della Conciergerie. D’Annunzio invece ne segue le vicende, approfittando – qui è evidente –  di altre fonti: «Livida e sanguinante, tuttora legata e imbavagliata, Thalestris fu condotta in una carretta di beccaio al vecchio Ospedale che prende il nome dal salnitro» (p. 87).

Al riguardo, Funck Brentano si limita a registrare: «Et Jeanne est conduite en prison” (p. 343). L’affaire du collier non può dunque, in questo preciso caso, aver soccorso d’Annunzio, più probabilmente aiutato dalla voce del Grand Larousse: «Elle fut ensuite conduite à la Salpêtrière, couverte de sang et meurtrie de contusions». Prosegue poi d’Annunzio: «Rinchiusa in una specie di casamatta, segregata dal secolo, al tutto fuori del mondo, ella non cessava d’imprecare accusare ingiuriare minacciare, ridendosi dei castighi, beffandosi delle rappresaglie, alternando le notti insonni co’ profondi letarghi» (p. 87). Anche qui, probabilmente, segue la voce Collier del dizionario: «Elle fut […] renfermée dans une casemate isolée, sans communication qu’avec les personnes chargées de la nourrir et de réprimer, par des châtiments souvent répétés, le flux désordonné de sa langue envenimée».

Ma l’indomabile Amazzone offre altre suggestioni alle cronache e ai narratori, e d’Annunzio senz’altro le accoglie:

Grandi le meraviglie, lepide furono e discordi le dicerie, irriverenti i motteggi i sospetti i supposti contro quell’Austriaca già devota al patibolo che tuttora sbigottivano i resti della Collana e le perfidie dei gioiellieri di Londra, quando si scoperse improvviso lo scampo della Spiritata dalla sua casamatta in pieno giorno [udite! udite!] travestita da maschio. (p. 87)

 

Informa il Grand Larousse:

Cependant, quelque temps après, le public apprit avec étonnement que Mme de La Motte
s était évadée de la Salpêtrière, déguisée en homme. Une telle évasion, accomplie en plein jour et qui ne donna lieu à aucune enquete, à aucune punition, fut généralement regardée comme ayant été favorisée par la reine.  Il y a si peu de doute à cet égard, et la chose est si mollement controversée, qu’il nous sem-ble inutile d’entamer une discussion à ce sujet. Mme Campan avoue qu’on laissa évader la comtesse. Seulement, en disant que ce fut peu de jours après son entrée à l’hôpital, elle ajoute une erreur de plus à toutes celles qu’enregistrent imperturbablement tous les historiens de cette affaire. En réalité, Mme de La Motte demeura près d’une année à la Salpêtrière. Plusieurs versions circulèrent dans le public sur les détails de son évasion, et des plaisants prétendirent qu’en la conduisant dehors sous son déguisement d’homme la supérieure ou une sœur de l’hôpital lui aurait dit avec naïveté «Adieu, madame, et prenez garde de vous faire remarquer».

Altri intrighi registra anche d’Annunzio:

Aveva potuto non difficilmente rifugiarsi a Londra. non era riescito il sire d’Annour a condurle nella carcere dell’Ospedale la dama di Lamballe portatrice d’oro e di consiglio? e più tardi, quando 1’Amazone rinvelenì nel rancore contro l’Austriaca per quel marchio infame che rinnovato avea la cicatrice dell’antica torcia, quando apprestò le vendette scrivendo le sue Memorie inagrite dall’acerrima complicità d’altri esuli, non sopraggiunse la dama di Polignac a comperare il silenzio con oro patteggiato senza parsimonia? (p.87)

 

La notizia è offerta una volta ancora dalla voce del Grand Dictionnaire:

Ce qui parait certain, c’est que la supérieure s’intéressa à elle et la regarda comme une victime de la reine. On rapporte que quelque temps après Mme de Lamballe aurait été envoyée par Marie-Antoinette à la Salpêtrière pour offrir de l’argent à la prisonnière, et que la supérieure s’opposa à cette entrevue.

E ancora:

Mme de La Motte, quoique persuadée qu’elle devait son évasion à la reine, n’en conservait pas moins un amer ressentiment de la flétrissure qu elle avait subie. Arrivée à Londres et réunie à son époux elle s’occupa activement de rédiger ses Mémoires, écrits, assure-t-on, de concert avec M. de Calonne, l’ex-ministre exilé devenu l’un des innombrables ennemis de la reine.  La nouvelle de cette menaçante publication vint bientôt porter le trouble à la cour le France. Des négociations furent ouvertes pour empêcher à prix d’or l’apparition de ce pamphlet. La duchesse’ du Polignac, sous le prétexte de prendre les eaux de Bath, passa en Angleterre et remit aux époux La Motte les sommes convenues, pour payer un silence qui ne fut pas gardé.

Le pamphlet fut imprimé un peu plus tard, et l’édition entière vendue à la cour par le
libraire Gueftier, au commencement de la Révolution. L’intendant de la liste civile, de Laporte, chargé de la destruction, imagina fort maladroitement de faire brûler le tout dans les fours de la manufacture de Sèvres, moins un exemplaire qui fut saisi chez lui lors de son arrestation, et qui servit aux réimpressions qui ont été faites depuis. Dans ces mémoires, plus ou moins modifiés, suivant les éditions, Mme de La Motte accusait formellement la reine. Que peut-il y avoir de vrai dans ces accusations? Il serait, croyons-nous, difficile de le vérifier. En tout état de cause, ce n’est point dand de tels livres, manifestement em”prcînts de passions haineuses, que nous irons chercher des renseignements.

 

Più sintetica, al solito, la voce biografica del grande Larousse:

Arrêtée, condamnée, elle s’évada, comme on le sait, de la Salpètrière, probablement avec la connivence de l’autorité (1787), et se réfugia a Londres, où elle retrouva son digne époux, qui, lui, n’avait pas été arrêté, mais avait jugé prudent de passer à l’étranger. On sait aussi qu’elle rédigea des Mémoires, où elle accusait formellement Marie-Antoinette de complicité dans l’affaire du collier, et que ce pamphlet, dont l’édition entière fut rachetée à prix d’or par la cour de France, fut néanmoins réimprimé à plusieurs éditions, sous le titre de Vie de la comtesse de La Motte, d’après quelques exemplaires qui avaient échappéaia destruction.

Compendia all’estremo d’Annunzio, dichiarando le ellissi: «Tralascio l’osservanza del patto composto senza il latino tangere dextras; tralascio il tentativo di ritorno in Francia a far bandiera di ricatto contro il patto; tralascio le dubbie avventure» (p. 87). Breve anche la voce onomastica del Grand Larousse: «A la fin de 1789, la comtesse était venue à Paris, au grand effroi de Marie-Antoinette. La fameuse aventurière voulait, disait-on, faire reviser son procès; mais on parvint a la faire repartir, probablement en la soudoyant de nouveau. Elle eut encore de nouvelles aventures dont le détail est peu connu». Come al solito, ben più ricca la voce Collier:

Précédemment, à la fin de 1789, on avait appris tout à coup que la fameuse aventurière
était à Paris, on ne sait trop dans quel but. On la fit menacer par Mirabeau d’être arrêtée
comme relapse, et elle repartit pour Londres. Cette apparition inattendue avait causé à Marie-Antoinette une indicible terreur. L’année suivante, en novembre, Mirabeau apprend ou feint d’apprendre que cette femme est revenue il fait passer à la cour des notes à ce sujet (v. sa Correspondance avec le comte de La Mark), et il insinue que La Fayette, d’Orléans, d’Aiguillon, etc. pourraient bien être les fauteurs dé quelque, nouvelle machination. M. de La Mark écrit de son côté au comte de Mercy-Argenteau, ambassadeur autrichien et  le mentor de Marie-Antoinette, que Mme de La Motte devait s’adresser à l’Assemblée pour la révision de son procès, et que cette intrigue se lie à des projets des ennemis de la reine, qui veulent soulever dans l’Assemblée la question de la régence et celle du divorce du roi. Mais on mit inutilement la police sur pied, et il est fort probable que ce retour de Mme de La Motte n’était qu’une fable de Mirabeau, qui voulait exploiter les terreurs de la reine dans l’intérêt de son influence et de son ambition. Cette princesse lui sut gré, en effet, du zèle qu’il affecta, et son épouvante se trahit dans ses lettres à son frère Léopold, auquel elle écrit La révision de cet abominable procès aurait mis le feu aux poudres.

Al di là degli eventi storici, lo spazio dell’invenzione si apre per d’Annunzio nella scena del suicidio. Riguardo alla morte della contessa de La Motte, le narrazioni sono piuttosto sbrigative; il Larousse, alla voce Collier, nota solo: « Quoi qu’il en soit, il ne fut plus question de Mme de La Motte, qui mourut à Londres en 1791. (V. dans ce Dictionnaire l’article qui lui est consacré.)”. E a quella voce: « Il y a aussi diverses versions sur sa fin; mais la plus généralement admise, c’est qu’elle périt à Londres, en 1791, en tombant d’une fenêtre dans la rue ».

Appena più circostanziato Jacques-Claude Beugnot – dell’avvocato e uomo politico francese che nel complicato affare della collana ebbe parte – nelle proprie Mémoires: « Elle mourut à Londres en 1791, à l’age de trentequatre ans, des suites d’une chute affreuse qu’elle avait faite dans un accès de fièvre chaude »[31].

Il volume di Beugnot  non è al Vittoriale, che di lui conserva invece i due volumi di Assises des Jerusalem (Paris, 1841-43, con ex libris Gabrielis nuncii e cartigli). Ma Beugnot compare in queste pagine del Segreto in relazione a un dato assai rilevante: «Ultima delle Amazoni Jeanne de Valois nacque con una sola mammella, con la sinistra, com’è nei ‘Mémoires’ di Claude Beugnot che l’ebbe senza camicia nelle sue braccia e com’è confermato da ben altri testimonii nella successione degli anni» (p. 85). E’ di fatto proprio Buagnot a rivelare, e proprio nelle Memoires, la singolarità anatomica della contessa, così adatto alla metamorfosi in Thalestris: «Par un singulier caprice, la nature en formant sa gorge, s’était arrêtée à la moitié de l’ouvrage, et cette moitié faisait regretter l’autre»[32].

Da qui dunque proviene l’informazione topica sul seno della contessa, tendenziosamente letta da d’Annunzio: non esiguità delle mammelle, bensì mancanza di una delle due, e quindi conformazione amazonia, celeberrima e repertoriata, tra tutti, anche dal Tommaseo/Bellini s.v. amazzone: « Le Amazzoni favoleggiavansi popolo tutto di donne guerriere, prima lungo il Tanai, poi lungo il Termodonte. Dal mortificarsi, nell’infanzia, la mammella diritta per meglio trar d’arco, o dal vivere insieme (ecc.)». Resta invece da accertare chi siano – e se davvero vi siano – i successivi «ben altri testimonii».

Il fattore – il seno scarso di Jeanne, trasformato in solitario – potrebbe essere germinativo dell’intera sequenza. Tuttavia il volume di Beugneot, si è detto, non era nella disponibilità immediata di d’Annunzio, che pertanto deve averlo trovato altrove. Per esempio, ancora in Funck Brentano:

«‘‘Son sourire allait au cœur,ˮ dit Beugnot, qui en parle d’expérience. Sa gorge eût été à souhait s’il y en avait eu davantage; mais, comme l’observe encore Beugnot, ‘‘la nature s’était arrêtée à moitié de l’ouvrage et cette moitié faisait regretter l’autreˮ». (p. 83)

Qui il percorso di lettura e consultazione appare pressoché certo. Ma la molteplicità di fonti è per il rimanente, come si è detto, indubbia, e non sempre si discerne la privilegiata: si consideri, per esempio, l’appellativo osceno dell’amante di Jeanne, la quale d’Annunzio dice tramutata «in un’altra figlia del Sole cupida del toro, se quell’osceno suo Réteaux de Villette merita dalle croniche il soprannome di ‘Taureau de la petite-fille des Valois’» (p. 85). L’epiteto non proviene da Funck Brentano, reticente su questo particolare: «Rétaux servait de secrétaire à Mme de la Motte, et nous avons des raisons de croire qu’auprès d’elle ses fonctions allaient plus loin. L’inspecteur Ouidor, qui était chargé de la police des filles, procéda dans la suite à l’arrestation de Rétaux à Genève. Très expert en ces matières, il note les rapports du jeune secrétaire avec la dame qui l’employait, d’une expression pittoresque et vigoureuse qu’on ne peut reproduire ici» (p. 126). E’ in questo caso meno prude il Grand Larousse, alla voce Collier: «Reteaux de Villette, familiar de La Motte, confident intime de la petit-fille de Valois, et que les notes de police qualifient, avec un cynisme brutal, de taureau de Mme La Motte».

Questi, dunque, in buona parte, i materiali per l’episodio di Jeanne de Valois. Il trattamento linguistico di essi, poi, potrebbe perfino meritare indagini specifiche, che vadano oltre la mera esplorazione (con tutti i rischi connessi e già detti) di antigrafi.

A ogni modo, non appena determinata (o appena convinti di averlo fatto) una matrice, ci si sposta – per uno o più degli effetti e rischi prima enumerati – insaziabili su un altro enigma: per esempio, chi è il misterioso Gabriel Alain d’Annour  che ottiene dal conte Cagliostro « la mammella alchimiata dell’ultima Amazone»? Sotto la trasparentissima maschera autobiografica del « giovine gentiluomo di Sciampagna ornato di tutte lettere» e per giunta « non privo di nome, dietro la riconoscibile passione per i seni femminili singolarmente presi[33], esiste un antecessore letterario? E, ben più in generale: alla fine, quale frutto porta tutto questo affaccendarsi, quale risultato da opporre validamente a chi sostiene che, una volta individuato il metodo, i referti non sono più necessari? Si potrebbero, per preparare una risposta, ricordare alcuni degli intenti – in fondo non ignobili – accennati in apertura: lo sforzo di scrutare l’origine dell’opera, l’impegno di seguirne i passi e le logiche di costruzione; si potrebbe ragionare di verifica quanto più possibile vasta della memoria del poeta, del suo utilizzo della tradizione precedente e della sua incidenza in quella futura ; e si potrebbe addirittura, per concludere, chiamare in causa il senso stesso della ricerca che, se non si accontenta di ammassare risultati grezzi, nemmeno si appaga di una legge teorica formulata una volta per tutte bensì la sperimenta senza sosta e così la fa fruttare. E una volta detto e ridetto tutto questo e altro, il cercatore ossessivo di fonti potrebbe aggiungere, tra le proprie ragioni, il personalissimo godimento che un altro amico e maestro non dimenticato non esitò anni fa a definire il più pieno dei migliori piaceri, sebbene – come quelli – effimero e segreto[34].

 

 

 


[1] Paul VALERY, Présentation du «Musée de la litterature», in id., Œuvres, Paris, Gallimard, 1968-70, II, p. 1145.

[2] Benedetto CROCE, Poesia poetica e poesia letteraria, “Quaderni della critica”, n. 16, 1950, pp. 91-92.

[3] Cfr. Mario PRAZ,  D’Annunzio e «l’amor sensuale della parola», in La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Firenze, Sansoni, 1988, p. 379 (1^ ed. Milano-Roma, Società Editrice «La Cultura»1930); Eurialo DE MICHELIS, Guida a d’Annunzio, Torino, Albert Meynier, 1988, p. 301 (con il titolo Tutto d’Annunzio, Milano, Feltrinelli, 1960).

[4] L’atteggiamento di d’Annunzio nei confronti dei precoci svelatori è naturalmente più complesso: per esempio, a proposito dei famosi articoli di Enrico Thovez (il quale, com’è noto, iniziò con La farsa del Superuomo, il 7 dicembre 1895, sulla “Gazzetta Letteraria” di Torino, una lunga e documentata denuncia dei plagi dannunziani, che proseguì e culminò nel gennaio del 1896, con echi anche oltreconfine: cfr. ora in Enrico THOVEZ, L’arco di Ulisse. Prose di combattimento, Milano, Ricciardi, 1921, i capitoli dedicati a d’Annunzio, in particolare I fondi segreti del Superuomo e il mistero del Nuovo Rinascimento, pp. 48-62), d’Annunzio aveva scritto a Treves già il 26 gennaio 1896: «So qualche cosa della battaglia; ma tu sai che sono di stirpe olimpica e che la polvere della mischia non tocca le mie ciglia divine. Non mi sono mai occupato dei critici, da che scrivo; e questo disdegno è la mia miglior forza. Non te n’occupare neppur tu« (Gabriele D’ANNUNZIO, Lettere ai Treves, a cura di Gianni OLIVA, Milano, Garzanti, 1999, p. 177). A proposito della traduzione francese del Piacere, però, già il 1° febbraio di quello stesso 1896, preoccupato in maggior misura della ricezione oltralpina che di quella patria, d’Annunzio invia a «Le Figaro» una lettera di autodifesa pubblicata poi, una settimana più tardi, anche sull’«Illustrazione Italiana» (ora in D’ANNUNZIO, Scritti giornalistici – 1889-1938, a cura di Annamaria ANDREOLI, Milano, Mondadori, 2003, vol. II, pp. 407-409). Il 5 aprile 1896 sul «Marzocco» compare al riguardo un articolo – di verosimile mano dannunziana – dall’eloquente titolo Dell’impresa dei beoti, in cui i toni si fanno ben più violenti e l’argomentazione che reggeva l’articolo del «Figaro» perde respiro per annodarsi nell’invettiva rabbiosa (ora in Scritti giornalistici, cit., II, pp. 455-459; e cfr. anche la lettera a Emilio Treves del 2 febbraio 1896, ora in D’ANNUNZIO, Lettere ai Treves, cit., pp. 178-179).

[5] Cfr. naturalmente prima di tutto Julia KRISTEVA, Semeiotikè. Recherches pour une sémanalyse [1969], “Points”, 1978, n° 96 (Séméiôtiké. Ricerche per una semanalisi, traduzione di Piero RICCI, Milano, Feltrinelli, 1978); Gérard GENETTE, Palimpsestes, Paris, Éditions du Seuil, 1982 (Palinsesti – La letteratura al secondo grado, traduzione di Raffaella NOVITÀ, Einaudi, Torino 1997); Jean-François LYOTARD, La Condition postmoderne: rapport sur le savoir, Paris, Éditions de Minuit, 1979 (La condizione postmoderna, tradizione di Carlo FORMENTI, Milano, Feltrinelli, 1981).

[6] Chi scrive, per esempio, ha esultato nel trovare come fonte del sonetto La duchessa di Bracciano, nell’Intermezzo, il romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi Isabella Orsini duchessa di Bracciano, tanto da pensare di farne l’argomento centrale delle presenti pagine: va da sé che la fonte, già individuata da Enzo Palmieri, è segnalata nel Meridiano dedicato alle poesie dannunziane: D’ANNUNZIO, Versi d’amore e di gloria, a cura di ANDREOLI e Niva LORENZINI, Milano, Mondadori, 1982, I, p. 937.

[7] Guy TOSI, Incontri di d’Annunzio con la cultura francese: 1879-1894, “Quaderni del Vittoriale”, n. 26, 1981, pp. 5-63, in particolare alle pp. 53 sgg.

[8] Nella Marucelliana – che provvidenzialmente offre in rete il catalogo cartaceo dei libri precendenti al 1928 – esiste una vera e propria cripto-biblipteca dannunziana, della quale si è dato parziale conto in Milva Maria CAPPELLINI, D’Annunzio in Marucelliana, in Libri e librerie di Gabriele d’Annunzio, Pescara, 17-18 novembre 2006, Pescara, Ediars, 2007.

[9] Proprio grazie a Google Libri, per esempio, si è potuta di recente cogliere una fonte ovidiana per il primo episodio della Nave: «Gli ho fatto riscontrevoli le tempie»: «Elops fu confitto dalla lancia, la quale fece riscontrevoli le tempie»: proviene da Gli ultimi cinque libri delle Metamorfosi d’Ovidio, volgarizzate da Ser Arrigo SIMINTENDI, Prato, Per Ranier Guasti, 1850, p. 70; con segni fittissimi la copia al Vittoriale

[10] Con queste parole, laconicamente, Pino Papponetti definiva le carte contenenti suoi abbozzi di ricerche, appunti, quesiti, questioni da definire e risolvere.

[11] Così si definisce d’Annunzio nel Libro segreto: D’ANNUNZIO, Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, a cura di Pietro GIBELLINI, Milano, Mondadori, 1995, p. 178.

[12] D’ANNUNZIO, Libro segreto, cit., p. 46. E si veda l’appunto su Timoteo: «Timoteo aggiunse alla sua lira due corde nuove. Uno degli Efori, tenendo in pugno il coltello, gli chiese da qual parte egli preferiva che essa fosse mutilata (gli strumenti ignoti)» (ora in D’ANNUNZIO, Di me a me stesso, a cura di ANDREOLI, Mondadori, Milano 1990, p. 188). L’episodio è, tra l’altro, negli Apoftegmi spartani di Plutarco.

[13] D’ANNUNZIO, Libro segreto, cit., p. 45. Il taccuino è il XVI: «Sfogliando un dizionario musicale, vedo i nomi ignoti di certi strumenti inventati da musici oscuri. Pensare a tutte queste invenzioni… nel senso che so. Vedere sempre nell’aspetto delle cose il miracolo» (in D’ANNUNZIO, Taccuini, a cura di Enrica BIANCHETTI e Roberto FORCELLA, Milano, Mondadori, 1965, p. 223).

[14] Cfr. D’ANNUNZIO, Altri Taccuini, a cura di BIANCHETTI,Mondatori, Milano 1976, pp. 61-62.

[15] Cfr. però IVANOS CIANI, D’Annunzio alla ricerca della musica, ora in id., Esercizi dannunziani, a cura di Giuseppe PAPPONETTI e CAPPELLINI, Pescara, Ediars, 2001, pp. 89-108, spec. a p. 99.

[16] Cfr. D’ANNUNZIO, Libro segreto, cit., pp. 242-243. Per qualche altro considerazione sulle fonti, soprattutto non trovate, sia consentito rinviare a CAPPELLINI, L’«estremo de’ bibliomanti»: a proposito delle fonti del “Libro segreto” di Gabriele d’Annunzio, in D’Annunzio segreto – 29° convegno di studio (Chieti-Pescara, 25-26 ottobre 2002), Ediars, Pescara 2002, pp. 36-55.

[17] D’ANNUNZIO, Libro segreto, cit., p. 84. L’episodio è alle pp. 84-89: per motivi pratici, d’ora in avanti si dà indicazione di pagina nel testo, alla fine della citazione.

[18] Ivi, p. 285.

[19]CAPPELLINI, L’«estremo de’ bibliomanti», cit., pp. 48-49.

[20] Si noti, a titolo di pura curiosità, che non risultano al Vittoriale libri editi dalla Bordelet: può tuttavia ben trattarsi di una indicazione bibliografica rintracciata in un altro volume; volumi con intestazione analoga sono oggi in vendita nei normali circuiti di libri antichi: cfr. su Abebook, per un solo esempio, Le noveau parfait Marechal ou la connoissance générale et universelle du cheval, di GARSAULT François-Alexandre-Pierre de (Capitaine en survivance du Haras du Roi), avec Approbation et Privilège du Roi, 1755 à Paris Chez la Veuve Bordelet – rue Saint Jacques vis-à-vis les Jésuites à Saint Ignace. Non si ha ora modo di verificare se l’indicazione compaia nel Catalogue de vente de la bibliothèque de Robert de Montesquiou, preface de Maurice BARRÈS, 2 voll., Paris 1924 (cfr. la nota in D’ANNUNZIO, Prose di ricerca, a cura di ANDREOLI e Giorgio ZANETTI, Milano, Mondadori, 2005, II, p. 3519) .

[21] Proprio i Pensèes (insieme all’intento di omaggiare Robert de Montesquiou) vengono segnalati come movente della digressione su Jeanne de Valois dai curatori dell’edizione nei Meridiani del Libro segreto: cfr. D’ANNUNZIO, Prose di ricerca, cit., II, pp. 3517-3518.

[22] Intonso, sebbene con dedica dell’autore, André MABILLE DE PONCHEVILLE, Marie Antoinette a Trianon, Paris, 1910.

[23] Frantz FUNCK BRENTANO, L’affaire du Collier, Paris, Hachette, 1901.

[24] Ivi, p. 57.

[25] Alexandre DUMAS, Le collier de la reine, Paris Calmann-Lévy, 1898 (La collana della regina, traduzione di Marco BELLINI, Tullio Pironti, 2001. Poiché si è fatto uso dell’edizione francese in e-book disponibile all’indirizzo web http://www.ebooksgratuits.com/html/dumas_collier_reine_1.html (ultima visita: 31 luglio 2013), si omettono i numeri di pagina delle citazioni.

[26] Il Grand Dictionnaire Universel du XIXe siècle è stato consultato on line all’indirizzo web http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k50723k  (e pp. segg.; ultima visita: 31 luglio 2013). Al Vittoriale si trova pure il Noveau petit Larousse illustré, Paris, 1929, in più copie e con segni di lettura.

[27] FUNCK BRENTANO, L’affaire du Collier, cit., pp. 266-267.

[28] Ivi, p. 339.

[29] Ivi, p. 341.

[30] Ivi, pp. 242-243.

[31] Mémoires du comte Beugnot, ancien ministre (1783-1815), Paris, E. Dentu Libraire editeur, 1868, p. 118.

[32] Ivi, pp. 14-15.

[33] Si tenga a mente certo feticismo dannunziano  per i seni (nominati singolarmente con nomi propri: Pentella, Muriella e così via) delle proprie amanti, prima fra tutte Giuseppina Mancini: cfr. D’ANNUNZIO, Solus ad solam, a cura di Federico RONCORONI, Milano, Es, 1912.

[34] L’amico è Ivanos Ciani, l’occasione – risalente a molti anni or sono – fu l’accertamento della reale origine  (l’eterno Tommaseo-Bellini, per l’appunto) della pena per il parricida nella Figlia di Iorio, origine da d’Annunzio additata invece – con un sistema di sviamento tipicamente dannunziano – in imponenti volumi di diritto (cfr. D’ANNUNZIO, La figlia di Iorio, Milano, Mondadori, 1995, p. 177).

 

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