@Sete Luas – Di vetro e d’inferno, Margherita

Come ogni mattina Margherita, prima di uscire, si guarda allo specchio il viso, esercitandosi a vederlo come un oggetto che solo in via provvisoria le appartiene e che, comunque, non coincide del tutto con lei. Si avvicina alla superficie riflettente finché i particolari diventano enormi e perdono il loro rapporto con l’equilibrio generale di lineamenti ed espressione. Si allontana, rimette a fuoco l’immagine, muove la testa per annullare i riflessi, segue con lo sguardo la linea delle tempie, la curva delle guance e del mento, i contorni della bocca, il profilo delle narici. Osserva con attenzione la macchia delle labbra, le ombre ai lati del naso, la tensione degli zigomi e lo spazio chiaro della fronte. Esamina l’arco delle sopracciglia e il taglio delle palpebre, ma evita con cura di guardare le pupille e il colore dell’iride. L’intera operazione, per quanto meticolosa, dura anche stamattina, come ogni volta, pochi minuti. Alla fine Margherita esce e per un momento, sul portone, la sua figura si staglia in controluce: sembra che solo lo zaino gonfio riesca a tenerla a terra.
Durante l’intervallo, a scuola, oggi Margherita non si alza dal banco. I compagni si sono stancati di chiamarla, ora entrano ed escono a scatti dalla classe, riempiono con i loro corpi mobili lo spazio intorno a lei, coprono di colori chiassosi le pareti, contribuendo a completare le campiture già iniziate dalle carte geografiche e dai cartelloni. Seduta, Margherita pensa a un pianeta incolore, all’ombra che si addensa negli avvallamenti deserti. Immagina la luce come una polvere leggera che si posa sulle convessità vuote rischiarandole senza colorarle. Ricorda una lezione di fisica: secondo Isaac Newton, la luce è un aggregato di corpuscoli di varia specie proiettati con velocità costante dai raggi luminosi. Proprio la varietà dei corpuscoli giustifica la diversità dei colori. Christiaan Huygens sostiene invece che la luce è dovuta, come il suono, alla vibrazione meccanica di un mezzo speciale, l’etere cosmico, che riempie l’universo. Ma la fisica quantistica spinge a pensare le onde luminose in modo diverso, come uno strumento concettuale.
Dopo la scuola, seduta alla scrivania della sua stanza, nel cono di luce della lampada, Margherita guarda le pagine di un libro, soprattutto intenta, anche stavolta, al perimetro della pagina, alle proporzioni di righe e margini, alle curve precise delle minuscole, all’inclinazione dei corsivi. Le illustrazioni interrompono variamente la simmetria delle colonne con i loro colori vistosi, i segni troppo marcati che le delimitano. Margherita aggiusta lo stelo flessibile della lampada perché la luce cada al centro della pagina: chi la guardasse con attenzione, vedrebbe ora le sue pupille contrarsi e dilatarsi al variare della luce riverberata dal bianco della carta. Le lettere spiccano violente:

Negli organismi superiori, il numero e la forma dei cromosomi (corredo cromosomico) è tipico e costante per ogni specie. Nelle cellule somatiche dell’uomo si trovano 46 cromosomi, di cui 22 coppie di cromosomi omologhi e una coppia di cromosomi sessuali. I cromosomi sessuali possono essere uguali (nelle femmine: XX) o diversi (nei maschi: XY). Il corredo composto da coppie di cromosomi omologhi è detto diploide, in opposizione a quello aploide, tipico delle cellule germinali, in cui è presente solo una singola coppia di cromosomi.

A scuola, stamattina, Margherita ha domandato al professore come si trasmette il colore degli occhi. La spiegazione – colore chiaro recessivo, colore scuro dominante – le è sembrata generica ed evasiva, così ha insistito, chiedendo leggi precise e costanti, dati esatti. Alla fine il professore ha dovuto rimproverarla per quel suo vizio, per tutti fastidioso, di porre attenzione ai più piccoli dettagli perdendo così di vista il quadro generale, il senso, il significato globale. Lei lo ha interrotto per chiedere se sia possibile conoscere il colore degli occhi dell’uomo paleolitico, e se davvero Alessandro Magno abbia avuto un occhio azzurro e uno blu. La voce del professore si è fatta leggermente stridula e spazientita. Margherita ha mosso la testa annuendo, ma stava ormai pensando ad altro: a un possibile mondo composto solo di dettagli, privo di un senso generale che non sia, come nel nostro, da ricomporre a ogni sguardo, con aggiustamenti laboriosi, allineamenti, focalizzazioni. Un mondo così, pensa, è quello degli insetti. Un mondo cristallino e geometrico per i loro occhi sfaccettati.
Ora Margherita alza lo sguardo dalle pagine del libro, spenge la luce e un po’ d’ombra cade nella stanza. Dai vetri entra un chiarore smorto da primo pomeriggio invernale. Margherita si avvicina alla finestra e guarda in strada. Se potesse vedere oltre i palazzi di fronte, vedrebbe le colline e, se ci fosse un po’ più di luce, potrebbe perfino scorgere i corsi d’acqua che scendono dalle pendici verso il piano: torrenti, ruscelli e, ormai in pianura, il fiume. Margherita immagina i fossi sotterranei, le volte di mattoni delle fogne, il percorso stentato dell’acqua negli alvei di cemento lungo le strade di periferia, i rigagnoli ai bordi delle strade e in mezzo ai vicoli del centro, la superficie oleosa e iridescente delle pozzanghere nei parcheggi. Pensa che l’acqua in pianura ha bisogno del vento per muoversi.

In questa pianura, centocinquant’anni fa, viveva Liberata. Liberata non fu nutrita di latte materno, perché un serpente cadde sul seno di sua madre Amelia, che la allattava seduta sotto la cappa del camino e che da allora non concepì mai più né ebbe più latte. Forse per questo Amelia non fu, per la sua pur unica figlia, una madre amorosa: Liberata non aveva forse ancora dodici anni e sua madre già la sogguardava con il sospetto e, infine, il rancore che si riserva alle ragazze non belle. Ben presto, Amelia cominciò a borbottare malevola tra i denti, e invece Liberata, a sedici anni, sposò Ottavio, gettatello nato in un giorno di fine inverno dallo Spedale del Ceppo e da genitori incogniti, che lavorava come garzone alla Villa della Contessa e che fu licenziato tre giorni dopo il matrimonio mentre, di mattina presto, curvo e senza pensare proprio a nulla, potava le siepi di bosso. Non era infatti uso della Villa tenere garzoni ammogliati, e non c’era motivo alcuno di fare eccezione per quel giovanotto di gamba corta e di poca destrezza. Il ghiaino gelato scricchiolava sotto gli stivaletti di marocchino della contessa, nei viali del parco, quella mattina in cui, camminando svelta verso le scuderie, si era soffermata per dire al garzone che il giorno dopo facesse pure a meno di venire. Ottavio si era alzato di scatto, con gli occhi pieni di barbagli, tanto confuso che sulle prime non aveva capito niente, ed era rimasto lì impalato, canticchiandosi nella testa vuota un mezzo stornello per farsi coraggio e cincischiando inutilmente con le dita l’orlo del berretto, finché il fattore, a un cenno della contessa che già si allontanava, gli si era avvicinato e gli aveva messo in mano qualche soldo. Dopo aver finito di potare le siepi, scendendo a passo lento il poggio su cui sorgeva la villa, Ottavio aveva cercato con lo sguardo la linea del fiume nella pianura, e la strada parallela al fiume, e sul bordo della strada la casa. Aveva visto il fiume e, nella polvere, la strada. La casa invece non era riuscito a distinguerla, perché ormai era sera.

Il pomeriggio volge verso la sera, e Margherita, seduta a un tavolo della biblioteca comunale, scorre con gli occhi le righe di un grosso volume. La distraggono però le scritte incise sul piano di legno, i messaggi d’amore e di scherno. Ha l’impressione che intorno a lei gli oggetti siano leggermente sfalsati rispetto al posto che dovrebbero occupare, che il corpo delle persone non coincida in modo del tutto esatto con le nicchie che ognuno dovrebbe riempire nello spazio. Anche i colori sono imprecisi, come se l’iride avesse subìto un piccolo spostamento. Solo quei segni incerti sul piano del tavolo sembrano trovarsi davvero al proprio posto. Torna a leggere, nella luce bianca del neon:

In origine le acque dei principali torrenti andavano tutte a confluire, seguendo la naturale pendenza del terreno, in una zona ristretta, dove in antico dovevano ristagnare acque malsane e paludose. Tale situazione deve aver prodotto il depositarsi periodico in tutta la pianura di ampi strati alluvionali. Si deve forse a questo l’assenza totale di ritrovamenti archeologici pre-medievali nella zona.

Nella sala di lettura quasi vuota, Margherita appoggia la guancia al palmo della mano e pensa alla pianura: la casa in cui è nata sua nonna è ancora lì, in quella zona bonificata tardi, in fondo a una strada non ancora asfaltata e subito devastata dalle bombe, in tempo di guerra. Margherita non sa a chi appartenga ora quella casa di cui nessuno parla con nostalgia e in cui nemmeno sua madre, nata in città, è mai entrata. Non è la casa di famiglia, è solo una vecchia casa in pianura, in cui Liberata per qualche anno è vissuta. Liberata non è il genere di antenata a cui il pensiero possa andare spesso o che si possa ricordare con chiarezza: era così povera e così smunta che i suoi passi non hanno lasciato impronta alcuna sulla terra. Del resto – il libro è chiaro in proposito – in questa pianura nessuno ha impresso tracce: non punte di freccia o frammenti di mascella o cocci d’anfora, né ceppi miliari, resti di case, fondamenta, pietre in cerchio di focolare o buche di antichi pozzi. Eppure, riflette Margherita, i dinosauri avranno calpestato anche queste piane, i pitecantropi le avranno attraversate, poi saranno passati in marcia legionari romani, schiere urlanti di barbari da Settentrione e saraceni risaliti lungo il corso dei fiumi, e poi pellegrini affaticati verso la Spagna. Uomini e donne, di certo, saranno poi vissuti qui, in pace o più spesso senza troppa guerra, depositando imprecise memorie solo in certi registri ingialliti, slavati dalle alluvioni, bruciacchiati da qualche incendio, dimenticati nelle canoniche. Erano certamente esseri pazienti e silenziosi, come Liberata. Tuttavia, non lasciare orme o solchi non significa non esistere, e perfino Liberata era esistita.

Non si era ancora levato il sole quando Liberata uscì sull’aia per guardare Ottavio che partiva. I soldi della contessa finirono presto, e quando furono finiti, Liberata aspettò tre giorni e quattro notti e poi, la mattina del quarto giorno, si mise in cammino per cercare di pane. Non era un fatto eccezionale: quasi tutte le donne che abitavano nelle case sotto l’argine del fiume o in quelle raggruppate all’incrocio tra le quattro strade lo facevano, trascinandosi dietro bambini e biascicando preghiere. Ma era la prima volta per Liberata, che aveva forse sperato di non doversi mai trovare a contare quei passi, a guardare con quegli occhi la polvere di quella strada. In tasca aveva un filo di refe nera con sette nodi e sul petto le pendeva, tra la pelle e la camiciola, un abitino della Madonna. Liberata era silenziosa e selvatica e, come non l’aveva amata sua madre, nessuno nella zona l’amava. E’ vero che spesso le madri ricorrevano a lei che sapeva, senza fatica, consolare all’istante il pianto dei lattanti inconsolabili, con una sua cantilena sottovoce e un dondolio leggero da mentecatta, ma anche questo non le aveva guadagnato alcuna benevolenza tra le vicine. Anzi, era tenuta quasi in conto di strega, sebbene non avesse mai tratto le sorti né avesse mai fatto fatture o intrugli a nessuno, se non, a tredici anni, un decotto di erbacce che aveva appestato per giorni la cucina: lo aveva bevuto di nascosto per disfarsi di una creatura che aveva creduto di portare nel grembo. Non conosceva uomo, però una notte, mentre svelta verso casa, le era sembrato di vedere un’ombra staccarsi dalla siepe e scivolarle sotto la sottana, e l’avemaria che diceva sottovoce le era morta tra i denti. Certo non era una strega, Liberata, e tuttavia c’era chi giurava – era una vicina che all’alba vuotava il pitale nella strada – di averla vista alla finestra pulire il pettine e avvolgere con attenzione intorno alle dita i capelli caduti, e buttare poi il batuffolo nell’angolo tra la casa e il muricciolo, là dove a notte passavano strisciando scarafaggi, piccoli scorpioni e altri animali che, certo, in quel groviglio sarebbero rimasti presi e impigliati, e avrebbero spasimato fino alla morte, soffrendo e facendo soffrire quegli stessi interminabili tormenti allo sventurato il cui nome Liberata aveva di sicuro nominato, nell’atto di compiere il gesto malvagio.

Da un quaderno che porta sempre con sé, Margherita prende una vecchia fotografia e l’appoggia al centro di una pagina del grosso volume che parla di fiumi e paludi nella pianura ma non parla di uomini e donne. I colori della foto sono sbiaditi, il nero slittato verso l’antracite o il bruno, il bianco diventato grigio o giallastro. La carta è arida al tatto, percorsa da minutissime fessure che la rendono ruvida, quasi squamosa. Sullo sfondo di un muro grigio, una donna è seduta su una sedia, tiene sulle ginocchia un neonato sostenendolo, con un braccio passato attorno al corpo, dritto e rivolto con la faccia verso l’obiettivo. A sinistra sta, in piedi, una bambina magra, piantata sulle gambe nude e con il busto leggermente piegato verso la donna e, quindi, verso il centro della foto. Ha le ginocchia un po’ gonfie e tutto il suo corpo sembra penosamente sbilanciato. Tutti e tre hanno un’espressione seria, quasi arrabbiata. Gli abiti non si distinguono, sono chiazze opache, neri quelli della donna e della bambina, scialbi quelli del neonato. Dietro la fotografia, le linee stentate di una data che a Margherita sembra assai lontana. Margherita scruta il viso della donna – la macchia cupa dei capelli probabilmente divisi in due bande compatte, i tratti marcati delle sopracciglia e del naso, il solco della bocca serrata – poi il viso della bambina, la sua pelle livida, la bocca imbronciata. Né dell’una né dell’altra, per quanto aguzzi lo sguardo, Margherita riesce a distinguere gli occhi, affondati in pozze scure. Ma sa che la bambina è la nonna Giovanna da piccola e che la donna è Zelinda, madre di Giovanna e figlia di Amatina, l’ultimogenita di Liberata.

Quella mattina Liberata si incamminò verso il poggio, attraversò i fossi e arrivò in vista della Villa. Le due statue ai lati del cancello avevano una mano tesa e l’altra ritratta, come per chiedere da un lato e dall’altro negare. Liberata costeggiò per qualche decina di metri il muro di cinta, poi trovò un varco mal protetto da assi di legno e oltrepassò la siepe. Camminò ancora un po’ tra gli alberi, poi sbucò in un prato al centro del quale si innalzava un albero altissimo, dai rami secchi e spogli ma completamente avvolti da un rampicante fiorito di corolle rosa acceso. Liberata, dato appena uno sguardo a quell’albero morto e fiorito, si avviò verso la Villa, ancora lontana oltre il laghetto. Nel suo cammino non incontrò anima viva, poiché il parco era deserto, come anche le scuderie, l’orto, la limonaia e tutti gli annessi dell’edificio principale. Questo era un fatto insolito, poiché la Villa aveva molte persone di servizio. Ma la contessa era una straniera, e nutriva la bizzarra convinzione che mostrare agli ospiti il lavoro in atto, anche quello altrui, fosse in un certo modo sconveniente. Del resto, era altrettanto raro che a quell’ora di mattino ci fossero ospiti svegli, e infatti quella mattina non ce n’erano, per quanto si trattasse di un giorno speciale, dato che si celebrava – e i preparativi erano cominciati già da quasi una settimana – l’anniversario del secchio dell’imperatore. Nel salone più grande della villa, infatti, su un’alta mensola di quercia, stava poggiato un secchio di ferro annerito. A Liberata, abituata a lustrare ogni settimana la sua mezzina di rame, quel vecchio secchio avrebbe fatto poca impressione, così scuro e ammaccato. Eppure quello era il secchio dell’imperatore che, stanco di una caccia durata tutto il giorno, proprio in quel secchio aveva bevuto, dopo avervi abbeverato il cavallo, tre secoli e mezzo prima che Liberata, senza essere vista da alcuno e muovendosi quasi come in sogno, con gli occhi bassi e il suo filo di refe nera intrecciato alle dita, arrivasse a una delle porte laterali, oltrepassasse senza accorgersene sale e corridoi vuoti, esitasse stagliandosi piccola e scura nella prospettiva di stanze illuminata dalle grandi finestre e fosse infine raggiunta da una cameriera attirata dal suono secco degli zoccoli sul marmo. Perfettamente silenziosa, ma con il volto atteggiato a grande sgomento, la cameriera prese Liberata per un braccio e la trascinò fuori, facendole ripercorrere a ritroso parte del percorso fatto, un percorso che ora, sveglia dallo strano torpore di prima, sembrò a Liberata spaventosamente lungo. La cameriera si fermò sulla soglia di una porta laterale e, sempre in silenzio, spinse giù dai gradini la mendicante e rimase a guardarla, continuando ad agitare una mano per cacciarla via. Nell’attraversare il parco in direzione della strada, Liberata non riuscì a scorgere l’albero morto e fiorito, per quanto, senza motivo alcuno, cercasse con una specie di nostalgia le macchie rosa dei fiori tra il verde scuro dei lecci.

Camminando per tornare a casa, Margherita percorre una via diritta, seguendo un rettilineo tracciato romano: quando attraversa il punto in cui il decumano incrociava il cardo, senza ragione si volta a scrutare il vicolo che taglia a perpendicolo la strada. Poi, continuando a camminare, abbassa gli occhi: se potesse vedere oltre l’asfalto, scorgerebbe un selciato secolare, segnato dalle ruote dei carri. Poi svolta in una strada più stretta: il percorso curvo e leggermente in salita costeggia e poi scavalca un cumulo di macerie, marmo e mattoni di una villa imperiale abbattuta molti secoli fa. A volte, Margherita pensa che qualcuno la segua, altre volte ha l’impressione di seguire qualcuno. Guarda davanti e dietro a sé, e vede solo i passanti. Ma la traiettoria curva del suo sguardo ripete la linea di un antico teatro, il suo ultimo sguardo esitante replica il tracciato obliquo di una strada longobarda.
La vecchia insegna di un pescivendolo le ricorda il sogno di stanotte: una distesa di pesci che si trasformano in uccelli, pinne che si fanno ali e code, scaglie che diventano penne, le linee curve delle branchie che si assottigliano in becchi appuntiti. Nel sogno, i fulmini di una tempesta silenziosa illuminano quelle forme ambigue, la pioggia trasforma il cielo in una parete d’acqua, grandi onde salgono e diventano scale e archi, volte e muri curvi come quelli di un teatro, linee in prospettiva verso un punto focale. Poi Margherita percorre il corridoio di un teatro a foggia di pupilla: sul palcoscenico, al centro di un emisfero di legno dipinto, vede una donna che le sembra vecchissima: ha lunghi capelli bianchi e sciolti e tiene la testa china, con una mano si copre il viso mentre l’altro braccio è abbandonato lungo il fianco, con un gesto di stanchezza. Avvicinandosi, Margherita si accorge che la donna è nuda, che la sua pelle avvizzita ha una sfumatura grigia quasi madreperlacea. Gli occhi della vecchia, quando solleva il capo abbassando la mano, brillano nel buio del palcoscenico. Dietro di lei, Margherita intravede una lunga processione di vegliarde, nude e con occhi fosforescenti: le donne occupano l’intero palcoscenico, formando una fila sinuosa e bisbigliante. Alcune hanno le tibie piegate per aver molto camminato, altre le ginocchia larghe e appiattite per le lunghe genuflessioni, altre ancora le spalle curve e storte per il gran peso portato. Quasi tutte hanno le dita delle mani e dei piedi deformate e il ventre floscio. L’ultima, costretta ad appoggiare la schiena alla scenografia sbiadita, sta curiosamente reclinata, come se non riuscisse a rimanere dritta sulla spina dorsale. Il suo cranio massiccio pende in avanti, le mammelle si allungano verso l’addome prominente, ricoperto di peli scuri e ispidi. Guardandole i grossi piedi piantati sulle tavole di legno, Margherita riconosce l’alluce divaricato dell’arboricola. Intanto, nascoste tra le pieghe del sipario, si muovono frusciando creature mai viste, parziali fallimenti del progetto evolutivo, con arti asimmetrici, volti incompleti, elitre e piccoli zoccoli. Il loro strepito grottesco è soffocato dal vecchio velluto e dalla polvere, e Margherita distoglie lo sguardo per cercare tra le antiche madri almeno una che abbia occhi familiari. Poi la sveglia suona e Margherita apre gli occhi, senza aver trovato Liberata.

Liberata dovette cercare a lungo prima di trovare un altro varco per uscire dal parco, tra gli alberi più alti e più fitti vicino al muro di cinta. Strofinandosi gli occhi, vide dentro le palpebre chiuse macchie di color rosa acceso, come i fiori dell’albero morto che non aveva ritrovato. Forse le sarebbe piaciuto tornare dentro a cercarlo, ma aveva un vuoto allo stomaco e si incamminò di nuovo, scendendo il poggio. Alla prima casa di contadini – contadini della Contessa – si fermò di nuovo, entrò nell’aia e, aprendo la bocca per dare il buongiorno, si piegò in avanti per sporgere la testa dentro il vano della porta. Ma prima che potesse posare il piede sulla pietra d’ingresso, una vecchia, seduta nel buio, si alzò lasciando cadere la treccia di rafia che intrecciava e presa dal cantuccio una granata di saggina la buttò di traverso sulla soglia: si faceva così affinché la strega non potesse passare. Allora Liberata si fermò barcollando sugli zoccoli, chiuse la bocca e gli occhi – che aveva marrone chiaro, come il dorso di certi cani – e, attenta a non scavalcare il manico di legno, tese la mano nel rettangolo buio della porta. La vecchia rimase ferma, rannicchiata, in silenzio, forse ripetendo scongiuri. Allora Liberata ritrasse la mano serrandola a pugno e ingoiò un rigurgito acido e una maledizione.

Vicino alla finestra, in salotto, Margherita osserva una fotografia a colori, inclinandola perché la residua luce del giorno la illumini bene. Le tinte sono sgargianti, il turchino del mare sullo sfondo, le strisce bianche e blu degli ombrelloni, il rosso e il giallo dell’asciugamano sul grigio della spiaggia. Una bambina con il costume arancione è inginocchiata o forse seduta sui talloni, in una posa innaturale, il busto rigido e inclinato in avanti, le braccia distese davanti a sé e le mani puntate nella sabbia con le dita aperte, così che il polso forma un angolo quasi retto con il dorso della mano. Il viso piccolo e rotondo è rivolto all’obiettivo, la testa buttata all’indietro in una torsione forzata. Sembra che la bambina riesca a tenersi in equilibrio solo a prezzo di uno sforzo che le fa strizzare gli occhi, colpiti in pieno dal sole. Margherita non distingue il colore di quegli occhi, ma li conosce bene: sono gli occhi di sua madre. Sono occhi talmente scuri che la pupilla non si distingue dall’iride, eppure quando è buio brillano, come se restituissero la luce assorbita durante il giorno. Occhi che si immaginano sempre aperti, sempre intenti a qualcosa di preciso e tuttavia disponibili a piccole distrazioni impreviste, a brevi sguardi di sbieco.
Da piccola la mamma non voleva mai dormire. Racconta volentieri, con sorrisi graziosi, di certe sere in cui la nonna la portava nel letto con sé – la nonna era giovane, allora, era ancora una ragazza – e, dopo aver ben chiuso la porta, spengeva l’abat-jour sul comodino. Poi la nonna-ragazza accendeva la sua sigaretta. La mamma-bambina aspettava, trattenendo il fiato. Per un momento la fiamma del cerino illuminava le labbra della donna, serrate sul filtro ad aspirare la prima boccata, poi nel buio assoluto appariva quel punto rosso, che cominciava a muoversi come un serpente che senta l’incanto, a volteggiare, formando curve e intrecci fantastici, al suono di una musica che solo la bambina e la donna potevano sentire e seguire. Di tanto in tanto, il punto magico tornava ad avvicinarsi al viso della donna, si illuminava più intensamente, rischiarava per un istante le labbra, poi di nuovo girava creando un cerchio, una spirale, una serpentina. Certo, pensa Margherita, deve essere stato bellissimo: come se la donna creasse solo per la bambina, in un luogo segreto a tutti gli altri, un incantesimo di fuoco. Ma la donna – si chiede ora Margherita – a cosa avrà pensato mentre in silenzio disegnava nel buio, per la sua bambina, linee curve con la brace di una sigaretta? Forse soltanto riposava un po’, dopo tanto lavoro, e cercava di addormentare le sue tristezze e le sue delusioni di ragazza, cercava di non piangere per non svegliare la sua bambina che invece non dormiva, ma seguiva con gli occhi spalancati la rossa linea ondulata. Certe volte, invece, alla bambina sarà capitato di addormentarsi prima che la donna avesse finito di fumare. E allora chissà se la donna, dopo essersene accorta, avrà smesso di far ballare la sigaretta, oppure se avrà continuato a disegnare per sé sola, nel buio.

Di fronte al buio della porta sbarrata, quella mattina, Liberata chiuse più stretti gli occhi: quando li riaprì, la vecchia le vide con spavento tra le palpebre una pupilla azzurra e trasparente come il vetro e una nera come l’inferno, nera come la fame e la vergogna. Poi vide la strega girarsi in silenzio e avviarsi, con le braccia tese lungo i fianchi e le mani strette a pugno, per la strada che scendeva il poggio, giù verso la pianura.
Dopo quel giorno, a Liberata accadde ancora di dover chiedere e qualche volta di ricevere. Comunque visse a lungo e partorì a Ottavio – tornato con un cognome diverso e con la medesima miseria – sei figli: l’ultima, la più silenziosa, fu chiamata Amata Ancilla. Forse qualcuno di quei figli, o dei figli dei loro figli, ebbe in sorte occhi diversi, uno azzurro come vetro e uno nero d’inferno, affinché non si perdesse il ricordo di quel mattino con la sua vergogna.

Nel traffico della sera, Margherita siede in silenzio sul sedile posteriore dell’auto, con il viso girato verso il finestrino, alternando sguardi disattenti all’esterno con inutili tentativi di cogliere il colore esatto dei propri occhi riflessi nei cristalli appannati. Le teste dei genitori, davanti a lei, sono due sagome che si distinguono dai poggiatesta soltanto per una vibrazione continua ma irregolare, data dal movimento dell’auto e dal variare della conversazione. Ogni tanto, la mamma si passa tra i capelli corti e scuri la mano destra, con un gesto consueto ed elegante: alle dita ha un solo anello, con una grossa pietra di un blu cupo. Margherita una volta le ha chiesto se quell’anello sia antico come sembra, se sia appartenuto alla nonna o alla bisnonna o magari alla trisnonna. La mamma ha risposto ridendo che né la bisnonna né la nonna hanno mai avuto abbastanza soldi da potersi comprare un anello simile. E la trisnonna, poi, era talmente povera che ha dovuto più di una volta cercare di pane. Tu non lo sai neanche cosa vuol dire, Margherita, cercare di pane: non è vero? Ma ormai, per fortuna, è passato così tanto tempo, e quell’antenata mendicante e strega non imbarazza più: intenerisce, semmai, e dà maggior orgoglio per i molti gradini poi saliti, le case comprate, le lingue imparate, le tesi discusse, le enciclopedie negli scaffali, le auto, gli aeroporti e quell’anello d’oro all’anulare, così bello nel bel gesto della mano tra i capelli.
Il flusso delle auto ora rallenta, si ferma davanti a un semaforo. Margherita guarda fuori i motorini che sorpassano auto ferme, le mani nei guanti che stringono manopole, guarda porzioni di parabrezza, fanali accesi, la strada illuminata e umida. Prima ancora di scorgere la figura piccola e scura a fianco dell’auto, Margherita vede la spalla di sua madre che si sposta appena in avanti e subito dopo si piega di lato; poi, mentre il vetro scende ronzando, vede le dita – la pietra fosca dell’anello brilla solo un attimo alla luce del lampione – che lasciano cadere, attraverso il finestrino aperto a metà, qualche moneta nel palmo di una mano tesa, e tornano subito al pulsante che chiude il vetro. La piccola figura fuori rimane ferma, serra a pugno la mano piegando il polso solcato da lunghe vene celesti e con lentezza la mette in tasca, mentre la macchina accenna a ripartire e si arresta di nuovo. La bambina con la mano in tasca resta ferma sul marciapiede, tra il semaforo e lo sportello, e Margherita ora può guardare il suo viso stretto, la sua pelle opaca e livida, le labbra chiuse, i capelli di un nero polveroso, le sopracciglia aggrottate, lo sguardo fermo. E, mentre l’auto riparte, Margherita vede finalmente i suoi occhi.

Milva Maria Cappellini (1996)

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